Una riflessione sulla necessità di Essere/Divenire

Quando, negli anni ’90 del secolo scorso, ho lasciato la Stella del mattino e l’ambiente zen relativo, l’ho fatto per un motivo: trovavo quell’approccio non adeguato all’interiorità di un occidentale, sentivo che non rispondeva alla complessità dell’approccio esistenziale che prevale qui, a occidente.

Quando, nel 2007, ho strutturato il paradigma del Sentiero contemplativo, volevo rispondere a quel disagio interiore che mi portava a non fermarmi nella ricerca e nell’elaborazione di un approccio adeguato alle persone di questo tempo e di questo emisfero.

Non basta coltivare la non identificazione.
Non basta ‘aprire le mani del pensiero’ come afferma Uchiyama roshi.
Non basta il richiamo alla realtà autentica che ci costituisce e che è velata dall’io, dalle sue dinamiche e identificazioni.

Non basta per una ragione molto semplice, perché l’umano di questo emisfero si chiede: perché?
Non mi basta sapere che posso coltivare la non identificazione, lasciar andare pensiero ed emozione e risiedere in ‘Quel-che-è’: è fondamentale, è ciò che pratico a ogni attimo, è l’intera mia vita, ma, ad esempio, di fronte alla scomparsa di un figlio (come è accaduto a una nostra sorella in questi giorni) non basta per gestire il senso della perdita, il dolore di una separazione così dura.

L’elaborazione di quel dolore ha necessità di una risposta: perché è accaduto?
Non basta a nessuno, da questa parte del mondo, sentirsi dire: vita e morte uguali sono, l’adesso che accade. Qui non basta, la questione è più complessa e richiede un approccio diverso.

Ecco perché, nel mio tentativo di comprendere e di proporre una via che non si basasse solo sul ‘Questo-è’, ho coltivato la simultaneità della visione di Essere/Divenire: il divenire va gestito con le logiche proprie, l’Essere va contemplato.

La scomparsa di un figlio la inquadro all’interno di un paradigma e poi la contemplo: l’interpretazione mi permette di dare un argine alla mente e alle emozioni che difficilmente riuscirei a contenere con il semplice ‘Questo-è’.

Ci sono vie, come lo Zen, come la Via della conoscenza, come molta parte dell’insegnamento dello stesso Osho che si focalizzano sulla non identificazione, sull’affidamento, sulla resa, sul togliere il velo di sé: le accogliamo pienamente, ma affermiamo che è importante e facilitante anche lo spiegarsi il perché, ovvero leggere i fatti all’interno di un paradigma che li sappia inquadrare in una logica esistenziale.

È possibile coltivare la simultaneità di Essere/Divenire? Questa è la nostra esperienza di ogni giorno, un processo, un’opera entro cui si impara a calarsi.

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9 commenti su “Una riflessione sulla necessità di Essere/Divenire”

  1. Il perché che risponda ad un grande dolore non creda sia spiegabile attraverso le logiche del divenire.
    L’esperienza mi ha mostrato come si manifesti una forza interiore nei momenti più bui e dolorosi.

    Il paradigma mi ha aiutato ad interpretare quell’Amore e quella forza.

  2. Grazie di queste precisazioni, Roberto.
    Mi sembra che il “doppio binario” Essere/Divenire ci permette di procedere con la nostra interezza, senza negare le nostre emozioni e la nostra necessità di vedere chiaramente gli accadimenti della nostra vita.
    Un post di qualche giorno fa riportava questa frase: “Tutto quello che si presenta “deve” poter essere utilizzato per la mia armonia interiore.”
    Ciò è possibile, credo, se mi concedo di guardare al fatto accaduto, a ciò che ha suscitato in me, senza rimozioni o negazioni.
    E, accanto a questo, lo stare in ciò che, c’è, con fiducia.

  3. Perché?

    Arriva un certo momento in cui quella domanda che per una vita ti ha accompagnato perde di senso…non è più stagione di semina ma di raccolta. Così si avverte l’essere attraversati dalla Perfezione.

  4. Direi che la spiegazione consiste nel fornire chiavi interpretative.
    Ma non necessariamente sempre la chiave esatta per quella porta che devi in quel momento attraversare.

    La realtà è sempre complessa e gli insegnamenti di un fatto sono sempre relativi a svariati ambiti.
    Il dono dell’infallibilità nel discernimento o nella lettura dei fatti non ce l’ha nessuno.
    Resta sempre uno spazio di mistero e di dubbio.
    Si sa però come inquadrare il fatto a grandi linee.

    D’altronde lo stesso fatto può produrre insegnamenti opposti:
    – devo imparare la resa, piegarmi, accettare;
    – è ora che imparo a ribellarmi e a modificare le situazioni che producono dolore, ove possibile.

    Sul piano pratico trovo poi che il dolore debba essere, oltre che indagato (fondamentale), vissuto, ovvero lasciato esprimere, sfogato.

    Non so perché quando mi cade il martello sul piede mi vien da urlare ma so che se lo faccio, quello di urlare, sto meglio.
    Non so analizzare compiutamente il perché sia opportuno dare sfogo, attraversare il dolore, ma so per esperienza che è quello il da farsi.

    Dal dolore possono attivarsi energie di cambiamento importanti.
    Soffocare tutto ispirandosi ad una mal interpretata catarsi di matrice zen, è da rimbambiti.
    Ne conosco uno.

  5. Senza analisi avremmo la rimozione e senza Essere avremmo la più stringente identificazione.
    La sfida è il paradosso della contemporaneità di Essere e divenire,

  6. Quello che scrivi è sacrosanto ed è proprio l’insegnamento che hai elaborato che dà le risposte necessarie per accettare il dolore, o interpretare qualsiasi altra emozione o pensiero.
    Nel divenire ci interroghiamo nell’Essere contempliamo.

  7. Concordo pienamente con ciò che affermi Roberto e ti ringrazio per averci introdotto a questo paradigma.
    Mi sembra di poter dire che sia la mente che le emozioni, specie in prove così dure, non vanno ” offese” ma rispettate nelle proprie particolarità:
    La mente cerca un senso al dolore, l’emozione cerca di manifestarlo, per farcene prendere coscienza, per elaborarlo.

    Ricordo una volta all’eremo alla fine di un incontro di diversi anni fa, parlando con qualcuno ho detto ” è necessario che la mente trovi un senso nel dolore”, ricordo che tu mi hai guardata tra lo stupito e il perplesso, ed io non avuto il coraggio di chiederti il perché.

    Mi sembra giusto condividerlo specie in un passaggio come questo.

  8. Attraverso la conoscenza logica dei meccanismi del divenire, c’è accesso all’ampio Essere.
    Non ci sono parole adatte a descrivere la grandiosità di questo paradigma!

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