Le azioni non sono lo strumento per progredire [V20]

Che cos’è la vita per la via della Conoscenza? La vita è flusso, è molteplicità, è impermanenza; la vita è accadere ed è gratuità, o casualità. Però l’uomo, per darsi consistenza, ha bisogno di convincersi che sia lui a creare le azioni, progettandole nei pensieri, e che esse si concatenino fra di loro in modo che le une generino le altre, dipingendosi come il protagonista dell’agire.

Perché ciascuno di voi crede che dietro a ogni fatto e a ogni comportamento ci sia sempre un qualcuno che, scegliendo, distingue e promuove.

E create anche le distinzioni fra accadimenti utili, piacevoli, vale a dire da privilegiare e da prolungare, e accadimenti problematici, penalizzanti e dolorosi, vale a dire da allontanare al più presto.

E poi fate diventare le azioni un vostro strumento per progredire; e quindi distinguete nel vivere quello che vi serve o vi conviene o vi interessa o vi migliora da quello che non vi porta tutto questo, ed è da evitare.

Perché ognuno di voi valuta ciò che accade intorno a sé in base a un parametro che misura quanto ogni fatto possa essergli utile o danneggiarlo, oppure quanto possa farlo progredire o regredire spiritualmente, oppure quanto gli confermi il suo ‘io’ protagonista.

Abbandonarsi alla forza della vita non vuol dire abdicare all’agire; significa dubitare che i fatti che si presentano riguardino veramente sé, non inorgoglirsi di essere gli artefici delle azioni ma nemmeno sentirsi vittime dell’agire.

Domandarsi a quale meta o a quale ricchezza interiore conducano le azioni, oppure quanti meriti evolutivi si acquisisca con l’agire non porta da nessuna parte, ma rafforza la gabbia della propria mente.

Fonte: La via della Conoscenza, “Ciò che la mente ci nasconde“, Vita, pp. 19-20

In merito alla via della Conoscenza: quel che le voci dell’Oltre ci hanno portato non sono degli insegnamenti, non sono nuovi contenuti per le nostre menti, non sono concettualizzazioni da afferrare e utilizzare nel cammino interiore. Sono paradossi, sono provocazioni o sono fascinazioni, comunque sono negazioni dei nostri processi conoscitivi e concettuali.
Non hanno alcuno scopo: né di modificarci e né di farci evolvere. Creano semplicemente dei piccoli vuoti dentro il pieno della nostra mente. Ed è lì che la vita parla.

Per qualsiasi informazione e supporto potete scrivere ai curatori del libro: vocedellaquiete.vaiano@gmail.com
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Indice dei post estratti dal libro e pubblicati
Abbreviazioni: [P]=Prefazione. [V]=Vita. [G]=Gratuità. [A]=Amore.
Le varie facilitazioni di lettura: grassetto, citazione, divisione in brevi paragrafi sono opera del redattore: i corsivi sono invece presenti anche nell’originale.


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7 commenti su “Le azioni non sono lo strumento per progredire [V20]”

  1. La vita è flusso: In questa parola si sente movimento e staticità insieme.

    Se osservi il fiume, lo percepisci statico e nello stesso tempo avverti la corrente al suo interno.

    Li stiamo lasciandoci attraversare, accarezzare, modificare, trasformare, smussare da quella forza!

    Null’altro

  2. L’Io/identità, ha una sua funzione.
    Osservato e dubitando di ciò che la mente interpreta, posso pian piano sottrarmi alle sue lusinghe.
    Posso accogliere la mia umanità, sostenuta dalla fede che lo travalica.

  3. “… Abbandonarsi alla forza della vita non vuol dire abdicare all’agire; significa dubitare che i fatti che si presentano riguardino veramente sé…”
    In particolare questo passaggio è altamente significativo. Grazie!

  4. “Dubitare che i fatti della vita riguardano direttamente sé. ”
    Quindi stare nel flusso prodotto dalla Coscienza, senza che l’io si attribuisca alcunché.
    A forza di leggerlo e ripeterlo forse riusciremo a scalzare la mente che si prende il merito o il demerito di ogni fatto.

  5. Il problema è quello di non riuscire a non riferisi ciò che “accade”. Un pensiero, un’emozione, un gesto semplicemente accadono e aggiungerei, nel divenire, accadono come prodotto della meccanica del CCE (Centro di Coscienza e d’Espressione). Come risultante di tale lavoro initerroto del CCE si genera anche un’immagine di questo processo.
    Dov’è l’errore?
    Scambiare la cuasa con l’effetto.
    Noi chiamiamo l’immagine risultate del lavoro interno al CCE “io” e poi ci identifichiamo con esso. Non solo, crediamo che pensieri, emozioni, gesti siano “voluti” dall’io stesso, ossia siano un suo “effetto”.
    Al contraio, è l’io a essere l’effetto del pensiero, dell’emozione, del gesto che di per sé, nel divenire, sono causati dal CCE.

    Da questo punto di vista allora pensieri, emozioni, azioni, non vanno in nessuna direzione evolutiva, perché la direzione è ciò che è impressa dall’io.

    In quanto prodotti di determiante meccaniche interne al CCE pensieri, azioni, emozioni sono, appunto, prodotti di meccaniche, senza scopo.
    Può un meccanismo avere uno scopo? No, semplicemente “fa” quello per cui è stato costruito, semplicemente “è”.
    Potremmo dire che l’automobile ha lo scopo di portarmi a lavoro, ma in sé l’automobile non ha nessun fine, semplicemente “fa” quello per cui è stata costruita, non si attribuisce nessun merito o demerito per questo.

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