L’indagine che conduce alla radice del reale e la gratuità

Quando, nel 1993, mi sono ritirato dal lavoro e ho iniziato questa esperienza nell’Eremo dal silenzio, provenivo da una solida formazione zen e quella mi sarebbe potuta bastare. Ma non è nella mia natura smettere di indagare la radice delle cose.
Avvertivo, allora, la necessità di comprendere come pregassero i cristiani, come vivessero la loro vita interiore: per me che venivo dal profondo silenzio dello zazen, il fiume di parole e di canti dei cristiani mi frastornava e mi interpellava.
Non potevo pensare che la loro modalità fosse sbagliata, era molto più semplice e verosimile che io non comprendessi cosa essi andassero facendo e vivendo.
Forse avrei potuto liquidare la cosa con un’alzata di spalle, o con una di quelle frasi fatte che sembrano essere pietre tombali e invece sono solo fesserie: ma nemmeno questo è nella mia natura.
Inoltre la questione non era relativa solamente al come e perché pregassero in quel modo: la questione vera riguardava l’archetipo al quale facevano riferimento, la figura del Cristo, il suo messaggio e la natura della loro relazione con Lui.
L’unica maniera che ho trovato per indagare, è stato entrare nel loro mondo cognitivo e nella loro pratica: negli anni a seguire ho letto tutto ciò che di più rilevante c’era nella teologia più avanzata, nella pratica spirituale contemplativa e, naturalmente, ho iniziato una pratica quotidiana di preghiera cristiana che affiancavo allo zazen.
I frutti non si sono fatti attendere e, pian piano, un mondo si è dischiuso alla mia esperienza, lo stesso mondo che conoscevo e frequentavo attraverso lo zazen: il mondo dello stare, dell’abbandono, della fiducia, dell’essere.
Due modalità differenti conducevano allo stesso risultato, alla stessa esperienza interiore: questo per me era evidente fin dall’inizio, intuivo che fosse così, ma non ne ero ancora pienamente consapevole e la comprensione non era ancora piena.
Naturalmente l’approccio al vocabolario cristiano e ai suoi simboli non è stato semplice: la mente si ribellava senza fine, l’opposizione rispetto a certe immagini, o a certi concetti era viscerale.
Ho perseverato avendo ben chiaro che quella era la reazione della mente, dei suoi pregiudizi, delle sue visioni ristrette, della sua macroscopica ignoranza.
Ho disconnesso senza fine ciò che la mente recitava e mi sono ripetuto infinite volte che la realtà era oltre ciò che essa affermava, che la presunzione mi accecava e la non conoscenza mi rendeva ottuso: l’esperienza mi ha condotto passo dopo passo a vedere affievolirsi le resistenze e mi ha mostrato quanto fossi stupido e quanto la realtà stesse oltre le mie opposizioni, in uno spazio neutro a cui conducevano sia la pratica zen che la pratica cristiana, sia la filosofia zen che la teologia cristiana, pur essendo mondi molto lontani tra loro sotto molteplici aspetti.
La perseveranza e la dedizione mi hanno permesso di andare oltre me, oltre ciò che mi sembrava fosse me; oltre il conosciuto, il familiare, l’accettato e, attraverso un percorso anche ostico, mi hanno svelato la realtà unitaria che è oltre tutto ciò che l’umano crede e professa.
Una esperienza simile ho vissuto quando mi sono avvicinato all’insegnamento del Cerchio Ifior: venivo dal Cerchio Firenze, dalla Via della conoscenza di Soggetto, da insegnamenti complessi ed elaborati e mi sono ritrovato, leggendo i primi libri del CI, in un mondo molto di base, con concetti elementari e una didattica ripetitiva e prolissa: anche qui non è stato semplice, ancora le mente si ribellava e protestava.
Ho perseverato ed ho letto gran parte di quello che il CI ha prodotto: dopo i primi libri di base, è arrivata la sorpresa di un insegnamento filosofico più che corposo e capace di rispondere alla mia domanda esistenziale.
È arrivato dopo essere passato per la porta stretta della pazienza, della perseveranza, della dedizione, della costanza, dell’apertura ad un’altra modalità che essendo appunto altra, non necessariamente doveva piacermi.
Come la confidenza con l’immaginario cristiano, e con la sua pratica, aveva prodotto in me la capacità di comprendere la natura profonda dell’esperienza cristiana, così lo studio sistematico del messaggio del CI mi ha dischiuso il mondo della relazione tra coscienza ed identità, ovvero mi ha svelato come funziono io e come funzionano tutti gli esseri.
Oggi, a posteriori, guardo alle due esperienze e sono profondamente grato: pubblico i contenuti dell’Ifior assaporandone la profondità e la vastità di sguardo, anche quando sono espressi con linguaggi elementari; ascolto le parole dei cristiani e posso risiedere nel loro mondo interiore sentendoli veramente fratelli di un unico cammino, anche quando cantano in latino testi che magari affondano le radici nella tradizione giudaica.
Ho imparato non a rispettare l’altro, non centra niente il rispetto: ho imparato a conoscere la radice della pratica mia e di quella dell’altro, e allora risiedo nella radice e la forma per giungere ad essa, o quella in cui essa si mostra, mi lasciano perfettamente neutrale.
La radice della realtà è il centro, non la forma, non io, non i miei desiderata.
Ogni parola ed ogni gesto mi parlano della verità ultima che ogni essere ricerca, sia che sorgano da una tradizione, che da un semplice autentico sentire svincolato da ogni tradizione.
I bambini della via avversano le tradizioni e si credono superiori: chi ha visto anche solo un briciolo di realtà, si inchina di fronte ad ogni passo che l’umano compie. E tace. Impara a tacere, osservare e prendere atto.
