Brani di fonti diverse per la meditazione personale 2

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Indice: Osservare con la coscienza|La funzione dell’Io|Rendere l’Io instabile|Silenzio interiore|L’amore per sempre|La vera comunicazione|Il divino è il deserto|Inibiti al flusso della vita|La disconnessione|La sacralità del quotidiano|L’unità dentro gli opposti|Il limite come mistero|Vivere con serenità|L’origine della paura|Anche se non capite|Ascoltare l’akasico|Guardatevi attorno|Vivere come se fosse l’ultima stagione|Ti amerò per come sei|Carattere e personalità

1. Osservare con la coscienza

Voi avete la responsabilità non di combattere il vostro Io, perché il vostro Io non va combattuto, ma di stare attenti, di porre attenzione a quello che voi fate – quindi a ciò che il vostro Io compie – nel corso dell’incarnazione. Non avete il compito di contrastare l’Io, ma avete il compito di assumere elementi affinché la vostra comprensione aumenti e, quindi, aumentando la vostra comprensione, il vostro Io si modifichi.

Questo significa “osservare l’Io con la propria coscienza”; non osservarlo per giudicare “ho fatto giusto, ho fatto sbagliato”, questo è sempre l’Io che lo fa. Quello che osserva è qualche cosa che va oltre al pensiero, oltre la dualità; è qualche cosa, appunto, che è collegata al sentire, alla comprensione più intima dell’individuo. (Da Cerchio Ifior sf31)

2. La funzione dell’Io

Non dobbiamo dimenticare, infatti, che l’esistenza dell’Io – e l’insieme dei cicli che lo attraversano – non è fine a se stessa né resta delimitata all’interno dei corpi inferiori ma esiste allo scopo di portare al corpo della coscienza la gran massa di dati legati alle reazioni dell’Io nella sua totalità, affinché venga alimentato il grande ciclo principale dell’individuo, quello che porta dall’esperienza alla comprensione della coscienza la quale rimette in circolo la nuova comprensione con il risultato di modificare l’Io e le sue reazioni all’esperienza finché, ottenuta la comprensione, il processo incarnativo non avrà più ragione di essere e l’individuo abbandonerà il ciclo delle rinascite. (Da sf33)

Ologrammi: Piero Angela alla Triennale di Milano

Commento
L’Io è una risultante di processi, di flussi di dati, non un corpo. È un effetto, una conseguenza, una interpretazione, un ologramma risultante da una moltitudine di dati che stanno scorrendo tra coscienza – veicoli transitori – esperienza e viceversa.

È una sintesi di dati accorpati che vengono portati alla coscienza, la quale, dall’analisi di questa sintesi, trae la consapevolezza dello stato dell’opera e adegua gli impulsi che manda ai suoi corpi – impulsi che poi divengono esperienze – in relazione al fine che si è posta, alle comprensioni che vuole conseguire.

3. Rendere l’Io instabile

Questo aspetto (riferito anche a quanto affermato nel brano 2) non è fine a se stesso ma possiede una sua funzione ben precisa: quella di rendere l’Io instabile e insicuro, in maniera tale che il suo tentativo di controllare ciò che, in realtà, non può controllare, lo induca a reagire in maniera da rendere manifesto con le sue reazioni all’osservatore (il corpo della coscienza) quello che ancora non ha capito o ha capito solo in maniera approssimativa. (Da Cerchio Ifior sf 33)

4. Silenzio interiore

Quello che potete veramente fare è cercare di creare dentro di voi un canale vibratorio attraverso il quale i dati di ritorno dell’esperienza possano muoversi verso la coscienza il più velocemente e il meno inquinati possibile, cercando di fare dentro di voi quel silenzio interiore che molti maestri del passato hanno cercato di far comprendere, e che non è il silenzio di chi è fermo e non agisce ma di chi lascia fluire dentro di sé le vibrazioni che lo attraversano. (Da Cerchio Ifior sf 34)

5. L’amore per sempre

[…] Affermiamo che i rapporti d’amore che create nel corso delle vostre esistenze sono per forza di cose eterni e indissolubili e restano scritti nell’Eterno Presente, nelle vostre coscienze, in maniera tale che ogni volta che nel corso del vostro continuo immergervi e uscire dalla materia all’interno del piano fisico essi saranno pronti a riallacciarsi, a ritrovare quel contatto d’amore quando vi troverete a condividere un altro periodo di esistenza assieme a coloro che avete amato in altre vite.

