Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Nessuna vita è incompleta

Da un amico ricevo: “E quando ti rendi conto che la tua vita è permeata di una parsimonia esistenziale? Se per via di una incertezza sclerotizzata non riesci ad essere chi potresti/dovresti essere? C’è errore nel non realizzare il proprio dharma? O la mente costruisce quest’esistenza per far questa esperienza di potenzialità arrugginita e reagire nelle prossime vite?
Possiamo stabilire, innanzitutto, due principi:
-nessuna vita è immobile o incompleta, ma porta comunque a compimento quello che è lo scopo dell’incarnazione;
-vivere è manifestare un sentire di coscienza ed acquisirne nuovi gradi.
Una cosa è ciò che a noi appare della nostra e delle altrui vite, e una cosa ciò che in realtà essa è. La mente, l’identità, aspirano, desiderano, sono frustrate dalle nostre difficoltà e dai nostri limiti: vorrebbero che fossimo diversi, che le nostre vite avessero senso e pienezza. L’inquietudine della mente è un grande dono, ed è specchio di ciò che la coscienza non ha compreso, ma la mente/identità non sa che, aldilà del giudizio che proferisce su noi, aldilà della nostra apparente paralisi, tiepidezza, “parsimonia esistenziale”, il nostro sentire si sta comunque trasformando.
La mente non sa, perché nessuno glielo ha mai detto, che la vita non è altro che trasformazione del sentire di coscienza, tutte le vite, quella dell’assassino come quella del santo, quella del cerebroleso come quella del depresso, come quella del ricercatore.
La natura della realtà è trasformazione incessante del sentire, consapevoli o inconsapevoli che noi si sia. Indipendentemente da noi.
Nella paralisi più profonda la coscienza sta sperimentando e ricevendo dati; nell’attività più sfrenata sta verificando ciò che ha compreso: senza tregua verifica il compreso e acquisisce elementi che daranno luogo a nuove comprensioni.
Nessuno è fermo: la pietra è corpo della coscienza in trasformazione; il vegetale, l’animale, l’umano e il sovraumano sono coscienza in ampliamento e trasformazione.
L’amico parla dell’esperienza dell’incertezza che sclerotizza e impedisce di manifestare la propria natura.
Conoscendolo, so che ha provato in tutte le direzioni meno che in una: ha cercato di manifestarsi a partire da una certa proiezione di sé, voleva essere in un certo modo ed ha lottato per diventarlo. Conoscendolo posso azzardarmi a dire che, in fondo, non si è mai accettato, è stato sempre proteso verso un’altrove, una alterità.
Non ritenendo sufficiente ciò che ha realizzato, si sente frustrato e lo pervade il senso di una incompletezza. L’amico dimentica che le molteplici esperienze che ha vissuto lo hanno trasformato e plasmato interiormente, l’hanno reso un uomo per tanti versi diverso, più aderente alla vita, più presente all’altro. Nel suo bisogno di realizzare il suo modello e di vederlo riconosciuto dal suo prossimo, dimentica che la questione non è raggiungere una meta, né tanto meno (e questo lui lo sa bene) essere riconosciuti: la questione centrale è riconoscere il processo esistenziale nel quale si è inseriti e piegarsi al fatto che la vita ci mette nella condizione di apprendere non come noi vorremmo, attraverso le scene che preferiremmo, ma secondo il suo progetto e secondo le scene che lei ritiene più adatte a noi.
C’è incertezza, indeterminatezza, senso di incompletezza? E allora? E’ lo stato dell’arte, la conseguenza dei lavori in corso nell’officina. Si, nell’officina ci può essere disordine, ma questo non significa che siamo immobili o che non stiano avvenendo dei processi. C’è incertezza perché evidentemente ci sono spinte diverse e contrastanti tra loro. Con grande pazienza ci osserviamo, ci accogliamo, cerchiamo di lasciare andare le domande inutili e ci focalizziamo su quello che ci sembra un po’ più centrale. Facciamo dei tentativi, ci radichiamo al presente che la vita ci propone, ci spendiamo sapendo che è tutto quello che abbiamo. Impariamo a piegarci, a spenderci e a piegarci. Tutti i giorni, tutti i mesi e tutti gli anni, smettendo il grande lamento. Vedendo come abbiamo costruito tasselli di identità che appoggiano sull’affermazione: “Mi dolgo della mia incompletezza!”.
Tutto questo rappresenta una bella sfida per la presunzione della nostra mente che accetta malvolentieri, o non accetta affatto, la possibilità di piegarsi.
Purtroppo sempre dimentichiamo che i processi e le relative scene non sono stabilite dalla mente/identità, ma dalla coscienza il cui progetto solo di rado affiora alla nostra consapevolezza.

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  1. Quindi anche nelle situazioni apparentemente cristallizzate, di assoluto immobilismo, in realtà è in atto un processo di trasformazione. Mi viene da pensare alla pietra in bilico in cui l’azione del vento e dell’acqua ad un certo punto ne determina il movimento da un punto A ad un punto B. La pietra non ha fatto nulla, ma la Vita attorno l’ha necessariamente portata a muoversi.

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