Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

La perdita di senso nella via spirituale

Diverse amiche di questo sentiero dichiarano di vivere un periodo di svuotamento interiore: una perdita di interesse per ogni aspetto della loro esistenza.
Un percorso esistenziale e spirituale che dura nel tempo e che conduce ad una osservazione continua e profonda di sé, che ci toglie dal ruolo di vittime e ci impedisce di puntare il dito sull’altro, colpevole sempre di tutti i nostri mali, svela le fasi della vita, il ritmo di fondo dei nostri giorni e del nostro cammino esistenziale.
Le fasi di questo ritmo sono: creatività-svuotamento. Nella fase creativa viviamo uno slancio, uno stato interiore in cui ci sembra che molte cose siano possibili: sentiamo la realtà nostra e della vita e la possibilità di darle forma; sul dubbio prevale la possibilità. Nello svuotamento questo stato viene meno: ci sembra che nulla abbia particolare senso, valga la pena di essere messo in cantiere, la spinta creativa sembra scomparsa, i dubbi avanzano.
Una persona che coltiva la consapevolezza non può non vivere questi stati: è la sua consapevolezza che le permette di coglierli; sono gli strumenti della via che ha interiorizzato che non le permettono di fuggirla.
Allo slancio segue il ritrarsi, all’estate l’autunno. Il dichiararsi primaverile conduce alla maturità un po’ statica del’estate e questa ripiega nel gesto introversivo, e fondamentalmente passivo, dell’autunno. Le stagioni della natura sono anche il ritmo del nostro procedere nella vita;  cogliamo anche, essendosi affinata la nostra consapevolezza, la sostanza dei ritmi cosmici nei quali noi, tutti gli esseri, tutto l’ambiente, siamo inseriti.
Ma il ritrarsi, che sia noi che altre vie chiamano anche “il deserto”, è una fase inevitabile con una sua funzione specifica: come l’autunno-inverno, come la notte, come la morte è pausa di sedimentazione, non necessariamente di riflessione, anche se sarebbe auspicabile; dopo lo slancio, l’acquisizione, l’aver accolto impulsi e provato ad incarnarli, essersi spesi e aver progettato, segue questa fase dove tutto questo perde senso e viene relativizzato. Nelle nostre giornate e nel nostro cammino sembra non esserci più alcun senso particolare; ci ritroviamo a procedere ma non sappiamo che senso abbia e se ne valga ancora la pena.
Il deserto è determinato dal lutto della mente che non ha più le novità di cui alimentarsi, e da un ritmo proprio della coscienza e dell’intero sistema che impongono pause nei processi di apprendimento-trasformazione.
Il lutto della mente: la routine del quotidiano, dell’apparentemente sempre uguale che ritorna implacabile, produce prima una ribellione poi una depressione, uno svuotamento nel suo tentativo di avere sempre continui stimoli. L’aver interiorizzato il principio dell’impermanenza, dell’abbandono, della resa, uniti alla routine, insieme affamano la mente che entra in una fase di non-senso.
Questa è la ragione per cui in non poche cosiddette situzioni spirituali vengono di continuo proposti stimoli nuovi, ed è la ragione per cui noi tendiamo a togliere tutti gli stimoli proponendo un cammino estremamente routinario.
La mente affamata, o brama o si deprime: nella persona della via spirituale è molto comune la seconda.
La pressione della coscienza al realizzare scene di esperienza e di comprensione non è costante: a volte preme per ricevere dati, a volte sistema i dati ricevuti dalle esperienze; se una fase di bonaccia nella pressione della coscienza si lega al lutto della mente, il deserto può essere particolarmente profondo.
Passerà, come tutte le cose. Cosa possiamo fare? Essere consapevoli della vera natura di ciò che ci sta accadendo, non preoccuparci per la perdita di interesse su ogni cosa, sapere che tutto questo è fisiologico nella via spirituale e dovremo farci i conti innumerevoli volte.
Il perdere non è tanto una scelta nostra: veniamo messi nella condizione in cui non possiamo che perdere, con l’inevitabile corollario di emozioni e pensieri pessimisti, ombrosi, apatici, luttuosi.
Ma non bisogna perdere la propria vita per trovarla?
Per interiorizzare e comprendere la vita e noi stessi nell’ottica dell’impermanenza, della rappresentazione, del non tempo, dell’unità sostanziale di tutto ciò che è, si passa per la porta stretta della perdita di senso.

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  1. Bisogna ricordarsi il processo, le ragioni che hanno condotto a quella decisione. Sono ancora valide quelle ragioni? Se guardi le ragioni e osservi quello che la mente vi ha messo sopra, puoi togliere il condizionamento e ritrovare slancio. La volontà va usata per analizzare le ragioni, non per imporsele.
    Quella nebbia è uno dei modi della identità di mettersi nella condizione di resistere e non scegliere: se vai a vedere, quella nebbia, è stata presente altre volte nella tua vita e sempre ha dato luogo ad un lasciarsi campare.

  2. Dobbiamo avere consapevolezza dei nostri ritmi. Dopo aver sputato tanto sangue, aver destabilizzato la mia Vita, fatto passi impensabili, la mia Coscienza sta incasellando i dati e la mente è a lutto ( perché vorrebbe altro e subito ). Questo spiega la depressione, il dubbio, la paura, il vuoto che provo che non si motiva se non per la perdita dell’orizzonte a cui la mente era abituata e per la fame che la mente ha del nuovo come del resto la noia che ha del quotidiano. Un cambiamento radicale diventa, dopo un po’, un evento appartenenente al già fatto, quindi noto e abituale. Mi riporto al processo di consapevolezza che mi ha portato alle mie scelte non ancora compiutamente realizzate e questo mi da forza per non lasciarmi travolgere dai soliti trucchetti. In questi casi occorre esercitare la Volontà per portare avanti un progetto che ora mi sembra tanto nebuloso come fino a poco tempo fa chiaro e luminoso??

  3. La Sacra Scrittura ci fornisce una chiave di lettura particolarmente raffinata e mirata della nostra condizione . Il limite e la fragilità ci caratterizzano come creature, non abbiamo il dono dell’onnipotenza come ci vorrebbe far credere un sistema che tutto pensa di controllare, vita e natura compresa. Ci rendiamo conto di fronte al limite più grande, sofferenza o morte, che le nostre certezze sono fragili, nè la virtù come i greci pensavano, nè la ricchezza come purtroppo si tende a pensare ora ci può salvare la vita. ” Io sono la Via, la Verità e la Vita” , ” Sono la porta stretta”, ” Nel deserto preparate la via del Signore”. Ci sono fornite dalla Scrittura, se accostata con sapienza , delle risposte che nessuno può darci.

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