Questi rapporti d’amore sono il substrato su cui si va tessendo, un po’ alla volta, lentamente ma con costanza, l’intero tappeto della coscienza della materia akasica di cui fate parte; sono le cellule, gli atomi, le monadi, i primi elementi coi quali mettete in comune la vostra capacità di amare e di essere amati; costituiscono quell’ordito di base che arriva a farci affermare che l’Archetipo Permanente più grande e importante, che in sé tutto racchiude e comprende, è l’archetipo dell’Amore, ma amore inteso come donazione di se stessi, amore inteso come capacità di dare agli altri senza aspettarsi di ricevere nient’altro in cambio; l’amore che, per esistere, basta a se stesso e non ha bisogno di null’altro; qualcosa di apparentemente così lontano dalla vostra qualità e dalla vostra essenza di oggi. (Da Cerchio Ifior sf 35)

6. La vera comunicazione

La vera comunicazione; che deve essere il più completa possibile; deve contenere i sentimenti, i moti interiori, i ragionamenti e deve contenere qualsiasi elemento che proviene dal vostro più intimo sentire. Deve, insomma, contenere voi stessi.

7. Il Divino è il deserto

Il deserto è quindi solo lo stato naturale di chi, una volta vissuto l’iniziale tormento interiore, ha finalmente accettato che l’unica cosa che conta è davvero la propria dissoluzione e a lui si presenta allora come uno stato profondo di chi ha rinunciato a darsi risposte ed ha incominciato a capire che l’unica domanda da farsi è che cosa gli stia raccontando la propria mente in ogni momento.

L’esperienza del deserto interiore può servire all’umano per fargli incontrare ogni sua concettualizzazione sul Divino, su se stesso e sugli altri. Però, quando voi ci sentite dire che dentro quel deserto il Divino è assenza, vi immaginate qualcosa che entra nella vostra vita e vi costringe a mollare la presa. Invece, dentro il deserto il Divino è proprio il deserto e la recrudescenza di quel deserto!

E chi è il Divino nelle relazioni che si vivranno dentro quel deserto? Il Divino è l’altro, comunque parli o comunque agisca. Il Divino non è una forza esterna che agisce su di voi o una forza interna che vi libera, ma è ciò che potete incominciare a concettualizzare per distruggere ciò che avevate concettualizzato prima. Questo è il Divino. (Da vdc50)

8. Inibiti al flusso della vita

Quando incomincerete ad accorgervi che non c’è niente di ciò che interpretate attraverso la vostra mente, allora potrete coglie tutta l’illusorietà di ciò che ritenete importante piuttosto che non importante, oppure indispensabile piuttosto che semplicemente utile.
Scoprirete che tutte queste distinzioni sono solo un modo attraverso cui venite inibiti al flusso della vita, e allora potrete incominciare a disconnettere, dubitando di ciò che la vostra mente vi propone come lettura del quotidiano. (Da vdc51)

9. La disconnessione

Quando un individuo non sa più distinguere cosa sia importante per lui – a esclusione di ciò che gli impongono i vincoli sociali e relazionali – o comunque quando inizia a dubitare di ciò che riteneva importante, entra in una fase in cui è possibile la disconnessione.

Disconnettere significa avviarsi verso una strada in cui non si saprà più chiaramente quale cosa fare per sé, se non ciò che consente di vivere e di adeguarsi agli obblighi sociali; vuol dire entrare in una situazione in cui non è né piacevole e né amabile stare e in cui qualcosa si distrugge di se stessi.

Inoltrarsi dentro la disconnessione significa avviare il più grande paradosso che l’uomo possa mettere in atto, dentro il quale si giunge a domandarsi: “Io chi sono? Sono colui che di volta in volta, di fronte a un’azione nel quotidiano, entra nel dilemma se farla o non farla senza più il sostegno di tutto ciò che aveva costruito precedentemente”. (Da vdc51)

10. La sacralità del quotidiano

La vostra struttura mentale è ciò che conserva voi stessi nel vostro quotidiano e vi costringe a stare dentro i confini che essa pone nell’interpretare il quotidiano, e perciò vi impedisce di guardare il quotidiano come sacralità, continuando a dissacrarla.

