Tenzo Kyokun: il discernimento continuo [10]

(Il paragrafo 9 è piuttosto oscuro, non pubblicabile in questo contesto)
10.  Rientrato nel proprio alloggiamento, chiusi subito gli occhi, devi visualizzare quanti membri ci sono nei posti assegnati [1] all’interno della sala comune, [2] quanti superiori e responsabili anziani, monaci che vivono in alloggiamenti individuali, [3] quanti monaci vi sono in infermeria, quanti negli alloggi geriatrici, quanti nel settore di passaggio, quanti monaci itineranti nell’alloggio di accoglienza, se tanti o pochi monaci [sacchi di pelle] negli eremi [4].

Contando e ricontando in questo modo, se resta anche il minimo dubbio, chiedi al responsabile della sala e ai direttori delle varie sezioni, a capo degli alloggiamenti, al responsabile della sala dello zazen e via dicendo.

Una volta eliminati i dubbi, considera che per ogni chicco di riso da mangiare un chicco va fornito, e se dividi un chicco di riso ottieni in cambio due mezzi chicchi. C’è (il caso in cui dividere in) tre parti, quattro parti, metà, due metà. Se metti insieme due quantità di mezzo chicco, allora diviene una quantità di un chicco. Ancora, se metti insieme nove parti, vedi quante parti avanzano, se recuperi nove parti, vedi quante parti restano. [5] […]

Continua a esaminare, continua a fare il punto, fai chiarezza, fai evidenza, presentandosi una situazione allora spiega, nei confronti di una persona allora parla. Così, se tu t’ingegni e t’impegni [7] in questo modo, in qualunque circostanza, giorno dopo giorno, allora non lo dimenticherai neppure per un po’.

Se un benefattore [8] viene al tempio e offre (lett. sacrifica) dei beni per la preparazione del pranzo,[9] allora senz’altro devi fare una consultazione insieme a tutti i vari responsabili. Questa è l’antica consuetudine delle comunità monastiche. Anche nel distribuire le donazioni, dovete consultarvi insieme. Non deve risultare un indebolimento dell’autorità, un disturbo delle competenze di ciascuno.
(Versione letterale dal giapponese inedita di J.ForzaniScarica il testo con le note)

[1] tan i. E’ il posto assegnato a ciascuno, che nell’architettura tradizionale dei monasteri chan e zen corrisponde a un tatami (stuoia di riso della misura standard di 180 per novanta cm. circa) posta sopra a una pedana di legno alta circa 80 cm.

[2] dōri. sta per sōdōzazendō la sala dove i monaci mangiano, dormono e siedono in zazen; ri qui significa dentro.

[3] dokuryō. I monaci che ricoprono un ruolo particolare che richiede presenza e impegno costante risiedono nel settore di loro competenza, dove hanno una stanza individuale. Per esempio il tenzo solitamente ha una stanza adiacente alla cucina (tenzoryō) che usa come residenza e ufficio.

[4] enju infermeria, luogo adibito alla cura e al riposo dei monaci malati; anrō alloggi geriatrici, settore di residenza dei monaci troppo anziani per partecipare al lavoro e alle attività comunitarie; ryōka settore di passaggio, settore riservato ai monaci non ancora residenti, che si fermano nel monastero per un periodo di pratica comunitaria; tanga alloggio di accoglienza, stanza adibita alla permanenza per una notte o più giorni a seconda dei monasteri, dove vive il monaco itinerante in attesa di essere ammesso a entrare negli spazi di vita comunitaria; hitai (sanscr. phalaka) sacco di pelle, un termine generico e minimale per indicare la condizione umana; anri romitaggi all’interno del comprensorio del tempio.

[5] Queste espressioni indicano che non si tratta solo di contare e dividere in modo matematico, ma si deve anche valutare in relazione a fattori contingenti: se un giorno dieci persone mangiano una data quantità di riso, non è detto che le stesse dieci persone il giorno seguente ne mangino la stessa quantità.


9.  Ritirato nella tua cella, chiudi gli occhi e vedi coll’occhio del cuore quanti sono i membri residenti all’interno del monastero, quanti sono i monaci che vivono nei vecchi monolocali del loro lavoro, quanti sono i monaci a riposo perché ricoverati in infermeria e ritirati per anzianità, quanti sono i monaci addetti ai pellegrini e se le borse di pelle nel monastero sono molte o poche: ossia quanti quelli che arrivano e quelli che partono.

Se ti rimane il benché minimo dubbio, devi chiarirlo chiedendo informazioni al responsabile della sala dei monaci, al direttore generale delle residenze, al capo residenza, al primate dell’aula dello zazen.

Quindi calcolato tutto, fornisci un chicco di riso per ogni chicco che deve essere mangiato. Se dividi un chicco, ottieni due parti di mezzo chicco. Se lo dividi in tre, in quattro parti, da una metà ottieni due metà. Se aggiungi le due parti dell’altro mezzo chicco, ridiventa un chicco intero. Inoltre, se servi nove parti, guarda quante parti avanzano; invece se prendi per te nove parti, vedi quante sono le altre parti. […]

Ma io non ho ancora misurato! E tu non hai ancora contato! Torna a investigare, torna a esaminare punto per punto, dall’alba al tramonto, confrontandoti con la circostanza, poi con parole adatte spiega e indica alla persona che hai di fronte. Non scordare mai questo ingegno, in ogni attività, giorno per giorno.

