L’insegnante e l’allievo

Tutti noi procediamo sulla base di ciò che ci piace o non ci piace; scegliamo le situazioni a partire da un moto di simpatia, di attrazione, di risonanza.
Tendiamo ad escludere ciò che non ci coinvolge e avvertiamo come lontano o faticoso.
E’ giusto questo procedere? Non lo so; personalmente mi sono confrontato deliberatamente molte volte con ciò che non mi suscitava particolare simpatia e sempre ne ho tratto grande insegnamento. In anni lontani, avendo necessità di comprendere come funzionava il mondo interiore di un cristiano, mi sono dedicato per anni alla pratica della preghiera e alla frequentazione e allo studio dei vangeli e del pensiero esegetico e teologico su di essi.
Non avevo attrazione per quel mondo ma, esistendo ed essendo parte del mio piccolo universo, ho desiderato conoscerlo, divenirne consapevole, comprenderlo.
Era lontano, ed io ero pieno di pregiudizi: alla fine del processo credo di aver compreso quel paradigma interiore, certamente ho superato i pregiudizi e, per quel che è possibile al mio sentire, ritengo di averlo compreso.
Al di là della mia esperienza personale, credo che sia nelle cose il discernimento operato sulla base dei moti di simpatia/antipatia: così opera normalmente l’allievo, colui o colei che si trova nella condizione di dire un si o un no ad un insegnamento, ad una via interiore.
E’ un atteggiamento parziale e limitato che non ci permette di accedere alla realtà delle cose, ma è un fatto che accade nella ferialità delle nostre vite e come tale lo prendo.
L’ottica nella quale si muove un insegnante è molto diversa, non gli è permesso di essere in balia di simpatia/antipatia, deve andare oltre, deve leggere la realtà con gli occhi della compassione che conosce quella antinomia e la supera.
Non solo: un insegnante (altri forse userebbero il termine maestro, ma a me non piace e condivido il monito di Gesù) si muove in una visione unitaria e ciò che dice, propone, insegna avviene come conseguenza di una profonda integrazione degli opposti e sulla base di un tentativo di superamento radicale di quello che è il suo limitato sentire.
Un insegnante cerca la verità dell’essere delle cose, la coglie inevitabilmente con il suo limitato sentire, la lascia decantare per depurarla di ogni aspetto personale e infine, quando avverte un sufficiente grado di neutralità e di verità, la propone.
Il risultato sarà dunque una verità? Non diciamo sciocchezze: sarà la verità parziale a lui/lei accessibile su quel fatto, in quel tempo, a partire dal sentire acquisito e conseguenza del processo descritto.
Quindi sia la verità dell’allievo che quella dell’insegnate sono relative e frutto di un discernimento assolutamente personale? Si.
La differenza sta nel fatto che l’insegnante ha una responsabilità che l’allievo, forse, non ha: ciò che afferma non deve essere condizionato dal pregiudizio e dall’ignoranza, anche se, inevitabilmente , lo è dai limiti della sua comprensione.
L’insegnate ha la responsabilità di ciò che offre, di dove conduce, di come influenza, del piccolo mondo che mette a disposizione di qualcuno che di lui/lei si fida e gli si affida.
Ciò che insegna dovrebbe essere innanzitutto la sua vita, sorretto dalle mille piccole verifiche che solo il quotidiano permette, e dovrebbe essere passato dentro il vaglio della consapevolezza della propria interiore piccolezza, altrimenti chiamata umiltà.

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Immagine da http://goo.gl/EC6RC0

1 commento su “L’insegnante e l’allievo”

  1. E’ sempre utile sottolineare la relatività delle comprensioni di un insegnante che ha una maggior responsabilità del discepolo.
    Credo che anche il discepolo tuttavia abbia una certa responsabilità.
    La definirei una responsabilità a ‘cascata’.
    L’incedere del discepolo, per quanto traballanti e incerte siano le sue comprensioni, evidenzia una sua apertura, un suo inizio di comprensione e questo bagaglio di piccole comprensioni hanno un riverbero verso quelle persone che entrano in contatto con il suo mondo, verso i suoi genitori, figli, mogli.
    Ebbene anche quella persona, discepolo di un insegnante, è insegnante a suo volta di coloro che ancora non hanno avuto la necessità di interrogarsi su certi temi del mondo interiore e ha su questi la responsabilità di colui che ha visto un attimo prima.
    Inoltre c’è un altro fattore fondamentale che dovrebbe far sentire la responsabilità di colui che è in ricerca e cioè che per quanto incasinata possa sembrare la vita di un prossimo non è possibile sapere a che grado di evoluzione è la sua Coscienza. Lo vediamo arrabattarsi magari in mille difficoltà e sono invece gli ultimi nodi di un pettine di una Coscienza che ha compreso più della nostra e ha bisogno per vedere di molta più delicatezza di quella che abbiamo usato nei suoi confronti.
    Meglio dunque considerare che si ha a disposizione un’arma, tanto più affilata quanto più la comprensione è vasta, e quest’arma va usata non per ferire ma per tagliare un piccolo squarcio di velo dagli occhi di un fratello.
    La stessa affilatura avviene anche con la pratica di una meditazione che alleggerendo il processo dei pensieri rende la mente veloce e chirurgica ma non è quello il traguardo.
    Questa compassione non dovrebbe mai venir meno.
    Troppe volte invece la usiamo in modo maldestro.
    Ad ogni modo usarla, in modo corretto o improprio, è la strada principale per diventare consapevoli del proprio limite e della grande nostra presunzione o a volte della nostra semplice strafalcionerìa.

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