Un’altra forma d’identità, quella del vento che va [vdc45]

Le basi della Via della conoscenza. Il deserto interiore, senza più attese rispetto alla meta, si presenta a voi come un terreno arduo, che minaccia la vostra identità. Su che cosa l’avete in parte costruita in questi anni di colloqui con noi?
Partecipante: Sull’idea di una maturazione.

E di crescita e di conquista e di aspirazione a quel Divino che pervade tutta la vostra vita nei singoli atti; chi più e chi meno, chi declinata in un verso e chi in un altro.
Morta la vostra meta, vi si toglie quella parte d’identità che avevate costruito sul percorso spirituale, e allora della vostra identità rimane solo quella neutra, che non sapevate di avere e che per la vostra mente non è gratificante, poiché la vostra mente ha bisogno di connotare e la parte neutra è senza connotazioni.

“Un’altra forma d’identità”

A voi non dà identità ciò che si basa sulla neutralità di ogni azione, pur sempre portante i vostri limiti; anche le vostre miserie sono neutre, se però non riferite sempre a una meta che vi fa domandare se siano utili o non utili alla meta o se la intralcino o non la intralcino. Ed è in quel deserto interiore che può nascere un’altra forma d’identità che è quella del vento che va, cioè l’identità di essere solo un soffio.

Noi sappiamo che l’umano può arrivare perfino ad accettare il proprio essere neutro, ma solo a parole e non quando poi lo vive; chi lo vive, prova tutta la difficoltà di essere torchiato da una forza che lo costringe a restare stretto nel deserto della propria interiorità; però è proprio questa la radicalità dell’incontro con il Divino, mentre in voi resta sempre presente l’attesa di quell’incontro, senza mai riuscire a mettere seriamente in dubbio la continua presenza di una vostra seppur piccola identità fino e oltre l’incontro e la scomparsa nell’Assoluto.

Invece è proprio in quel deserto che si apre uno spazio all’onda del Divino e all’imporsi di quella naturalità che vi fa continuare a fare tutto ciò che, un tempo, voi ritenevate positivo per un cammino interiore, nonostante ora non troviate più né il gusto per una meta e né un significato che giustifichi quell’agire, restando perciò stretti nel non senso di quel deserto interiore.

“La profondità delle relazioni”

Quando l’uomo scopre che in lui non c’è più una meta o dubita sul fatto che possa esserci una meta da raggiungere, che cosa può dire della sua capacità di accettazione del diverso? Se prima, quando aveva una meta, si diceva che doveva accettare il diverso e aprirsi al diverso, essendo questo la misura di quanto lui progrediva e di quanto accoglieva il Divino, morta la meta in lui saltano tutte le concezioni sui rapporti profondi e così può scoprire che la profondità delle relazioni sta proprio nell’essere naturalmente e inderogabilmente legato all’altro, pur magari non volendolo, ma non potendo non esserlo.

Raccolta fondi per le iniziative editoriali del Sentiero contemplativo

Lì inizia la capacità di accettazione del diverso, che non è però una sua capacità, poiché il Divino ha invaso la sua vita e quell’individuo non può più sottrarsi. In questo c’è tutto il dramma dell’uomo che rinuncia a maturare per consegnarsi a ciò che accade ma niente matura, però prima lui matura.

[…] Il deserto interiore si presenta quando un uomo ha cominciato a dubitare seriamente che ci sia una meta. Questo vuol dire che in lui è stato messo in dubbio, o comincia seriamente a esserlo, tutto ciò che la sua mente dice sul percorso evolutivo e che, magari per anni, è stato il suo punto forte, la sua ansia, il suo desiderio.

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Catia Belacchi

Adesso, da grande, dopo tante esperienze e letture come questa, so per certo che non c’è nessuna meta, né questo CdC, si sente privato di qualcosa. La neutralità è diventata un modo di stare.

Leonardo

“La profondità delle relazioni sta proprio nell’essere naturalmente e inderogabilmente legato all’altro, pur magari non volendolo, ma non potendo non esserlo.” Questo può accadere quando abbiamo esperienza e comprensione nel sentire che Una è la Vita

Elena

Una pienezza, radici forti in quel che c’è, uno stare sulla scena creata.

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