Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Non c’è possibilità di fuga da sé

Da un amico ricevo: “Dopo l’incontro di ieri col gruppo di Mariano “La resa” sono tornato alla mia realtà, al “lunedì in officina”, che per me oltre che metaforico è anche concreto. Ieri col gruppo si è creata una coesione, oso dire un sentire comune, che mi ha pervaso e sono convinto che tutti lo hanno percepito, ma già oggi la vita mi percuote con i suoi stimoli e le sue scene da vivere. A volte penso a Roberto e al suo ritorno nell’eremo, dove sicuramente avrà il suo bel da fare, ma dove credo sia un po’ più protetto dai continui stimoli al quale sono necessariamente sottoposto. E’ chiaro che tutto quello che arriva è funzionale e necessario alla mia trasformazione, ma a volte vorrei anch’io potermi isolare da tutto questo e mi trovo di fronte ad un bivio: la spinta a vivere questa vita per certi versi frenetica, ma che sento necessaria, e lo stimolo a ritrarmi da questa esposizione. Per rendere possibile questa situazione, crearmi cioè un buen retiro, mi si profilano però altri impegni, altre sfide che di fatto aumentano la mia esposizione alle “intemperie della vita”. Capita anche a voi?”
Ogni volta che sperimentiamo stati di non condizionamento e magari di unità, quando torniamo al vivere ordinario nasce in noi anche quella tensione di cui tu parli: vorrei risiedere ancora in quello stato ma la vita mi strattona, torna la separazione ed è doloroso. Vorrei restare dove ero, vorrei vivere in quella unità e allora mi ingegno a pensare ad una via d’uscita per poter coltivare quel vivere e sono consapevole che dovrei investire molte energie e sarebbe ancora faticoso.
Non so se posso usare il termine faticoso per descrivere il processo che ci ha condotti nel ventre di questa esperienza; credo che noi non si abbia avuto scelta: da sempre volevamo vivere così e abbiamo impiegato ogni nostra risorsa di creatività e di denaro per raggiungere l’obbiettivo. La nostra determinazione è stata assoluta: ci siamo scoraggiati, a tratti, davanti alla gran fatica, ma non abbiamo mollato.
Vivere in un eremo comporta un vantaggio rispetto al vivere nel mondo: la pressione degli stimoli è decisamente inferiore. Per il resto ti porti sempre appresso te stesso, e non è necessariamente una buona compagnia; e non viene mai meno la relazione con l’altro, di qualunque natura questo sia. Ieri, appena tornato, ho dovuto mettere le mani nel sifone del lavandino della cucina: non avevo le forze nemmeno per respirare, ma ho dovuto farlo. Mi sono dovuto piegare migliaia di volte di fronte a scene di questo genere e mi hanno insegnato, ogni volta, un aspetto dell’arte della pazienza.
Nell’eremo, come nel mondo, non incontri altri che te stesso. Senza sosta. Hai più tempo, i processi sono più dilatati, le pause più lunghe ma anche il vederti è più radicale. Il rumore del mondo, distraendoti, ti permette di scendere fino ad una certa profondità. Qui, nel silenzio più assoluto, qualunque aspetto di te, anche il più minuto, risalta, e, a volte ti squassa.
Credo che ciò che ci deve orientare non sia il desiderio di pace; ciò da cui non dobbiamo lasciarci scoraggiare non sia la difficoltà di faticare ancora per creare le condizioni di una vita diversa: dobbiamo lasciarci condurre da quella spinta a conoscerci, a fare i conti con noi e la vita, a vivere fino in fondo e senza riserve, a permetterci una vita vera. Dobbiamo lasciarci guidare da quella spinta che ci rende inquieti, anche dal desiderio di pace, certo, ma sapendo che la pace è il frutto di un processo: quando ho smesso di lavorare e sono entrato in questa dimensione, non ho incontrato la pace, ma i molti volti di me. La pace  è venuta dopo e, quando è venuta, non aveva alcun valore.

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