Una carezza, l’inizio e la fine di tutto

Può essere una carezza, un complesso di carezze, l’inizio e la fine di tutto?
Può essere una parola, un insieme di parole, l’inizio e la fine di tutto?
Se quella carezza è sensazione nella quale immergi la consapevolezza fino a perdere la nozione di te, cosa accade?

Accade che quella carezza è tutta la vita, è la Vita che accade in un senza tempo, o in una percezione temporale molto dilatata.

Ma per noi una carezza deve dimostrare qualcosa, allora ha valore; deve essere inserita in un processo – d’amicizia, d’amore, terapeutico, spirituale magari – altrimenti non sappiamo come trattarla, dove catalogarla.

Chiedo: una carezza che non ha scopo, ha una valenza d’amicizia, d’amore, terapeutica, spirituale?
Anche solo nella logica trasformativa, per il solo fatto che accade, non è trasformativa?

Mi risponderete che lo è relativamente perché non è inquadrata e interpretata e consapevolizzata pienamente, lucidamente. Siete sicuri?
Il sentire non trae comunque i suoi dati?

Il fatto è che una carezza vissuta nel non tempo dei fatti, proprio perché mi libera da tutti i circuiti cognitivi e interpretativi, ha un alto valore trasformativo: fornisce direttamente dati al sentire senza che siano distorti dall’interpretazione.

Se il sentire cambia in virtù di quella carezza, allora non genererà più date scene ma altre, avendo ottenuto i dati che necessitava: il cambiamento è avvenuto in barba all’identità che vorrebbe essere il soggetto dell’interpretazione e del controllo del processo di trasformazione.

Dove voglio arrivare? A dire che dobbiamo abbandonarci alle esperienze e possiamo imparare a fare le cose solo perché ci piacciono, ci divertono, ci alleggeriscono, ci permettono di liberarci di noi stessi e amen.

Se poi le cose che facciamo, le esperienze, avvengono in un contesto d’amore, di gratuità e di gioco, allora quanto saranno vaste le informazioni che il sentire ricaverà?

Questa l’analisi nell’ottica del divenire, e in quella dell’Essere?
Siete sicuri che la terapia cura più della contemplazione? Dipende, risponderei.
Ci sono persone che hanno bisogno di seguire una terapia, un accompagnamento, e ci sono persone che debbono mollare la loro aderenza al divenire, che debbono semplicemente prendersi come sono, e cosa c’è di più bello dello stare dentro ai fatti contemplandoli e smettendo di farsi del male?

Quanto è terapeutica l’accoglienza di sé e/o di un amore che ci ama?

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Anna

È così
Se impariamo ad abbandonarci, tutto troviamo in una carezza come in ogni gesto quotidiano.
La liberazione di quel Tutto alleggerisce, toglie zavorra, libera da ogni catena identitaria. Così il vivere è leggero, diverte, diventa gioia!

Lorena

Senza più scopi, fini, avverti costante il richiamo al presente, al fatto che
accade.

Elena

Imparare a fare le cose che ci piacciono.
Conoscere il piacere libero dall’impronta identitaria implica coraggio.

Natascia

Provo a metabolizzare che è l’esperienza che trasforma, non l’interpretazione che do del fatto che accade.
Passaggio che sento accessibile a volte, ma non così chiaramente da non avere dubbi.
Difficile allora tradurlo in parole.
Sento che farsi secchio vuoto è la Via.
Ma ancora l’identità reclama spazi che assecondo e osservo.

Luciana

L’accoglienza di sé è “la” terapia!
Tutto sfuma quando accolgo me stesso, e con lui Ciò che è, indissolubile da me.

Mariella

Catalogare, interpretare, controllare, giudicare sono tutti processi della mente con cui l’identità si sostanzia.
Solo l’esperienza ci trasforma, e concedersela è già trasformazione in atto.
Per la mente abbandonarsi al gioco, alla leggerezza, all’osare può diventare scandaloso. La mente è duale, quindi contrappone al gioco la serietà, alla leggerezza la brevità’, e via dicendo.
Solo nel Sentire si ricompone l’unità

luca

non c’é niente di piú bello
non c’é niente di piú semplice
lo stare ti riempe già di tutto quello di cui hai bisogno

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