Riflessioni sulla vita contemplativa [2]

Questo spazio viene aggiornato in continuazione con materiali inediti e d’archivio.

Nei momenti più bui del non senso
mi dico: non conta dove quella parola cade,
conta che sia potuta divenire tale.

Dall’indifferenziato Essere
prende forma il possibile a ciascuno:
siamo come piccoli stampi
riempiti di granelli di sabbia.

Da chi questo stampo d’Essere
sia percepito, capito e compreso
non deve riguardarci:
L’Essere che prende forma,
è come l’albero che genera
moltitudini di semi
e non si cura dove cadono. 23.3.20


Se poni una domanda ad una persona, e questa ti risponde scrivendoti alcune centinaia di parole, quel testo è una miniera di simboli: per il contenuto, la forma, il non detto.
La decodifica di quei simboli è assimilabile all’interpretazione degli ideogrammi: questi non hanno mai un significato univoco, ma evocano mondi, ambiti, concetti, simboli appunto.
La costruzione della frase, la sintassi, parla della persona e del suo mondo interiore; l’uso dei sostantivi, dei verbi, degli aggettivi la svela e la rivela; la punteggiatura, i ritorni a capo, le spaziature tra paragrafo e paragrafo parlano di ritmi, di tempi o di non tempi concessi a sé e agli altri.
Il testo nel suo complesso può costituire un gesto di apertura o di chiusura; può essere il tentativo di mostrare aspetti di sé o di celarli, rimuoverli, occultarli.
Chi ha posto quella domanda, e deve accogliere la risposta che gli viene, ha un compito ingrato, se è un insegnante nella via spirituale: deve aiutare a svelare la trama occulta di ciò che viene detto, dove c’è comprensione e dove non c’è, dove c’è fuga e rimozione, dove c’è superficialità e incapacità di vedere.
L’insegnante, insomma, tratteggia una prima, sommaria e provocatoria lettura simbolica degli ideogrammi, e la specchia all’allievo il quale ha il compito di elaborarla.
Questa relazione, fondata sullo svelamento, è quanto mai energivora per tutti i protagonisti, e questo a prescindere che sia una relazione in presenza o attraverso uno scritto: è più facile quella in presenza perché meno focalizzata sull’ambito concettuale.
Rifletto su questo perché cerco di comprendere la complessità senza fine della relazione con l’altro, e la fatica che essa comporta, fatica che diviene peso rilevante quando non si ha una motivazione sufficiente a sostenerla.


Ho visitato distrattamente le pagine Facebook italiane che si rifanno all’insegnamento e alla figura di Ekart Tolle; due pagine fondamentalmente, una con quasi 30.000 iscritti, l’altra con quasi 14.000: quindi un fenomeno ampio.
Scorrendo i temi e i contenuti, ha trovato conferma un dato che mi è evidente da tempo: ogni insegnante aggrega attorno a sé il simile a sé, o comunque il compatibile.
Questa affermazione è, all’apparenza, banale, ma nasconde un principio importante: è sul piano vibrazionale che maestro e discepolo si incontrano, un piano vibrazionale che coinvolge tutti i corpi, ma, soprattutto, riguarda quelle “verità punto di passaggio”, quindi quel tratto di percorso esistenziale, con cui i discepoli, ma anche lo stesso maestro, debbono confrontarsi.

Cos’è una “verità punto di passaggio”? Una verità relativa, una conoscenza-consapevolezza relativa che hai bisogno di acquisire in una data stagione della tua esistenza interiore e spirituale.
Guardando al Sentiero, vedo quanti negli anni hanno camminato con noi per periodi più o meno lunghi, e ne colgo la valenza: sono rimasti giusto il tempo per mettere a fuoco il loro cammino, per ricavare quella chiarezza che li conducesse verso i passi successivi.
Questo ci dice una cosa fondamentale e risaputa: una via è uno strumento che le persone usano e poi superano, o perché ad essa non sono pronte, o perché ad altro debbono dedicarsi.
Nello specifico del Sentiero valgono entrambe le situazioni: ciò che conta, ciò che è importante è che noi si sia stati strumenti attivi e funzionali nelle mani delle persone.
Ora, uno strumento attivo e funzionale non è mai senza forma e senza sostanza: avendo forma e sostanza produce un impatto e costringe a vedersi e, alla fine, a perseverare o ad abbandonare.
Quindi, uno strumento efficace lo devi trovare sulla tua strada e ci devi anche inciampare, deve produrre in te simpatia ed antipatia, adesione e repulsione, e, alla fine, essendo provocato ed interrogato, sei indotto a lavorare, a non rimanere passivo e immobile.
Perché tutta questa rappresentazione – perché di sola e unica rappresentazione alla fine si tratta – possa accadere, è necessario che non solo vi sia un insegnante, o maestro, ma è indispensabile che vi sia un certo numero di soggetti coinvolti capaci di perseverare nel tempo, e dunque di offrire ai naviganti il servizio del porto nel quale sono approdati.
Se osservate attentamente, vedete che questo, e non altro, abbiamo fatto in quasi 27 anni di attività: un nucleo di persone ha reso un servizio a sé e al proprio prossimo dando vita ad una forma, a dei processi, ad un paradigma originali, quelli possibili a questo numero limitato di persone, quella emessa dall’insegnante e sostenuta, per affinità, o per scopo esistenziale, da coloro che hanno perseverato. 17.3.20