La sacralità del quotidiano si mostra quando voi non ci siete più, perché nel dubbio muoiono tutte le vostre etichette e appare che il quotidiano è unità di tutto ciò che alla vostra mente appare diverso.
A quel punto tutto è legittimo nel quotidiano visto come sacralità: anche l’offesa o il vilipendio, così come l’atto di gratitudine. Tutto è legittimo se considerate il quotidiano nella sua sacralità, però non può esistere sacralità laddove è presente una struttura mentale. (Da vdc52)

11. L’unità dentro gli opposti

La sacralità sta nell’unità: l’unità dentro gli opposti, e non tra gli opposti, perciò tutto ciò che stabilisce un confine fra un opposto e l’altro infrange la sacralità.
La sacralità nasce proprio dal fatto che niente è amore o non-amore, indulgenza o non indulgenza ma che c’è indulgenza nella non indulgenza e che c’è non indulgenza nell’indulgenza.

E quindi c’è amabilità nella non amabilità, e non amabilità nell’amabilità, solo se muore quell’etichetta, dato che ogni etichetta rispetto a due opposti stabilisce che non si può essere l’uno e l’altro contemporaneamente.
[…] Non c’è mai un opposto senza che dentro quell’opposto ci sia anche l’altro, altrimenti non si potrebbe capire come da un certo opposto possa nascere l’altro. (Da vdc52)

12. Il limite come mistero

Se muoiono le etichette, si scopre che ogni azione ha una sacralità nonostante il limite, e che, nel momento in cui spariscono le etichette, la sacralità non sta nel limite, ma in ciò che il limite non può narrare quando è visto come limite, e in ciò che il limite invece narra quando è visto come mistero da cui deriva la sacralità. Perché il limite è un mistero, perché la sacralità è un mistero, perché l’esserci voi è un mistero, perché continuare a vivere è un mistero, perché morire è un mistero e perché niente c’è se non il mistero. (Da vdc53)

13. Vivere con serenità

Cercate di vivere con serenità queste situazioni; cercate di rendervi conto che qualsiasi situazione, anche la più difficile che vi si può presentare nel corso delle vostre vite, se osservata con accettazione di se stessi e con tranquillità, ha in sé comunque una parte positiva che voi potete trovare e scoprire; e scoprire questa parte positiva vi aiuterà a essere più sicuri di voi stessi, vi porterà a non aver più paura della vita, vi porterà ad andare incontro alle situazioni certi che, comunque, per quanto possano essere situazioni di sofferenza, alla fine tutto si risolverà in un vantaggio per la vostra coscienza e, quindi, per tutto il vostro più intimo essere. (Da A1)

14. L’origine della paura

La cosa più comune della paura è data dal fatto che essa si fonda principalmente sul desiderio. Le vostre paure, in tutte le vostre fasi della vita, nascono tutte dall’impressione di non riuscire ad accontentare, a esaudire i desideri che di volta in volta vi si presentano nel corso della vostra vita.

Il neonato desidera il cibo e ha paura di non riceverlo, il ragazzo desidera essere in grado di dimostrare se stesso all’ambiente che frequenta e ha paura di non riuscirci; l’innamorato desidera raggiungere un vero rapporto d’amore con l’altro individuo, ma si rende conto che sarà una cosa difficile, faticosa e certamente non sicura di arrivare a buon fine; e l’individuo in punto di morte desidererebbe poter rimediare a tutti gli errori che si è reso conto nel tempo di aver commesso e per i quali non ha più tempo – crede lui – di poter rimediare. (Da Cerchio Ifior A2)

15. Anche se non capite

Quello che dovete fare è stare attenti a voi stessi; e ritorniamo alla solita osservazione di voi stessi, in cui voi dovete:
– osservarvi senza usare la mente,
– guardarvi senza sapere cosa guardate e, più che altro,
– non fare assolutamente nulla!

