La fede o l’esperienza della natura autentica?

La conseguenza logica è che la liberazione non è lo sradicamento delle impurità mentale […] ma la fede nel fatto che si è illuminati fin dall’inizio, ovvero l’insight della propria vera natura.

L’illusione nasce dall’ignoranza della nostra vera natura, ma attraverso la pratica contemplativa ci si può rendere conto del fatto che i pensieri illusori non hanno realtà e far sí che la purezza della vera natura si manifesti pienamente. A.Tollini, Lo Zen, Einaudi, pag. 43.

Quelli che seguono sono appunti rivisti approssimativamente.
Non ho particolari osservazioni a queste considerazioni di Tollini ma mi urtica l’uso del termine fede, abusatissimo in non pochi ambienti compreso quello zen dal quale provengo.
Nel Sentiero usiamo il termine ‘fede’ per indicare quel ‘fuoco’ interiore che esiste in ogni creatura e che la ‘chiama’ a vivere la propria ‘natura autentica’.

Il fuoco in sé esiste ma può non essere consapevole, come liberarlo, portarlo a consapevolezza e prassi?
Avere fede che quel fuoco esiste, cosa significa? Crederlo con la mente? Aderire a una credenza, a un archetipo? Ricordo che si aderisce a un archetipo con tutti i corpi: sentire, mente, affettività, azione.

Cosa implica l’adesione a un archetipo?
Che sia sentito, dunque che una parte del sentire sia già strutturato per contenerlo*.
Ma il ‘sentire totale’, complessivo, già tutto conosce e contiene in sé, dunque è il sentire relativo, illusorio, quello che si acquisisce attraverso le esperienze incarnative, che deve contenere/essere consapevole di quel fuoco.

A questo secondo livello dobbiamo aspettare che il sentire sia maturo per avvertire quel fuoco.
Ma al primo livello, quello della natura autentica? Quello già c’è, possiamo sperimentarlo se nella consapevolezza del sentire illusorio ancora non è maturato?
È questa dunque la fede di cui parlano? Aprirsi a qualcosa che si è, ma di cui ancora non si ha chiara consapevolezza ed esperienza? È coltivare qualcosa che ancora non si sente per il fatto che altri ci garantiscono che è così? È educarsi a questa dimensione?

Immagino che la fede di cui parlano sia tutto questo e altro ancora. Nella mia esperienza, quel fuoco che conosco in che modo è condiviso con altri che ugualmente lo conoscono in maniera diretta, e con quelli che invece ne sentono il richiamo ma ancora è per loro sfuggente?

Con i primi è esperienza nel sentire condivisa, quindi non c’è niente da fare: il sentire illusorio è maturo per quel fuoco e sente la vibrazione della natura autentica, lo si può sentire assieme.
Con i secondi è importante la frequentazione della comunità e del maestro, la formazione, la pratica meditativa e contemplativa, l’immersione in ambiti vibratori che, permettendo di disconnettere dall’identificazione col divenire, liberano aspetti di natura autentica, di consapevolezza del fuoco.

In questo caso, alla persona che non ha ancora maturato il sentire necessario, si presenta comunque un embrione di esperienza della totalità e quella persona può perseguire la via della unificazione non per fede, ma per esperienza diretta, anche se parziale, conosciuta nei propri corpi.

In tutti gli anni d’insegnamento il mio sforzo costante è stato quello di fondare il cammino delle persone che venivano qui, non sul credere, non su una fede comunque declinata, ma sull’esperienza concreta, sul lasciarsi attraversare da stati di coscienza che affluivano dalla condizione unitaria, pur non cadendo mai nella ricerca dei ‘fenomeni’ per cui non è stato coltivato alcun interesse.
Così sperimentando, ogni passo indietro sarebbe stato più arduo, e il cammino più spedito.

Non è questo il cuore della trasmissione da maestro a discepolo?
Non è anche una immersione in un ambito vibrazionale che permette l’apertura di finestre su sentire comunque esistenti anche se non prossimi nel proprio sentire relativo?
Non emerge così l’importanza imprescindibile dello sperimentare, e del farlo assieme ad altri?

*Ricordo che esiste il sentire totale nell’eterno presente, e il sentire relativo (illusorio) nel divenire.


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Nadia

Difficile commentare, nonostante diverse riletture del post..