Dice il CF77: “Se vedi una scena in televisione, se ti giunge l’eco di una notizia, quelle sono per te. La tua reazione parla di te”.
La scena del virus parla a tutti e a ciascuno: una maniera per prolungare questa non semplice lezione, è quella di considerarla un fatto naturale che si colloca oltre il nostro dominio.
Invece la scena è stata da noi, come insieme e come individui, generata e sarà superata se acquisiremo alcune comprensioni di fondo, altrimenti con essa dovremo di nuovo confrontarci, anche qualora oggi riuscissimo a superarla.
Ci sono lezioni generali, di alcune delle quali ho già parlato, ma ci sono soprattutto e principalmente le lezioni personali di cui è impossibile parlare, perché solo io so cosa accade nell’animo mio, qual’è il mio limite, cosa debbo vedere e superare.
Scrivo queste righe per una ragione semplice, perché nessuno possa dire: è solo un virus!
Non è solo un virus, è una lezione di vita profonda e dura generata da ciascuno di noi e da tutti quanti assieme per l’apprendimento nostro, il cambiamento nostro.
Così, cambiando noi, cambierà l’insieme al quale tutti diamo luogo e sostanza. 17.3.20


Dicevo il 2 marzo, in merito al virus: siamo tutti interconnessi, come individui, come paesi, come continenti.
Se guardiamo a questi due decenni di XXI secolo trascorsi, vediamo alcuni segni potenti: il terrorismo, la crisi del 2008, le migrazioni, l’immane problema ambientale, il virus.
Tutti parlano di interconnessione, di dipendenza reciproca: tutti insegnano la necessità della collaborazione, della cooperazione, della responsabilità condivisa, del mettere in comune le forze per governare i processi.
Lo stesso sovranismo, con la sua protesta e il suo velleitarismo macroscopico, ci dice, attraverso la sua negazione dell’evidente, che l’unica via è la condivisione.
Questi segni, simboli, che stanno attraversando il secolo, hanno un impatto duro, come sempre è quando l’umano non vuol comprendere:
– il simbolo parla di quello che devi apprendere;
– la tua reazione dello stato del tuo sentire, di quanto sei pronto a recepirlo. 15.3.20


Ieri affermavo: “Finalmente, non devi più incontrare tutti, ma incontri solo coloro che risiedono nel tuo cuore”.
Un lungo tratto del cammino esistenziale è dedicato alla scoperta dell’altro come non altro da sé; quando questa comprensione è sufficientemente maturata, non diveniamo uno-con-tutti, un indistinto aggregato unitario, ma il sentire acquisisce in modo incontrovertibile il senso della comunione, della connessione e della condivisione, pur conservando coscienza di sé e della propria unicità nel divenire. Quindi permane un certo senso di “separazione” che verrà colmato, in modo definitivo, solo con la fusione nell’Assoluto.
Il senso della comunione, della connessione e della condivisione conferisce la lucida consapevolezza che ogni essere ha la sua strada, il suo senso, la sua responsabilità: lo sguardo ampio contempla la moltitudine degli esseri e degli insiemi, e di ciascuno coglie il procedere peculiare.
In virtù di questa consapevolezza, viene meno quell’afflato tipicamente umano al “salvare tutti”, all’aiutare tutti: tutti si aiutano già da sé.
Quello dell’aiuto all’altro non è un dato del reale, ma del racconto soggettivo: tu non hai bisogno di me, sono io che ho bisogno di aiutare te.
Dalla comprensione di questo può sorgere una frase come quella riportata in apertura: posso occuparmi di coloro che si presentano esistenzialmente (che risiedono nel mio cuore), ovvero coloro che dall’indeterminato Essere assumono una forma per me e per il mio esperire: di loro mi prenderò cura, gli unici reali. 13.3.20