Lo so che vi sto chiedendo qualcosa che vi sembra impossibile, eppure, vedete: quando noi vi diamo questo insegnamento così difficile e fumoso per tutti voi, non vi rendete conto che il solo fatto di pensare a questa tecnica – chiamiamola tecnica, anche se il termine è improprio – provoca in voi, al vostro interno, nelle vostre vibrazioni, delle risonanze tali che predispongono le vostre vibrazioni a permettere che questa cosa avvenga sempre più facilmente, sempre con maggiore fluidità; quindi, anche se voi razionalmente non capite quello che dovete fare, state tranquilli che c’è qualcosa di voi stessi che capisce e che, comunque sia, agisce.

16. Ascoltare l’akasico

D – Dov’è che noi dobbiamo ascoltare l’akasico?
Ma non potete ascoltarlo! È troppo rarefatta la vibrazione che manda il corpo akasico perché voi, col cervello e con la vostra mente, riusciate veramente a comprendere; potete comprendere che c’è qualche cosa che vi attraversa che esula dai vostri corpi transitori, questo sì; però riuscire a precisare quello che arriva dal corpo akasico è molto, molto difficile, è qualcosa che accade spontaneamente, è qualcosa che vi fa agire in maniera tale che voi non vi accorgete neanche di aver agito, perché è una cosa «sentita».

D – Cioè ti viene fuori dall’istinto?
Diciamo che è una sorta d’istinto; con la differenza che, essendo veramente spontanea, interiorizzata e parte di te, consapevole e compresa dal tuo corpo akasico, tu lo farai senza neanche accorgertene.

D – Sì, però, quando è completo allora lo fai senza accorgerti, ma quando è ancora inquinato dalla mente, io penso che ci sia qualche scintillina che si muove…
Ma non c’è nulla che possiate fare!

D – Allora perché dici «ascoltatevi»?
Perché se voi vi ascoltate, certamente permetterete ai dati che state vivendo di arrivare alla vostra coscienza in maniera migliore.

D – Sì, ma tu hai appena detto adesso che facciamo fatica, perché la nostra mente comincia a elaborare e fa un gran caos.
Certamente; ma non è la vostra mente che ascolta, è il vostro corpo akasico. Quando noi vi diciamo «osservate», creiamo un canale tra il vostro corpo akasico e i vostri corpi inferiori – un «canale preferenziale», come dicevo prima – e, in realtà, l’osservazione vera la fa il corpo akasico, non la fate voi.

D – Come faccio a farlo fluire? Mettendomi tranquillo, calmo…
Lasciando fluire il più possibile quello che attraverso voi fluisce, quindi cercando di accettare voi stessi, non andando a cercare elementi complicati; basta che cerchiate di essere voi stessi il più possibile; quello che voi pensate, credete, ritenete, sentite di essere voi stessi.
Nel momento in cui vi comportate da altruisti mentre sapete di essere egoisti, in quel momento non aiutate il corpo akasico! Lo aiutereste molto di più se vi comportaste da egoisti rendendovi conto di essere egoisti!

17. Guardatevi attorno

Guardate le persone con cui venite a contatto: per ogni persona con cui non riuscite a stabilire un rapporto d’amore ce ne sono cento che vi accompagnano nel vostro faticoso cammino, con le mani tese per cercare di afferrarvi quando state per cadere, con il sorriso pronto quando la tristezza sembra l’unica vostra possibilità, con le parole di cui avevate bisogno per essere spronati, incoraggiati, sostenuti nel momento in cui la vostra mente sembra aver perso la sua spinta a cercare di comprendere, con l’amore di un attimo, di un giorno o di una vita messo lì, ai vostri piedi affinché voi possiate placare la vostra sete di condivisione, di rapporto, di unione. Viola, CI, da A5

18. Vivere come se fosse l’ultima stagione

Mi sembra già di sentirvi obiettare: «Belle parole, ma se io scopro, per esempio, di avere una malattia mortale, cosa ci posso fare?». Tantissime cose, miei cari, veramente tantissime.

Potete cercare di vivere il più intensamente possibile a livello di coscienza i giorni che vi restano.

Potete interrogarvi su voi stessi e la vostra vita fino a quel momento, cercando di arrivare a comprendere cosa potevate fare di diverso nei giorni vissuti, e in che maniera più giusta potevate cercare di affrontare le difficoltà che avete incontrato sul vostro percorso.

