La sfida del Ciò-che-È e i cinque strumenti

Che la mente/identità generi una realtà illusoria è dato acquisito.
Che il sentire operi allo steso modo, è oggetto di discussione.

Il principio che governa il sentire è il seguente: il sentire più ampio contiene quello più limitato.
Per sua natura il sentire proviene da e tende a. Un sentire di grado 8 proviene da uno di grado 7 e tende a uno di grado 9.
Quindi il motore del divenire, e con esso del’illusione, è nel sentire, più che nei corpi transitori che sono dei semplici esecutori/immagini-riflesse di questo.

Ma quando il sentire non tende più?
Quando la persona sente disfarsi ogni logica di divenire e vede dischiudersi l’immensa dimensione dell’Essere nella sua banale evidenza?
Quando l’inconsistenza di desiderio e bisogno si confondono con la chiara consapevolezza che in sé nulla tende verso, tutto chiama all’attimo presente e alla sua contemplazione e comprensione?

Allora che senso ha tutto l’insegnamento? Tutto il parlare di divenire, evolvere, incarnazione che si succede a incarnazione?

Ma, ammesso che questo stato, e queste domande, parlino di qualcuno che ha un dato sentire, siamo certi che non sia tempo, per tutti noi, di mettere in discussione l’adesione d’insieme ai postulati del divenire, di scompaginare un ordine che se non viene superato non permette di vedere le cose in modo nuovo?

Voglio mettere in discussione il divenire come realtà illusoria? No, evidentemente, quello è acquisito, è il registro sul quale lavora la mente/identità, la base della percezione/manifestazione soggettiva del reale e più e più volte abbiamo evidenziato la sua realtà effimera eppure necessaria.

Voglio invece mettere in evidenza che possiamo inoltrarci nel vasto deserto dell’Essere che passa attraverso la contemplazione del piccolo e insignificante presente.
Dunque voglio parlare di cose non nuove, trattate più volte: la sfida del Ciò-che-È.

Quanto si può scendere nella profondità della conoscenza e comprensione di un attimo presente?

Ed è vero che per scendere a quella profondità il secchio (di pensiero ed emozione, d’identificazione) deve essere vuoto?
L’abbiamo già detto in passato: non è determinante il vuoto di mente, lo è invece il vuoto d’identificazione con quei contenuti.

Se aderisco a ciò che provo e che penso, quello è un ostacolo alla contemplazione di ciò che è oltre, più in profondità, nell’immediato Essere.
Ma se non aderisco? Allora quel muoversi della mente è solo un movimento, quel rumore è solo un rumore: un contenuto della mente è reale se aderito, ma se non lo è evapora, è inconsistente, sostanzialmente vuoto.

Ecco che la questione, come ben sapete, è relativa all’identificazione, al prendersi sul serio, al dire: “Quello sono io, quello mi riguarda!”
Gran parte di voi su questo terreno ha fatto un buon lavoro ed è questa la ragione per cui torno a proporre questi temi: se l’adesione vacilla, allora si pone la questione di avere gli strumenti per discendere nell’abisso del niente.

Quali sono questi strumenti?
1- Il dubbio sul personale punto di vista;
2- la capacità di mettersi nella condizione esistenziale e pratica dell’altro;
3- l’osare inoltrarsi nello spazio oltre tutti gli archetipi, dove la morale non ha più significato, né è più bussola;
4- il non aver timore di questo spazio non codificato e non regolato, privo apparentemente di orientamento;
5- il saper stare in piedi sul margine dell’abisso, là dove si lascia alle spalle il conosciuto e si ha davanti l’apparente inconsistenza ed evanescenza dell’Essere.

L’Essere appare al neofita come altrettanto illusorio e inconsistente del divenire: così non è, ma questa percezione è determinata dalla precaria formazione dei sensi che possono percepirlo e decodificarlo.

Chi si avvicina a questa dimensione deve innanzitutto fare i conti con i cinque strumenti sopra elencati, su quelli interrogarsi a fondo e a lungo, chiedere a chi ha più esperienza, sperimentare senza stancarsi fino ad aver chiaro di cosa si parla.
Evitare un approccio frettoloso del tipo: “Ho capito, adesso provo” e non sapere nemmeno mandare a memoria i cinque strumenti…

Se questo lavoro sugli strumenti verrà fatto, allora potremo andare oltre perché si saranno consolidati i sensi per una percezione più concreta dell’Essere: senza quei sensi, l’Essere rimane un pensiero.


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9 commenti su “La sfida del Ciò-che-È e i cinque strumenti”

  1. Sento familiari i cinque strumenti, ma sento ancora il bisogno di interrogarmi, chiedere e sperimentare.

  2. Grazie. Cinque strumenti da studiare e mettere in pratica quotidianamente. Consolidare i sensi per una percezione più concreta dell’Essere. Sì, è tempo di darsi da fare in questa direzione.

  3. Ciò di cui parli, non è del tutto sconosciuto. Mi pare di potermi riconoscere in alcuni passaggi.

    Quello di cui ti ringrazio è che dai voce a dei moti interiori che altrimenti si perderebbero, perché vissuti in solitudine.

  4. Nonostante molte volte tu abbia ribadito i concetti espressi in questo post credo che questa volta la profondità abbia un orizzonte ancora più vasto e, purtroppo, ancora OE me sconosciuto.
    Manderò a memoria i cinque strumenti per non scordarmi tutte le volte che cado e manifesto il non compreso.
    Gli orizzonti da te raggiunti sono un dono frutto di perseveranza e profonda “fede”. Non per tutti sarà così ma quelli che ci proponi è la vera essenza della vita perciò vale la pena perseverare . Grazie.

  5. Questo post è una pietra miliare, sicuramente necessario lo studio per meglio imprimere i concetti. Sentirsi essere accompagnati per mano, è commovente…

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