Tenzo Kyokun: quale altro momento potrei attendere? [12.1]

Quando io (monaco di montagna) ero residente nel (monastero) Tiantong (giap. Tendō), era preposto al ruolo il tenzo Yong (giap. Yū). Una volta, dopo pranzo, superato il corridoio orientale camminavo in direzione della sala Chaoran,[1] e il tenzo era di fronte alla sala del Buddha[2] che arieggiava dei funghi.

Teneva fra le mani un bastone di bambù, senza un copricapo. Il sole picchiava, anche il selciato scottava, il sudore colava mentre si aggirava intorno e lavorava duramente con energia per arieggiare i funghi, dando l’impressione di patire alquanto. La schiena (incurvata) come un arco, le lunghe sopracciglia lo assomigliavano a un airone.

Mi avvicino e chiedo la sua età nel dharma.[3] Il tenzo dice: “Sono sessantotto anni”.
Io chiedo ancora: “Perché non ti servi di un aiutante, di un inserviente laico?”. Risponde: “L’altro non è questo me”.

Insisto: “Venerabile signore, è un modo eccellente. Ma perché lo fai ora, che il sole è così caldo?”
Il tenzo dice: “Quale mai altro momento potrei attendere?” Allora me ne stetti. Mentre camminavo lungo il corridoio (riflettendo) fra me, intimamente comprendevo il punto essenziale[4] di quel ruolo.
(Versione letterale dal giapponese inedita di J.ForzaniScarica il testo con le note)

[3] hōju ( = dharma; ju = longevità) Da quanti anni una persona si è affidata al dharma. Qui può essere anche un modo rispettoso di chiedere l’età anagrafica.


11.   Quando ero nel monastero del monte Tendo, era incaricato della funzione di cuoco un monaco originario della stessa regione, di nome Yu. Un giorno, dopo pranzo, attraversai il corridoio orientale e percorsi il sentiero verso la cappella della Trascendenza e, davanti al santuario del Budda, trovai il tenzo che stava mettendo dei funghi a seccare al sole.

Teneva in mano un bastone di bambù e in testa non portava alcun parasole. In cielo il sole dardeggiava, a terra il selciato bruciava; lui andava e veniva grondante di sudore, riversando tutte le sue forze nel lavoro di far seccare i funghi.
Si vedeva che stava faticando e soffrendo alquanto. La spina dorsale era curva come un arco, le lunghe sopracciglia bianche come piume di cicogna. Mi avvicinai e gli chiesi quanti anni di vita in monastero avesse trascorso.

Il tenzo rispose: “Sessantotto anni.
Perché non ti servi di un operaio assistente?
Un altro non è me”.
“Questa è la santa norma che vige presso la dimora degli antichi. Ma oggi il sole brucia in questo modo: perché ti riduci così?
C’è forse un altro tempo da attendere?

Allora non dissi più nulla. Continuai a camminare per il corridoio a piedi nudi mentre divenivo consapevole di ciò che è il perno[1] nel ruolo del tenzo.
(Versione del volume “E. Dogen, La cucina scuola della via, EDB, 1998”)


11.   Il dialogo che ha avuto con il vecchio tenzo Yu, del monastero del monte Tendo in Cina, mi ha aperto gli occhi a questa verità.
Spesso noi non facciamo quello che la situazione richiede: anteponiamo le difficoltà, il nostro stato d’animo o la nostra condizione fisica, come ostacoli insormontabili, come metro di valutazione per il fare o il non fare.

Oppure ci nascondiamo dietro il fatto che quello che dovremmo fare noi un altro lo può fare al posto nostro, magari meglio. Sappiamo ciò che dovremmo fare, ciò che la nostra stessa realtà ci chiede di fare, ma omettiamo di farlo.

Dovremmo sapere non solo intellettualmente ma con le cellule del nostro corpo, che nessuno può vivere al mio posto, nessuno può morire per me, nessuno può neppure tirare un respiro al posto mio: un altro non è me.

Non posso neppure pensare un piccolo pensiero al posto di un altro. Ciò che non faccio io non lo fa nessuno: ciò che fa un altro è un altro che lo fa.
Dovremmo considerare che l’affermazione “non c’è altro tempo che il presente” non è una bella formula scritta nei libri, ma la verità scritta nella vita, dalla vita. Il significato del perché l’attività di tenzo è tutt’uno con la vita di chi fa il tenzo, sta tutto qui.
(Ristesura in forma libera e commentata di Jiso Forzani: dal volume citato)  

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9 commenti su “Tenzo Kyokun: quale altro momento potrei attendere? [12.1]”

  1. “Un altro non è me”

    “C’è forse un altro tempo da attendere?”

    Questioni rilevantissime su cui si lavora. In particolare la seconda affermazione arriva centrando il bersaglio, come un pugno allo stomaco.

  2. Spesso noi non facciamo quello che la situazione richiede: anteponiamo le difficoltà, il nostro stato d’animo o la nostra condizione fisica, come ostacoli insormontabili, come metro di valutazione per il fare o il non fare.

    Quello che la situazione richiede: anche qui un grande discernimento e una grande osservazione per poter riconoscere e rimanere in contatto con l’intenzione prima.

  3. non C’e’ occasione da sprecare per la vita che ci chiama ad ogni istante…
    sempre pronti,
    sempre vigili.

  4. “io non posso fare nulla per te”.
    Per decenni, impregnata di cultura cristiana, questa frase sembrava una bestemmia.
    Ora esprime tutta la responsabilità verso la propria vita e il proprio posto in questo grande organismo vivente

  5. Spesso si afferma che l’unica dimensione è quella del presente, dell'”adesso”, che non esiste un passato e un futuro.
    Ecco che l’essere aderenti al presente, a quello che accade “qui e ora” senza esserne travolti, significa esistenzialmente essere “ascolto”, “essere membrana” che vibra al vento, insomma essere vuoti di sé, sgombri di sé.
    Quando questa condizione si realizza davvero, allora come non si può non agire “ora”, “adesso”, quando la “chiamata” lo richiede.
    Può la membrana non vibrare quando il vento l’attraversa?
    Può la membrana dire: “oggi non vibro fa troppo caldo e sono stanca”?

    Quello che ci suggerisce e che ci invita a riflettere questo passo del “Tenzo Kyokun” è proprio questo: il Tenzo non può scegliere, le domande a lui rivolte non colgono l’essenziale perché presuppongono una volontà individuale, laddove nel Tenzo c’è solo un obbedire necessariamente a un vento che lo muove, in cui la dimensione soggettiva e volitiva è posta ai margini.

  6. “Sappiamo ciò che dovremmo fare, ciò che la nostra stessa realtà ci chiede di fare, ma omettiamo di farlo”.
    Porto questo messaggio nel periodo convulso che stiamo attraversando e mi chiedo quale sia la “nostra stessa realtà” secondo la quale dovremmo agire. Quanto ci siamo “mossi” secondo il paradigma “perché mi conviene” e quanto perché “seguo la mia anima?”

  7. Fare. Liberi.
    Mentre si fa l’identità parla senza tregua.
    E non scompone.
    Il fare diventa preghiera.

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