Potete guardarvi intorno e provare a dare e fare per gli altri quello che non avete mai dato e fatto, pur sapendo perfettamente, nella maggior parte dei casi, quale avrebbe dovuto essere il vostro comportamento.

Potete, insomma, cambiare la vostra visione della vostra realtà in maniera tale che nulla di non fatto o di inespresso vi faccia terminare i vostri giorni con il rimpianto, il rammarico, il rimorso di non essere stati capaci di compiere quel piccolo passo di qualità che con tutta probabilità avrebbe costituito la differenza tra l’essere una persona che ha subito la sua vita ed essere una persona che ha interagito con essa fino in fondo, facendo tesoro di quello che gli proponeva e riuscendo a diventare per se stessi e anche per gli altri un esempio di speranza e non di impotenza e di disperazione.

19. Ti amerò per come sei

Io ti amerò per come sei
non per come vorrei che tu fossi,
e vorrei che anche tu mi amassi
per le mie bellezze
ma anche per le mie incomprensioni.

Se ti vedrò, se mi vedrai,
se ci vedremo il più possibile così come siamo
io sarò la stampella che ti sorreggerà
nel tuo cammino verso il cambiamento,
e tu sarai lo specchio
che mi mostrerà incessantemente,
con fermezza ma con costanza,
quello che devo trasformare in me,
lasciandomi aiutare per poterti aiutare.

Così, guardando con attenzione
dentro ai miei occhi,
riconoscerò finalmente me stesso
senza più sentirmi solo, perduto, incompreso,
tradito, deluso, abbandonato, frustrato,
impaurito, ferito, spezzato. Il poeta

20. Carattere e personalità

Il carattere è qualche cosa che difficilmente puoi cambiare; la personalità, invece, è molto mutevole, così come è mutevole l’Io. L’Io e la personalità sono strettamente legati; il carattere e l’Io non sono così strettamente legati come può sembrare, in quanto l’Io è mutevole come è mutevole la personalità, ma il carattere non è mutevole. Se è mutevole, è mutevole soltanto in frazioni, in qualche piccolo elemento; è molto più stabile di quello che può essere l’Io e di quello che può essere la personalità. Da CI, A11

Negli eventuali commenti, se necessario, indicate il numero del brano al quale vi riferite.

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Catia

Il Ci definisce carattere quello che la psicologia definiscqe temperamento.
Carattere è invece ciò che il Ci definisce personalità.

Comunque sia, vero è che c’è una base di noi, le meccaniche di fondo, che non muta, mentre, col passare degli anni possiamo scorgere i cambiamenti avvenuti nella personalità.

Nadia

20 guardando com’ero in passato, credo di riuscire a cogliere gli aspetti legati al carattere e quelli alla personalità – io. Grazie.

Anna

19
La personale officina famigliare che ha quotidianamente lavorato in questo senso, ha aperto orizzonti ampi che ora sono in grado di accogliere e di sostenere la funzionalita della relazione, la sua accoglienza, il suo senso.
Sempre più ci si sente come scolaretto innamorato dei suoi insegnanti.

Mariela

19 Ti amero’ per come sei

Quanto scritto in questo testo mi commuove. Arriva come un’onda piena d’Amore

Mariella Principi

19- Un altro modo di amare e stare in relazione: il superamento di ciò che è comune.

Natascia

19.
Le basi di una relazione vera.
Commovente.

Lorena

19 “Se ti vedrò, se mi vedrai,
se ci vedremo il più possibile così come siamo”

Osservandoci senza timore .

Catia

Ti amerò per come sei.

Succede quando l’affetto è sorretto da grande stima e rispetto reciproci.

Natascia

18. Vivere come fosse l’ultima stagione

Chissà perché è cosi difficile abbandonare l’idea che esiste solo ciò che ora possiamo percepire.
Così questa vita, ci sembra l’unica possibile e ci aggrappiamo con le unghie e con i denti nel timore di perderla, sapendo che ciò sarà inevitabile.
L’impermanenza si manifesta quotidianamente, basti pensare ai tanti fatti di cronaca ad es., alla guerra, all’alluvione.
Eppure c’è un’irriducibilita’, un non arrendersi alla Realtà che evidenzia tutta l’illusorieta’ in cui viviamo.

elena

17 si respira grande nervosismo. Tutti stanchi e pronti a reagire aggredendo. Un clima per me particolarmente faticoso. Mi piacerebbe il mondo delle fiabe, la gentilezza, il venirsi incontro.
Nel mio quotidiano vedo che chi aggredisce con più forza ottiene. E’ così.

