Trasformando i fatti in problemi [37G]

[…] Il suo costruire concetti sulla vita non rappresenta la realtà, ma soltanto la sua voglia [dell’uomo] di rendere assoggettabile a sé ciò che accade, sovrapponendogli significati che riconducono tutto a un ‘mondo per sé’, in modo da riuscire a controllare l’accadere, oppure ad attenuarlo nei suoi effetti, che l’uomo si immagina sempre indirizzati a lui.

Quindi, di tutto ciò che si presenta – che sia un fatto, un altro essere, un incontro, un discorso – si fa automaticamente un’idea, marchiandolo con etichette che traggono il loro significato da continui confronti col passato, e poi tende a darsi una risposta approssimativa, che però spesso è confermata anche socialmente.

E tutte le volte che un avvenimento non è immediatamente addomesticabile, lui lo cataloga come ‘problema’. Lo fa perché è proprio utilizzando questo concetto che si sente chiamato a risolvere qualcosa, perché etichettarlo con quel termine significa che ciò che si presenta ‘lo riguarda’, e quindi richiama automaticamente in campo la necessità di un suo intervento risolutore. Se ci pensate, l’etichettare come ‘problemi’ quei fatti a voi sgraditi vi conferma nel bisogno di dirvi “Io ci sono! E ci sono come protagonista dei ‘problemi’, e come risolutore”.

Non esistono ‘problemi’ in ciò che accade: tutti i fatti sono indifferenziati, immotivati e gratuiti, mentre con l’etichetta di ‘problema’ li differenziate, li motivate, li fate diventare di vostra competenza, confermando e rafforzando il vostro ‘io’.

Però non vi accorgete che, trasformando i fatti in ‘problemi’, appesantite il vostro rapporto con la vita, che diventa pesante, ‘difficile’, impegnativa, oltre a creare la pretesa sia di stabilire come ‘deve essere’ la vita e l’altro da voi, sia di trovare sempre una spiegazione che vi soddisfi di tutto ciò che non vi riguarda.

L’uomo non ama domandarsi se quel che definisce un ‘problema’ lo sia veramente, perché altrimenti capirebbe che dietro quel concetto si nasconde la pretesa che tutto, comunque, gli ‘debba tornare’ come spiegazione di ciò che accade intorno a lui, di quello che gli viene proposto da altri o da cui si sente vincolato, ma anche come risposta ai suoi tanti interrogativi sull’esistenza.

È quando proprio non riesce a evitare quella che è semplicemente una situazione che rifiuta, a quel punto usa l’etichetta di ‘problema’, poi entra in campo con tutto il peso delle sue strutture mentali per trovare una soluzione a ciò che, invece, è la dinamica della vita che si esprime attraverso vari accadimenti, che possono anche essere vincoli naturali, o situazioni messe in atto da altri, oppure regole che si è data la comunità umana a cui lui fa riferimento.

Perché l’uomo è costantemente alla ricerca che tutto sia appropriato alle sue necessità, senza però indagare sul parametro che gli fa affermare che i conti gli ‘devono tornare’. E siccome quel parametro lo ha creato lui stesso come difesa dall’imprevisto, non riesce a fare un passo più in là della gabbia che la sua mente gli ha costruito intorno.

E da lì proprio non ne esce, a meno che non lasci affiorare un dubbio, dentro di sé, sul modo di concepire il proprio stare nel mondo, che lo porta a crearsi ‘problemi’ per qualsiasi intoppo si inserisca nei sui programmi e per qualsiasi vincolo che vuole risolvere o, in alternativa, allontanare.  

Dentro quella gabbia tutti voi vi dibattete nel cercare, di qua e di là, risposte per sbrogliarvi dai tanti ‘problemi’ che vi assillano, e questo vi fa credere che sia impossibile vivere senza valutare, senza confrontare e senza etichettare ciò che accade, ma anche senza compiere quei passi interiori che vi portino al raggiungimento di un’armonia in grado di porre ordine al caos da cui vi sentite attorniati.

Fonte: La via della Conoscenza, “Ciò che la mente ci nasconde“, Gratuità, pp. 34-35

In merito alla via della Conoscenza: quel che le voci dell’Oltre ci hanno portato non sono degli insegnamenti, non sono nuovi contenuti per le nostre menti, non sono concettualizzazioni da afferrare e utilizzare nel cammino interiore. Sono paradossi, sono provocazioni o sono fascinazioni, comunque sono negazioni dei nostri processi conoscitivi e concettuali.
Non hanno alcuno scopo: né di modificarci e né di farci evolvere. Creano semplicemente dei piccoli vuoti dentro il pieno della nostra mente. Ed è lì che la vita parla.

Per qualsiasi informazione e supporto potete scrivere ai curatori del libro: vocedellaquiete.vaiano@gmail.com
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Indice dei post estratti dal libro e pubblicati
Abbreviazioni: [P]=Prefazione. [V]=Vita. [G]=Gratuità. [A]=Amore.
Le varie facilitazioni di lettura: grassetto, citazione, divisione in brevi paragrafi sono opera del redattore: i corsivi sono invece presenti anche nell’originale.

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8 commenti su “Trasformando i fatti in problemi [37G]”

  1. Ciò che etichettiamo come problema non rappresenta altro che cio ‘ su cui abbiamo bisogno di stare per indagare più profondamente in noi stessi.
    Ora si accolgono così

  2. La mente (riduttivo pensare solo ad essa, ma così definiamo per semplificare) non vede più problemi ma esperienze necessarie. Colgo la sofisticazione perché al contempo, alcune situazioni sono vissute con “il sorriso tirato”, segno di una mancata totale accettazione, del divino accadere.
    La consapevolezza del ccé, riporta prontamente in linea.

  3. Come conciliare questi due aspetti?
    I fatti sono neutrali, la mente li etichetta e se ne apprpria. Mi identifico con essi.
    Ma la scena che si presenta è la nostra, utile alle nostre comprensioni.
    Allora vivo ciò che la coscienza propone, nel mentre osservo la scena.
    Se ho sviluppato una certa neutralità di fondo, sarà più facile disidentificarmi.
    Oscillo così da un tasso più grande a tasso minore di identificazione.
    Più si diventa consapevoli di questi passaggi, minore è il tempo impiegato per tornare alla neutralità dei fatti.

  4. Questionie fondamentale. I problemi più delle gioie confermano l’umano nella sua visione egocentrata dell’esistenza.
    È accettabile per l’umano vivere un’esistenza senza felicità ma impensabile viverla senza problemi.
    Quest’ultimi confermano i confini dell’indentità soggettiva più di qualsiasi altro “fatto”.
    Cibo privilegiato della mente.

  5. Razionalmente sono tante le cose che non tornano, dall’altro lato tutto è ciò che è bene che sia.
    A noi il compito di sviluppare occhi per vedere.

  6. Le cose accadono. E quello che accade è tutto ciò che mi serve. Semplice…non sempre facile!

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