La straordinaria bellezza dell’essere vecchi è che nessuno ti considera più niente, puoi dire e fare tanto sei solo un vecchio, e allora non devi nasconderti dietro quello che non sei, non devi più superare esami e dimostrare qualcosa, tanto meno devi più piacere a qualcuno, o sedurlo.
Puoi vivere la tua vita e andare per la tua strada sapendo che gli altri vanno per la loro e non si curano di te.
Il corpo è il simbolo vivente del fatto che tu sei oramai altrove, è l’immagine di scena che proietti e che gli altri hanno bisogno di vedere e che li libera di te, e libera te di loro.
Su queste basi, finalmente, non devi più incontrare tutti, ma incontri solo coloro che risiedono nel tuo cuore. 12.3.20


È come in un sogno lucido: vivi le scene e sai che è un sogno.
Così è per questa vita: la vivo, e la sento nella carne e nella mente pura illusione. 11.3.20


Seguendo la ragione, nessuno si sarebbe fermato; ma in forza del virus, tutti debbono fermarsi: quindi ci si ferma non per comprensione, ma per necessità, per coercizione.
Prendo atto. Mi commuove lo sforzo di tanti, dei sanitari innanzitutto; ma non mi muove a compassione l’idolo che abbiamo creato e che alimentiamo con le nostre intenzioni e le nostre volontà ogni giorno: no, quello mi ripugna.
L’idolo del divenire a tutti i costi che sacrifica l’Essere fino ad umiliarlo.
Ecco, questi giorni parlano dell’idolo del divenire di fronte alla sua miseria, e della miseria dell’Essere che nelle persone mai è stato abbastanza coltivato, perchè, ahinoi, contava solo il divenire.
L’esistenza è intessuta in modo mirabile e ciascuno può raccogliere il frutto del seme che ha deposto e, mentre lo raccoglie, come in uno specchio, si vede e, magari, si interroga. 11.3.20


Giorni a cui il mondo non è avvezzo. Sento una perplessità mista a stupore attraversare l’animo delle persone. La preoccupazione di alcuni è più che comprensibile, non poche attività, dei più diversi settori, soffriranno molto.
Per le persone radicate in una dimensione e formazione spirituale, tutto questo dovrebbe avere alcuni caratteri di familiarità: non viene coltivato in questi ambienti lo stare, il fare lento, la consapevolezza del presente, il non condizionamento del tempo, il poco e l’essenziale?
Si, vengono coltivati, ciascuno a modo proprio, con l’intensità e con i tempi liberamente scelti, quindi con il soggetto decisionale al centro.
In questi giorni, quel soggetto deve sottostare ad una volontà che lo sovrasta e allora, a volte, accade che scalcia e protesta: è un modo rozzo per sentirsi vivo.
Una cosa è scegliere di stare fermi liberamente, è qualcosa che ci gratifica anche perché ci fa sentire diversi, un’altra è lo stare fermi coatto che subito attiva l’impennata identitaria.
Questo nei primi giorni, poi la protesta scema e si comincia a gustare il poco e l’irrilevante.
Quanto accade nel mondo accade anche nel Sentiero, sempre attraversato dalle inquietudini di coloro che vanno cercando il loro posto nel mondo.
Mi vien da paragonare il Sentiero a un treno di modesta categoria: quel treno percorre tratte non convenzionali e i suoi passeggeri sono seduti su panche di legno scomode e sobbalzanti; alcuni, per loro scelta, dalle panche si sono portati su quegli strapuntini penitenziali al confine tra un vagone e l’altro, molto prossimi alle porte d’uscita.
Lì il rumore si fa più assordante, ma forse l’essere più lontani dai loro compagni di viaggio li aiuta, o forse è l’aria che viene da fuori che li facilita.
Questo periodo di rarefazioni servirà a tutti e porterà chiarezza: benedetti saranno i passeggeri che scenderanno alla prossima stazione, quando giungerà, e benedetti quelli che persevereranno.
Tutti, nel mondo, ne usciremo cambiati: almeno un poco, perché non c’è da frasi illusioni. 10.3.20


