Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Il primo “altro da sé” ad affacciarsi è mio padre

Papà era un omone alto quasi due metri e il suo fisico si intonava alla grandezza interiore. Mi ha mostrato come si vive e come si muore e, in mezzo, a non dare niente per scontato.
Mi ha insegnato cos’è l’amore incondizionato per i figli, senza aspettative, gratuito, rispettoso, libero, responsabile. Mi ha trasmesso un senso di fiducia che come un seme piantato nel nucleo germoglia e cresce con le stagioni della vita.
Papà ridimensionava ogni cosa, in particolare la mia tendenza infantile a drammatizzare. Una delle sue frasi ricorrenti era: “Vediamo di non metterla giù troppo dura”. I viaggi in auto erano occasioni per confrontarsi sui temi dell’esistenza e lui lo faceva con noi figli (cinque) da pari, mettendosi in gioco. Le responsabilità che ricopriva nel mondo crescevano, in lui, di pari passo all’umiltà e alla riconoscenza. Spesso ricordava senza retorica che quel che sapeva fare lo aveva imparato da altri e la sua curiosità lo portava ad avvicinarsi a tutto con disponibilità e voglia di imparare.
Nell’ultima fase della sua malattia, con una consapevolezza che lo ha accompagnato fino alla fine, un giorno mi ha detto: “… Se ci sono riusciti milioni di altri uomini sarò capace anch’io”. Si riferiva al morire. Mi ha colpito come l’identica frase avesse risuonato in me durante il travaglio del parto.
Nelle ultime ore in cui è stato nel corpo la comunicazione si è spostata a livelli sempre più sottili; ho imparato a leggere le sue labbra, o forse il pensiero: ha chiesto di dare un bacio a mia madre. Quando l’ultima espirazione si è compiuta mi sono sentita con nettezza e forza “risucchiare fuori” da tre vortici: nel ventre, nel petto, in mezzo alla fronte. Allora avevo solo vagamente sentito parlare di chakra ed ero estremamente scettica nei confronti  di chi si riempiva la bocca del termine “energia”, ma ho riconosciuto senza possibilità di dubbio un fenomeno energetico che transitava attraverso quei punti.
Andandosene ci ha lasciato un senso di pienezza e di unione che tuttora permane. Qualche giorno dopo la sua morte abbiamo trovato fra i files del suo pc un messaggio. Papà si congedava passando in rassegna le caratteristiche e le capacità di ognuno di noi figli e mandava una dichiarazione di tenerezza inesauribile a nostra madre. A sua sorella, con la quale non è mai andato d’accordo, diceva: “Peccato, ma è andata così”. In calce al messaggio, semplicemente queste parole: “Policlinico di Milano, la data ancora non la so”.

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  1. Vivo le tue parole come un dono di cui ti sono grata. L’essenza della dolcezza di una vita, di una relazione.

  2. Mi associo a Roberto… grazie per la verità, la bontà e la giustizia che si respira tra queste parole

  3. Grazie Francesca, di queste parole vere.

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