Eppure vedo le cento mani tese e provo oltre ogni limite a tendere la mia e a curare i miei tempi in modo da non esaurire allo sfinimento le tante risorse che mi sono donate.

Lorena

Scusate era il numero 18

Lorena

14 Ci sono momenti in cui affiorano frammenti di passato e prendo atto di ” quel gesto inespresso”, per paura ? o per giudizio? .. o semplicemente perché prendi tempo , se non agisci subito poi passa. Quando poi ne prendi atto provi si dispiacere, rammarico,

Leonardo

18. Vivere affinché nulla sia lasciato intentato, per paura, per tiepidezza.

Se esiste un “senso di colpa” credo che abbia la propria radice in ogni gesto o azione autentici lasciati inespressi, lasciati soffocare dentro sé.

Roberto D'Errico

14 . L’origine della paura .
Esistono paure per eventi immediati: un animale feroce che ti attraversa la strada, un camion che contromano ti sta per venire addosso.
Poi per eventi possibili e ad alto rischio di probabilità e per eventi a basso rischio di probabilità che però la mente ingigantisce e li trasforma come reali ed immediati fino addirittura a farli sfociare nella classica crisi di panico.
L’ansia che è paura per eventi possibili ma spesso a basso rischio di realizzazione e sicuramente non in atto, come è classificabile? Come paura?
Possiamo legarla come altre paure a limiti di carattere identitario?

roberto

A Rob De.
Direi che l’ansia è certamente un dato caratteriale ed è legata a comprensioni da conseguire nell’incarnazione in cui si manifesta.
Il carattere, come la natura dei corpi transitori, è funzionale agli apprendimenti da conseguire.

Giampiero

Essere ciò che si sente di essere in quel preciso istante

Elena

15. E’ la strada. Sulla mia pelle posso dire che questa è la strada.
Stare, stare e poi ancora stare.
Tutto in noi scalpita quando stiamo. Tutto in noi protesta.

E noi lasciamo che protesti.

Elena

14. La paura profonda indica mancanza di fiducia. Se mi affido non ho paura, o meglio la mia paura convive con la fiducia. L’identità ha paura ma nel profondo non ho paura perché mi fido e mi affido.
Interessante il tema del desiderio. Il desiderio indica una mancanza. Se sono in pienezza non ho desiderio e quindi paura.

Luciana

15.
Praticamente quello che si fa in zazen!
Si tratta di “ricercare” (ma il termine non è quello più appropriato) lo stesso atteggiamento nel quotidiano.

Leonardo P.

16. Mi risuona molto questa espressione “ascoltare l’akasico”. Così ho elaborato il rapporto-percezione della coscienza, qualcosa che appunto rimanda a una dimensione più sottile del vedere, che associo più alla mente (non a caso diverse sono le espressioni: “vedere con l’occhio della mente”, ecc.), una dimensione che è traducibile con “il sentire”, “l’ascoltare”.

Non a caso si parla di “sentire” come della materia che forma il corpo della coscienza e come unità elementare del piano della coscienza. Ancora della coscienza si di che “sente” le scene attraverso cui fa esperienza e da cui poi ricava dati da elaborare.

Mariela

L’origine della paura.
A volte nasce paura di vivere, la paura di affrontare tutte le difficoltà del quotidiano, di non farcela. Le complicazioni sono sempre dietro l’angolo.
Certo, i momenti di gioia sono tanti, però l’oscurità fa paura, perchè si ha paura di perdere se stessi. Penso sia sempre l’identità che scalpita.

Natascia

13.
Non sempre c’è totale accettaziine, a volte sorge la protesta. Ma lo senti che è un moto della superficie.
Nel profondo c’è quiete o almeno questo mi pare ora.

Roberto D'Errico

11. L’UNO tutto contiene. Se tentiamo di frazionarlo depurandolo di ciò che consideriamo impuro o negativo, creiamo dualismo e quindi un Noi e un Divino fuori da noi. Questo è il vero sacrilegio.