C’è una parte della popolazione del pianeta che è costretta a rallentare il procedere in questi giorni: forse il forzato isolamento, l’inattività conseguente indurranno alla riflessione.
Forse è come nelle malattie gravi, quando eri lanciato nella vita e d’un tratto ti devi fermare e inizia il calvario tra i reparti degli ospedali, le cure debilitanti, l’ansia, la paura, l’incertezza sovrana.
Questo è, e se accade ha certamente senso per molti perché da molti creato: non venendo da Dio, né dalla natura matrigna che fornisce solo il materiale genetico, il fenomeno è dell’umano e per l’umano apprendere.
Osservo gli eccitati, gli agitati che fino a ieri hanno impazzato nei nostri mezzi di comunicazione, nelle nostre piazze, nelle teste di molti, e mi auguro che ne traggano insegnamento.
Qui, nell’eremo, non guardo coloro che delirano nella loro eterna adolescenza, guardo a chi ha posto solide radici nella vita ed è capace di uno sguardo equanime.
Vi propongo la testimonianza di un padre certosino.

A proposito della vita certosina egli ce la descrive soffermandosi su quelli che definisce i quattro pilastri di essa, ovvero: la solitudine, il silenzio, la preghiera e l’austerità.
Padre Elia ci spiega che, “Per vivere in solitudine bisogna essere innamorati di Dio, altrimenti non si resiste; stessa cosa vale per il silenzio, che deve essere abitato dalla presenza del Signore, e accompagnato da un silenzio interiore, che escluda dalla mente le distrazioni; l’austerità, che comporta non mangiare mai carne, accontentarsi di due pasti al giorno (e in alcuni mesi dell’anno anche di uno solo), e la preghiera.
I momenti di preghiera sono scanditi dai tempi liturgici, e comportano anche tre ore di veglia notturna da mezzanotte alle tre.
Sostanzialmente si può dire che la nostra giornata si divide in tre parti: otto ore di esercizi spirituali (messa conventuale, messe private, ufficio divino), otto ore per il sonno, però spaccato dalla veglia notturna, e otto per le altre attività”.
Sulla caratteristica più nota dell’Ordine certosino, ci narra un aneddoto davvero simpatico “Il silenzio comporta che parliamo tra di noi solamente un’ora alla domenica e durante il passeggio settimanale. Anche quando mangiamo insieme in refettorio, la domenica, lo facciamo in silenzio, mentre un lettore legge un brano della Sacra Scrittura.
Quando venne in visita alla Certosa di Serra San Bruno S.S. Giovanni Paolo II, il 5 ottobre 1984, lo accogliemmo come eravamo soliti fare. Al momento del pranzo, in Refettorio, eravamo tutti in silenzio. Io ero incaricato di leggere la Bibbia, ma dopo la prima frase, il Santo Padre batté con la posata sulla bottiglia e disse: “Vediamo se questi monaci hanno perduto l’uso della parola”. Allora scesi dal pulpito, mi sedetti a tavola e quella fu l’unica volta in 50 anni che parlammo in Refettorio!” 7.3.20


Quest’essere che chiamo col mio nome è, nel divenire e solo nel divenire, un Centro di coscienza e d’espressione: un centro unitario dove sentire ed espressione in alcun modo sono separabili.
Ciò che viene sentito viene anche espresso, condotto a manifestazione.
Nel divenire, il sentire ha consapevolezza delle porzioni di sentire relativo più “prossime” a sé per ampiezza, e crea scene che gli possono permettere di comprenderlo.
Crea scene akasiche che poi si rivestono di materia mentale, astrale e infine fisica/azione.
Così la realtà viene creata a partire da un’intenzione.
Ora, in questa interpretazione non c’è spazio per alimentare la dicotomia Io/coscienza, il Centro è unitario, sente e crea.
Un animale, una pianta è un Centro di sensibilità e d’espressione: qual è la differenza tra questi esseri e un umano?
Centro di sensibilità, non di coscienza, ovvero fortemente condizionato dai sensi e dai dati che questi forniscono; privo di un corpo organizzato quale l’akasico, dove i dati confluiscono, vengono elaborati e sistemati e rappresentano un riferimento solido per ogni parametrazione che orienti il vivere: un animale e una pianta appoggiano più sui dati dei sensi e dell’istinto che sull’acquisito come esperienza, anche se questa, in modo embrionale e differenziato tra animale e animale, già opera, ma non come nell’umano.
Perché rifletto su tutto questo?
Perché dobbiamo superare, rapidamente, la dicotomia Io/coscienza anche nell’interpretare il divenire.
Continueremo la discussione nella Classroom. 7.3.20