Natascia

“Non è questo il cuore della trasmissione da maestro a discepolo? Non è anche una immersione in un ambito vibrazionale che permette l’apertura di finestre su sentire comunque esistenti anche se non prossimi nel proprio sentire relativo? Non emerge così l’importanza imprescindibile dello sperimentare, e del farlo assieme ad altri?” Questo per me è centrale. Nella consapevolezza che l’altro è per me inconoscibile, riconosco nel Sentiero, e nell’intento di chi lo fondato e guidato, l’impegno, la visione, il merito di aver messo a disposizione di ognuno un insegnamento che permette la decodifica del proprio Sentire e condividerlo. Senza bisogno di farne qualcosa di eclatante, ma dando ad ognuno la possibilità di sperimentarlo nel proprio quotidiano, per quanto banale possa apparire. Questo mi ha permesso di abbandonare certi timori che mi hanno fatto sempre percepire un po a margine e avere la gioia di sperimentare la Comunione. Per questo sorge profonda gratitudine

Leonardo P.

Tante questioni. L’suo del termine “fede” da parte di Tollini che è un accademico, un intellettuale, uno studioso. “Intellettuale”, “accademico”, “studioso” tre aggettivi che qualificano non solo questo autore ma un’intera categoria occidentale di pensatori che privilegiano esclusivamente un approccio mentale. A volte penso che l’appartenenza alla terza razza (fondata sul mentale) giochi un ruolo rilevante in questa ricezione di ciò che è “spirituale”. Ecco che la “fede” viene declinata in diverso modo ma sempre secondo il “pensiero”. La “fede” la si è letta, o la si è ascoltata, ma difficilmente vissuta come esperienza del sentire, ovvero mai sentita. La fede come “l’esperienza della natura autentica” non solo non è vissuta né esperita, ma la sola possibilità allontanata e respinta come “mistico”. Credo che sia uno dei più grandi errori del pensiero e della filosofia occidentale aver diviso il “mentale” dalla dimensione esperienziale che chiama in campo il sentire e l’unità. In questo modo il pensiero è diventato pura speculazione e l’esperienza unitaria “il mistico”. Cosa fa il Sentiero? Tenta di tenere insieme le due dimensioni. Così nel tempo ha sviluppato un paradigma che non è speculazione ma articolazione dell’esperienza unitaria. Un pensiero fondato sull’esperienza diretta di quel fuoco o fede, nelle modalità da te descritte. Il rapporto tra discepolo e maestro da questo punto di vista si gioca sul sentire: non siamo all’università dove la trasmissione avviene tra professore e studente essenzialmente attraverso il mentale.

Ultima modifica 1 mese fa di Leonardo P.
Leonardo P.

Aggiungo, rispondendo a queste domande: “Non è questo il cuore della trasmissione da maestro a discepolo? Non è anche una immersione in un ambito vibrazionale che permette l’apertura di finestre su sentire comunque esistenti anche se non prossimi nel proprio sentire relativo? Non emerge così l’importanza imprescindibile dello sperimentare, e del farlo assieme ad altri?” Se chiaro quanto scritto sopra. Come e dove si attua una esperienza del genere? Solo nella comunità monastica. Pensiamo all’esordio della filosofia: Pitagora, Platone, Epicuro e Stoici, Plotino, ecc. Non avevano fondato altrettante comunità dove si esperiva l’unità oltre che parlarne? Pensiamo solo al metodo dialogico socratico-platonico fondato sulla relazione e lo scacco. Quel senso della comunità a me sembra recuperare il Sentiero.

roberto

Grazie Leonardo per il puntuale e illuminato contributo.

Catia

Tollini parla di fede rispetto al fatto che si è illuminati fin dall’inizio, che l’illuminazione è nella nostra vera natura e che questa la si scopre con la pratica contemplativa. Usa il termine fede ma, in questo caso forse era meglio convinzione, fiducia , certezza. La fede è anelito, “fuoco”, come tu dici, verso ciò che permette il manifestarsi della nostra natura autentica. Ora fin dal primo approccio allo Zen, mi aveva, in un certo qual modo, disturbato il fatto che leggessi “certezze”, che non indicavano la via, per acquisirle. Come arrivare o riconoscere la pratica contemplativa, che cita Tollini? È sufficiente la meditazione? Chi ti aiuta a capire se la mente ti porta fuori strada? Ecco che le risposte le ho trovate nel Sentiero dove pratica, insegnamento, sprone, correzione sono stati un tutto unico, grazie alle intuizioni profonde del maestro che chiamiamo Buon Amico.

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