Catia

7- Il divino e il deserto
Post di cui avevo bisogno, grazie

Catia

10 La sacralità del quotidiano
“Non può esistere sacralità là dove esiste una struttura mentale.”
Tuttavia possiamo coglierla questa sacralità, a tratti, ad esempio nel vedere quanto, un avvenimento avverso, produca comprensioni in chi lo subisce.

Mariella Principi

Anche io rimango colpita da queste parole:
” Tutto è legittimo se considerate il quotidiano nella sua sacralità, però non può esistere sacralità laddove è presente una struttura mentale. ”

La struttura mentale conferisce il senso di esistere, all’idea della sua dissoluzione l’identità rimane atterrita.
Ma anche questa è illusione della mente, perché tutto cambia e si trasforma.
È possibile abbindolare la mente con ” Il cambiamento a noi possibile “? Un cambiamento lento, seppur inesorabile.
O siamo ancora nel dominio della mente?

Mariela

Non esiste sacralità laddove esiste una struttura mentale. Ma come si può non avere una struttura mentale?

Leonardo P.

8. “Quando incomincerete ad accorgervi che non c’è niente di ciò che interpretate attraverso la vostra mente, allora potrete coglie tutta l’illusorietà di ciò che ritenete importante piuttosto che non importante”

Quante volte abbiamo fatto questa esperienza? Quante volte nel flusso la mente si è messa di traverso per mezzo di un’aspettativa, del porre avanti un presunto bisogno, dell’anteporre una paura e poi quella Vita stessa ci ha smentito dimostra come quell’aspettativa, quel bisogno e quella paura erano solo frutto di un giudizio forviante della mente?

Credo che tante volte questo è accaduto; direi, anzi, che accade di continuo. Eppure siamo ancora disposti a dare credito alla mente più che alla Vita. Vediamo il fallimento della mente, eppure per un pregiudizio di fondo frutto di non comprensioni anteponiamo la mente alla Vita, al suo fluire.

Natascia

8.
La libertà da sé.
Che sia parola, pensiero o emozione, tutto vela e condiziona.
Ma da lì è necessario passare, fintanto che non si sarà stanchi e ci arrenderemo al Reale.

Mariela

La vera comunicazione:
Imparare a comunicare è un atto di volontà, agevolato dal sentire comune. A volte non vi si riesce, ci si sente inadeguati oppure sciocchi.
Quando si viene ascoltati e accolti ecco che la disposizione interiore cambia e ci si lascia andare.

Mariella Principi

“Questo aspetto (riferito anche a quanto affermato nel brano 2) non è fine a se stesso ma possiede una sua funzione ben precisa: quella di rendere l’Io instabile e insicuro, in maniera tale che il suo tentativo di controllare ciò che, in realtà, non può controllare, lo induca a reagire in maniera da rendere manifesto con le sue reazioni all’osservatore (il corpo della coscienza) quello che ancora non ha capito o ha capito solo in maniera approssimativa. ”

Per tornare su uno dei temi affrontati sabato, che molto mi risuona. Solo nell’esperienza concreta delle scene create dalla coscienza, l’Io può essere messo in scacco

Leonardo P.

3. Sottile e autentica strategia. Come posso stanare i limiti dell’io che altro non sono se non i bisogni di apprendimento della Coscienza?
Sottoponendo l’io allo scacco e questo lo posso ottenere solo rendendolo instabile. In una parola: osare.

Mariela

Osservare l’Io in azione è un allenamento. A volte costa fatica. Molto importante ricordare che non va combattuto, cosa che in passato ho fatto creando maggiore attrito.

Leonardo P.

1. Questione non di semplice risposta. Dov’è il confine tra l’osservazione dell’io e quella della coscienza? Siamo sicuri che quando crediamo di osservare con la coscienza, in verità non stiamo osservando con l’io?

Catia

Osservare l’io con la coscienza, in modo neutrale, non demonizzarlo dunque ma osservarlo nei comportamenti fino a che le comprensioni raggiunte lo ridimensionano.

Natascia

Porci come osservatori, permette già di porre uno spazio tra il fatto e l’io.

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