La gratuità riguarda l’intenzione che muove una persona: se essa non opera per un suo fine personale, più o meno egoistico, possiamo dire che si colloca nell’ambito della gratuità.
Il termine gratùito designa la condizione di uno scambio che avviene senza compenso alcuno.
In ambito spirituale la confusione è somma tra i due termini e, non di rado, il vincolarsi al gratùito falsa alla radice la relazione con l’altro da sé, alla cui base deve esserci una reciprocità, uno scambio, un fluire di forze, di segni: la relazione è come una danza, e la si fa in due; l’altro deve rispondere, io debbo esserci, altrimenti non c’è danza che abbia senso.
La relazione è fondata sulla responsabilità dei soggetti coinvolti: ciascuno mette del suo e sente la responsabilità di farlo per sostenere la relazione stessa.
Il mondo del divenire è fondato sulla relazione, quello dell’Essere sulla gratuità.
La persona consapevole di tutto ciò vive nella gratuità, ma non necessariamente nel gratùito: quest’ultimo è strumento pedagogico, a volte lo si utilizza, altre no, pur risiedendo sempre l’intenzione nella gratuità. 5.3.20


A che cosa assomiglia la vita di un certosino?
Se procede bene, assomiglia anzitutto a una bella storia d’amore, come ogni vita religiosa!
È la sola cosa che possa giustificare una vita come la nostra, altrimenti la solitudine diventa isolamento.
Ho l’abitudine di dire che un certosino dovrebbe essere – e talvolta lo è – l’uomo meno solo al mondo, perché il nostro fine è stare sempre con Dio. Il silenzio e la solitudine non sono che dei mezzi per arrivarci.
Questa vita non assomiglia invece all’immagine che la gente se ne fa. Lotto invano contro l’idea che saremmo privi di gravità, quasi sospesi «tra cielo e terra», come dice Robin Bruce Lockart in uno dei suoi libri.
Quando si è in una comunità, si tengono sempre i piedi nel fango! Abbiamo una vita vicinissima a ogni vita normale, con gelosie, momenti di rabbia, contesti di fraternità, anche discussioni… Perché non siamo né eremiti né completamente in silenzio.

Chi arriva alla Certosa vive uno scarto tra il ritmo della società che lascia e la vostra vita?
Lo scarto tra il mondo e la nostra vita è colossale. Conservo in me un ricordo imperituro del mio primo Natale in Certosa, a 21 anni.
Vengo da una famiglia numerosa e, la sera di Natale ero sempre con tante persone. Qui, prima del 26 dicembre non c’è assolutamente niente.
È stato uno choc. Quelli che oggi si uniscono a noi non hanno problemi a ritrovarsi senza telefono, senza internet. La vera difficoltà riguarda la fragilità delle psicologie, che incontriamo molto più che in passato.
Impegnarsi “per sempre” non è più una cosa scontata, nella nostra società. I profili che incontriamo hanno conosciuto situazioni famigliari scoppiate, percorsi poco lineari.
La questione di una fedeltà fino alla fine della vita è molto più complicata da imparare. Abbiamo rinforzato la formazione iniziale perché i postulanti portano in sé un po’ del “bazar” di questo mondo che non sempre li ha ben strutturati. Però alcuni scoprono il cuore della nostra vita.
È una vita bella, perché tutto quello che la abita ha un senso. Quante persone oggi hanno una vita che non ha senso? E poi è un lungo cammino, perché con noi certosini il Signore non ha fretta.

Brani di una intervista al priore della Grande Certosa di Grenoble. Fonte. 4.3.20


Le persone accettano da me prove che rifiutano se proposte da altri: questo è un errore grave, e indica la non comprensione piena della funzione dell’altro da sé.
Non deve contare la gerarchia di valore nella quale abbiamo inquadrato il nostro interlocutore, deve contare il simbolo che porta: che sia una persona che stimiamo, o l’ultimo di quelli che consideriamo, dobbiamo essere capaci di leggere il messaggio che porta e che parla di noi, di un nostro limite, di una manchevolezza che chiede di essere lavorata.
Troppo comodo aprirsi all’insegnamento di qualcuno a cui riconosciamo quella funzione: gli autentici insegnamenti sono portati da una molteplicità di agenti, spesso estranei e lontani dal nostro mondo interiore, come sono portati, sempre, da quelli con cui condividiamo il minuto quotidiano e che troppe volte non riconosciamo come i più efficaci.
In una via spirituale non si impara solo dal “maestro”, ma, innanzitutto, da ciascuno di quelli che camminano con noi. 4.3.20