Se un benefattore viene al tempio facendo un offerta in denaro per la preparazione del pasto, senz’altro devi fare una consulta con i responsabili degli altri  ruoli. Questa è l’antica consuetudine dei monasteri. Altrettanto devi consultarti per quanto riguarda la distribuzione delle donazioni pervenute: questo per evitare d’invadere la competenza altrui, arrecando disordine nella sua attività.
(Versione del volume “E. Dogen, La cucina scuola della via, EDB, 1998”)


9.  Per comprendere cosa esattamente serve per il nutrimento della comunità, è necessario saper calcolare. Per far questo non è sufficiente contare in modo meccanico: bisogna saper ricostruire la situazione nella calma del proprio cuore.

Il calcolo puramente aritmetico è importante e non va trascurato: ma non è sufficiente. A esso va aggiunta la capacità di abbracciare la situazione nel suo insieme, che ogni giorno è differente. Non solo perché può mutare il numero delle persone, ma anche perché da un giorno all’altro la somma degli stessi fattori non dà lo stesso risultato.

Chi ieri ha mangiato tanto, oggi può mangiare meno; se ieri faceva caldo, tutti avevano meno fame di oggi che l’aria ha rinfrescato. La comunità è composta di molte persone: un calcolo sbagliato per eccesso, e c’è troppo avanzo; un calcolo sbagliato per difetto, e il cibo non basta.

Una volta fatto il calcolo aritmetico alla luce della sensibilità che sa cogliere la situazione presente, bisogna ancora fare i conti con la realtà. L’arte del cuoco è far bastare quello che c’è: la cucina della vita si fa con gli ingredienti che la vita offre.

Bisogna saper moltiplicare dividendo e dividere moltiplicando. Per esempio, una carota tagliata in due serve al massimo per due porzioni: la stessa carota tagliata fina fina può bastare per sei, sette porzioni.

Mangiare per seguire la Via non è come mangiare per arricchirsi. Chi mangia il suo nutrimento per seguire la Via, incontra ed è in comunione con tutti coloro che lo hanno preceduto sul cammino.

Chi prepara il nutrimento per coloro che seguono la Via, prepara il nutrimento per il sè incontaminato. Allora diviene egli stesso nutrimento della Via, mentre la nutre.

[…] Dobbiamo sempre essere presenti con la nostra mente, osservare la situazione, esaminarla da ogni parte, essere calati in essa. Dobbiamo essere capaci di dare spiegazioni comprensibili a chi lavora con noi, a chi ci sta di fronte. Dobbiamo riversare tutte le nostre facoltà, intellettuali e fisiche in ciò che facciamo, sempre, giorno per giorno.

Questo nostro impegno totale non ci deve far pensare di essere isolati nel nostro lavoro: dobbiamo sempre coordinare la nostra opera con quella delle altre persone che rivestono altri ruoli: la comunità è un organismo unico, che deve funzionare insieme.
(Ristesura in forma libera e commentata di Jiso Forzani: dal volume citato)  

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9 commenti su “Tenzo Kyokun: il discernimento continuo [10]”

  1. Leggo e rileggo ogni volta colpisce una frase, oggi è questa:
    La cucina della vita si fa con gli ingredienti che la vita offre.

  2. Prontezza, vigilizanza, solerzia, sguardo d’insieme e sguardo analitico. Queste sono le parole che sorgono alla lettura. La via non va praticata “ogni tanto”, la via è pratica ininterrotto, che si traduce in continuo accudimento.

  3. Ogni paragrafo di questo testo, mi sembra così pregno di senso che fatico a mettere in evidenza un aspetto.
    Nella descrizione minuziosa della ripartizione del riso, colgo con quanta cura, presenza e dedizione ci si appresta a percorrere la Via.
    Le eccedenze, che in ogni ambito vediamo, appaiono come sprechi abominevoli.

  4. “Dobbiamo riversare tutte le nostre facoltà, intellettuali e fisiche in ciò che facciamo, sempre, giorno per giorno”

    Questo concetto va al di là del mi piace/non mi piace. È l’atteggiamento che, al di là dei desideri identitari, fa acquisire a ciò che facciamo una valenza che oltrepassa la sfera materiale

  5. preparare un pasto non e’ sufficente senza la consapevolezza degli ingredienti…
    bisogna usare la mente per far bastare il cibo per tutti…

  6. Ad Elena.
    Mi sembra di poter dire che qui “dovere” riguardi l’intenzione con cui ci si appresta a perseguire qualcosa.
    Se l’intenzione è quella di vivere in comunità mi adopererò per far sì che la comunità “funzioni”.
    Per quanto alcuni termini possano interrogarci sulla loro opportunità, non sempre è agevole sostituirli, tenuto conto che lo scritto originario è del 1300.
    Bene accolgo lo stimolo a interrogarci sempre.

  7. “L’arte del cuoco è far bastare quello che c’è. L a cucina della Vita si fa con gli ingredienti che la vita offre.”
    Mi sembra che in questa frase sia contenuto tutto l’atteggiamento che dobbiamo tenere di fronte alle circostanze che ci troviamo davanti.
    Gli ingredienti che la Vita ci offre sono il necessario per noi.

  8. “La comunità è un organismo unico che deve funzionare insieme.

    Dobbiamo riversare tutte le nostre facoltà intellettuali e fisiche in ciò che facciamo.”

    Mi domando la funzione e il valore del verbo “dovere”.
    Perché il verbo dovere?

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