Non parlerò del virus, l’ho promesso, ma vorrei riflettere un attimo su un aspetto evidente del simbolo: siamo tutti interconnessi, come individui, come paesi, come continenti.
Uno degli elementi cardine dell’era esistenziale dentro la quale ci stiamo inoltrando, è la condivisione: siamo in presenza di un movimento epocale di dati, di persone, di merci in parte obbediente alle logiche del profitto, in parte ad altre logiche, più interne allo sviluppo personale ed esistenziale.
Ora, in un contesto di questo genere, le frontiere divengono anacronistiche, non reali: il mondo si fa piccolo, permeabile, ma il processo è ancora agli inizi, rozzo ed approssimativo e convive con barriere, dittature, pretese sovraniste, localismi, velleità, non comprensione del movimento complessivo in atto e che maturerà nell’arco di molti secoli, non certo domani.
Il virus è un simbolo potente e ci dice: non c’è confine, non c’è muro che puoi costruire.
Ma c’è un altro simbolo che abbiamo cercato di occultare e che va letto assieme, contestualmente al virus: quello delle migrazioni.
Sapete che la Turchia sta lasciando passare, verso la Grecia, alcune decine di migliaia di profughi dei 5 milioni che tiene entro i suoi confini: il tappo turco, che tutti sapevamo essere effimero e strumento di ricatto politico, ci ricorda la realtà dell’inconsistenza delle frontiere tra gli stati di fronte ai drammi e ai bisogni delle persone.
Due volti dello stesso simbolo, dunque: il virus, le migrazioni di oggi e di domani, l’anacronismo delle difese, della pretesa di difendersi, la necessità di governare i processi conoscendoli, comprendendoli, non negandoli, non temendoli, non fuggendo le responsabilità, ma, soprattutto, cooperando, condividendo, procedendo assieme.
Di fronte a questo scenario emerge il simbolo più possente: la totale impreparazione dei singoli e dei popoli, l’infantilismo, la cecità egoica, l’incapacità di sguardo, di decodifica dei segni, di comprensione della sfida. 2.3.20


Non devi comportarti da guerriera: chi lotta contro qualche cosa, si mette in una posizione che certamente non è invidiabile, ma neanche utile. Tutti i grandi Maestri, che ho letto o conosciuto, hanno sempre fatto presente che lottare contro ciò che accade è sbagliato.
Bisogna comprendere e accettare; riuscire a comprendere le proprie motivazioni e le altrui; eliminare tutti quei punti di attrito, che ti fanno lottare in continuazione.

Sono parole di Georgei dal post del Cerchio Ifior che uscirà il 13.3; sono dette ad una persona definita, quindi non generalizzabili.
C’è una frase che ha invece valenza generale: “Tutti i grandi Maestri hanno sempre fatto presente che lottare contro ciò che accade è sbagliato, e che non mi trova d’accordo, perché è vero, in termini generali, che lottare contro ciò che accade è sbagliato, ma non è vero in mille situazioni particolari.
Un esempio per tutti: la lotta popolare contro il nazifascismo.
Le persone che hanno intrapreso quella lotta avevano motivazioni diverse, ma di certo quel lottare ha prodotto:
– cambiamenti in se stessi;
– cambiamenti nella parte avversa;
– cambiamenti nella società.

Più in generale, ci sono situazioni cristallizzate, vibrazioni individuali e collettive che producono squilibri, o dolore, o ingiustizia e che hanno bisogno per essere superate di un gesto di rottura, di una vibrazione alternativa e necessariamente conflittuale che si incunea nel corpo vibrazionale principale destabilizzandolo ed aprendo un processo di crisi e di revisione critica.
Un esempio concreto: stamattina vado in farmacia, prendo un rimedio, vado a pagare col bancomat e mi dicono che non lo accettano per pagamenti inferiori ai 15€: protesto.
La scena si sarebbe potuta fermare qui: la farmacia, da una situazione di potere, emette una vibrazione che condiziona migliaia di persone le quali, se non compiono un gesto, subiscono, confermano e sostengono quella vibrazione.
Torno a casa, cerco su internet, telefono alla Guardia di Finanza, telefono al proprietario della farmacia e contesto il suo operato: questa è la vibrazione che va a collidere con la sua e ne rompe l’equilibrio, la posizione dominante e mortifera.
Ho intrapreso una lotta: l’ho fatto per me? No, di certo, purtroppo spendiamo sempre ben più dei 15€. L’ho fatto per tutti, perché nessuno si trovi di fronte ad un macigno e non possa spostarlo.
Questo è un piccolo fatto, pensate agli agricoltori che lavorano con margini di profitto irrisori stretti nella morsa del cambiamento climatico: non è necessaria una loro lotta per ottenere prezzi adeguati per i loro prodotti?
Ecco che la lotta, il conflitto è il sale del divenire: nell’Essere non è necessaria alcuna lotta, nel divenire bisogna discernere, a volte serve, altre è inopportuna.
Allora dei maestri che dicono che non bisogna lottare non sappiamo bene cosa farcene, la realtà è che la vita è governata dalla legge dell’equilibro, il quale, come appena è raggiunto lo si perde, perché se lo si mantenesse sarebbe mortifero.
Inoltre, una condizione imposta dal più potente non la si può considerare equilibrio, ma profondo squilibrio e ingiustizia che deve essere messa in discussione attraverso l’azione decisa: la lotta rompe l’equilibrio mortifero e tende ad affermare l’equilibrio autentico fondato sulla giustizia. 2.3.20

Se io fossi cieco,
crederei che Tu sei il vento ed io la foglia,
ma non sono cieco.
Ho compreso che il vento e la foglia
hanno una natura comune,
e solo nell’apparire assumono forme diverse.
Compreso questo, il mio compito non è divenire vento,
ma lasciare che affiori
la natura che ci accomuna
e ci testimonia come Uno. 1.3.20


Dimmi chi sei, dichiarati, mostrati.
Non basto a me stesso, non basto a niente.
Fammi vedere dove vai e capirò dove vado.
Mostrati per quel che sei
e imparerò a dismettere le mie maschere.
Ascoltando ho scoperto l’infinito altro
e mi sono reso conto che quella forza,
che mi spingeva ad aprirmi nell’ascolto,
altro non era che forza d’amore,
motivazione d’amore,
disponibilità d’amore.

Dal post Ascoltare con l’insieme unitario dell’essere, pubblicato qui l’1.3.20


Ho corso il rischio di creare una “bolla” vibratoria, una condizione d’esperienza in cui le persone, avendo imparato ad interpretarsi in un certo modo, a valorizzare determinati aspetti ed esperienze, lasciano in secondo piano, sottovalutano, od occultano il non compreso.
Ho corso il rischio di assecondare, sostenendola e alimentandola, una narrazione irreale.
Una via spirituale non è un ambiente “pneumatico”, è un luogo e un tempo di svelamento di sé in un contesto che permette e supporta un cambio di sguardo radicale conservando una stabilità psicologica: quel cambio di sguardo conduce oltre sé e libera la radice dell’essere che da sempre ci genera, ma impone una severa aderenza alla realtà della propria condizione.
Ecco che, inevitabilmente, ci si confronta con il sé che si articola nel quotidiano e con l’asino che raglia forte e piange calde lacrime.
Questa è la cruna dell’ago. 29.2.20


La via spirituale in fondo altro non è che l’attimo senza tempo e il processo del prendersi cura.
Potrei dire: di prendersi cura di sé e di ciò che c’è attorno a sé, ma creerebbe una separazione, un due.
In realtà, il prendersi cura non conosce dentro e fuori, sé e l’altro: quel centro di coscienza e d’espressione non ha un dentro e un fuori, è ed ha una irradiazione, dati che fluiscono e che vengono registrati, ora interpretandoli – e dunque creando il divenire – ora sentendoli, e dunque risiedendo nell’Essere.
Il prendersi cura è uno stato del sentire, prima che un gesto, e in quanto sentire copre l’esistente senza distinzione e senza separazione. 29.2.20


Il cosmo è regolato dalla legge dell’equilibrio: non c’è vita, non c’è giornata che non la realizzi, anche se a noi non sembra.
Ci rimane difficile ricordarlo, ed educarci a considerare che al ricevere deve succedere un proporzionato dare, e che un dare porta con sé il diritto ad un nuovo ricevere, che possiamo e dobbiamo concederci. Allora saremo come una porta aperta attraversata dal vento della vita che soffia dove vuole. 28.2.20


Errando nel divenire, cerchiamo di proteggere la nostra integrità che, se troppo esposta, si frantumerebbe.
Ecco allora che possiamo condividere solo in parte la fatica esistenziale di altri, e vediamo solo frammenti dell’incedere delle moltitudini che affrontano le sfide della conoscenza, della consapevolezza, della comprensione.
Ognuno di noi crea personali barriere al fine di filtrare il possibile esistenziale che può reggere. 28.2.20


Stiamo cercando di creare un vocabolario che superi la dicotomia propria delle menti che, operando secondo le logiche del duale, oppongono l’Io alla coscienza.
Una mente dice: “Ci sono io e c’è la coscienza”, e così dicendo dà origine a mille domande.
Chi compie questo, Io o la coscienza? Chi è responsabile di quest’altro, Io o la coscienza?
Un ginepraio senza uscita.
Kempis, del CF77, ha coniato questa espressione per definire l’umano: centro di coscienza e d’espressione.
La locuzione rimanda ad una dimensione unitaria, il centro, e lo qualifica affermando che è sostanziato dal sentire (di coscienza) e dalla manifestazione nell’esperienza.
Chi sono io? Un centro di coscienza e d’espressione. È perfetto. 28.2.20


È sera,
mi attraversa un profondo silenzio.

Luana, da una chat interna del Sentiero. 28.2.20


Chiede L.: C’è la possibilità di aiutare l’altro a riconoscere i propri condizionamenti e le proprie cristallizzazioni?
Tutto il vivere e la vita non sono altro che un’immensa rete di condivisione e di servizio reciproco: siamo continuamente utili a qualcuno e gli altri lo sono a noi.
Si tratta di divenire consapevoli di questo: purtroppo ci attendiamo di vedere dei risultati, e questo è il nostro errore principale, quello che ci rende ciechi.
La vita è servizio lungo il cammino da ego ad amore, nel divenire.
Nell’Essere è soltanto quel che è, dove nessuno serve e nessuno ha bisogno.
Se noi oscilliamo tra Essere e divenire, pian piano ci diverrà evidente che l’Essere che ci crea diviene dono per tutti, tutt’attorno, se noi lo incarniamo senza pretesa.
Ecco, allora, in merito al nostro servizio, abbandoniamo la pretesa di essere utili e arrendiamoci al fatto che tutti serviamo tutti, ma i risultati, gli effetti si spalmano sulle vite, non sul breve scorcio temporale che stiamo vivendo.
Dunque l’altro può beneficiare del nostro contributo, e questo lo aiuta a trasformarsi, anche quando non ne è in alcun modo consapevole.

Dialogo tratto da una chat interna del Sentiero avvenuto il 27.2.20 e pubblicato qui.


L’avversione nasconde il reale dell’altro e del mondo: sul loro immenso palcoscenico le persone non sono come noi le vorremmo, sono quel che sono e non vivono per piacere a noi, vivono e basta e lo fanno come a loro è possibile.
Come potremo comprendere qualcosa della meraviglia del creato, se rimaniamo nella morsa del “mi piace/non mi piace”, “mi nutre/non mi nutre”?
Cosa comprenderò della vita se non entro nelle viscere dei viventi?

Dal post: L’indagine che conduce alla radice del reale e la gratuità 1.1.2018, pubblicato qui il 27.2.20


Sento la paura che attraversa le persone e mi proteggo.
Mi chiedono d’interpretare il simbolo di quanto va accadendo, ma non lo faccio e non lo farò.
Le persone nascono, le persone muoiono secondo il disegno loro proprio.
Le persone hanno bisogno di amare, di odiare, di provare gioia e paura.
La mia vita è lontana da questo circo, pur conoscendo io l’amore, la paura e la gioa.
L’odio no.
Il prato è pieno di viole e non si sa dove camminare per non calpestarle.
Per loro natura le viole crescono distanziate le une dalle altre, ma in alcuni casi sono vicine, in macchie affollate.
La terra chiede acqua, e anche noi abbiamo bisogno di acqua per lavare i nostri cuori e le nostre menti. 24.2.20


Ci riempiamo del pensiero dell’altro per non sentire la nostra solitudine.
23.2.20


Nelle ore e nei giorni accolgo la tua venuta, so che senza l’incontro con te il mio essere sfiorisce. Cosa porti tu?
La possibilità di vedermi, di divenire consapevole, di provare a cambiare e, infine, di comprendere.

Tweet dell’11.2.18, pubblicato qui il 22.2.20

Riflessioni sulla vita contemplativa [1]


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Un commento su “Riflessioni sulla vita contemplativa [2]”

  1. Non c’è dubbio che questo non sia “solo un Virus “ , ma un vero e proprio test di apprendimento . Una sorte di verifica scolastica generata dalle nostre coscienze . La prova del nove che verifica l’adeguatezza del nostro procedere . Ciascuno di noi si trova messo a nudo con i propri limiti di paura , egoismo , fragilità . Buon cammino !

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