Affermare questo non mi impedisce a volte di essere critico su quella manifestazione, o su quell’altra di una tradizione o di una via innovativa; su quella visione, o su una certa affermazione categorica che a volte affiorano nel pensiero di persone che si spendono sinceramente e fino in fondo nel cammino interiore: comprendere non è necessariamente condividere tutto; esiste una naturale dialettica e non può non esistere pena la paralisi del reale nel divenire delle parti.
Comprendere il modo intimo delle vie, non è nemmeno poter praticare più vie simultaneamente: ogni via ha le sue particolarità e la sua natura profonda che si possono sviscerare ed assaporare solo frequentandola fino in fondo.
Ogni via richiede fedeltà e perseveranza per mostrare i suoi frutti fino in fondo: non amo il balzare di via in via, di pratica in pratica e non amo nemmeno e per niente i sincretismi.
Ogni via sviluppa una sua filosofia e teologia, un suo linguaggio e pratiche coerenti con essi, con il compreso dei suoi membri, con la sua funzione esistenziale: il Sentiero contemplativo in quanto via va esattamente dove va la via cristiana, ma attraverso un altro paradigma, con altri strumenti, con altri linguaggi e con altre pratiche.
Questo contribuisce a renderlo diverso dalla via cristiana, ma non impedisce a coloro che lo seguono, essendo una via fondata sul togliere e non sull’aggiungere forme e visioni, di poter coltivare nel loro intimo sia il paradigma cristiano che quello del Sentiero, e questo è possibile perché il Sentiero conduce alla radice del reale ed è lì che incontra la modalità e l’essere cristiani, la radice cristiana.
Il Sentiero si è incarnato in un mondo in larga parte ancora permeato dalla cultura cristiana, ed è figlio diretto dello zen come dell’insegnamento che viene da altri piani di coscienza: il paradigma del Sentiero è contaminato fin dall’origine e di questa contaminazione noi facciamo una forza senza cadere in nessun sincretismo.
Ecco allora che quando frequentiamo il monastero camaldolese di Fonte Avellana, durante i nostri intensivi, noi partecipiamo alla liturgia dei monaci perché sappiamo che è li che possiamo incontrali nel profondo: mente essi dispiegano la loro preghiera, noi preghiamo come loro, e nel canto, nella parole, nel sentire come nell’emozione e nell’affetto possiamo incontrarci e ci incontriamo.
Se noi non cantassimo con loro, se non accettassimo di pregare come loro, come potremmo incontrarli?
La loro liturgia è la nostra liturgia? No, ma lo diventa quella mezz’ora che condividiamo.
Non incontri nessuno se non sei capace di comprenderne il mondo e per comprenderlo devi sperimentare assieme.
Abbiamo adottato pochi, sparuti e limitati salmi della tradizione giudaico-cristiano e li cantiamo nel contesto del repertorio dei nostri canti: questo provoca ad alcuni fratelli e sorelle del Sentiero alcuni mal di pancia.
Ciò che obtorto collo viene accettato durante un intensivo ospiti di un monastero cristiano, diviene non sopportabile in un ambiente non cristiano come il Sentiero.
È la stessa reazione delle menti che vi ho narrato all’inizio, e che ha vissuto chi scrive per lungo tempo: è la reazione che vogliamo si provochi e affiori, affinché le menti mostrino le loro resistenze, i loro pregiudizi, le loro paure ed avversioni, la loro vasta ignoranza e l’indomita presunzione.
Utilizziamo la forma non per giungere alla sostanza primariamente, ma per scardinare le menti e, una volta superata la loro resistenza, liberare la sostanza che è già presente e che era velata dalla resistenza, non dalla forma.
Allora, su dieci canti che frequentiamo, due sono urticanti per alcuni; su cento concetti espressi, uno richiama marginalmente un certo Maestro vissuto duemila anni fa: attraverso quella forma urticante, quelle persone hanno la possibilità di vedere il canto delle loro menti e di lavorarlo. Quando l’avranno lavorato vedranno la bellezza della sostanza che era già lì, oltre la forma che loro avversavano, quella avversione che gli impediva di vedere il reale, la sua radice.
Vedranno la realtà oltre il canto, vedranno il cantare; vivranno la Parola oltre le parole.
Eccolo dunque il centro: l’avversione, l’antipatia, il rifiuto a priori che ci impediscono di vedere il reale.
Oltre noi, sta il reale: oltre il credere e il sognare, il piacere e il dispiacere.
Ecco che allora bisogna avere anche la capacità di magiare il pane duro. Se il pane è sempre duro, si rompono i denti, prima o poi. Ma se gran parte del pane è morbido, un tozzo di pane dura rafforza la volontà, tempra l’interiore e spiana la strada.
L’avversione nasconde il reale dell’altro e del mondo: sul suo immenso teatro le persone non sono come noi le vorremmo, sono quel che sono e non vivono per piacere a noi, vivono e basta e lo fanno come a loro è possibile.
Come potremo comprendere qualcosa della meraviglia del creato, se rimaniamo nella morsa del “mi piace/non mi piace”, “mi nutre/non mi nutre”?
Cosa comprenderò della vita se non entro nelle viscere dei viventi?
Domanda: ciò che la vita mi presenta ogni giorno deve per forza nutrirmi, essermi utile, migliorami, servirmi?
O non può essere che quelli che la vita mi fa scorrere davanti agli occhi, non siano altro che fatti che non sono creati per me, sono solo fatti con una loro esistenza che non collocano me al centro, né mi eleggono a referente?
Non può essere che in una fase evoluta del sentire, l’altro non sia più lì per noi, e questo perché noi non siamo più il centro di alcun cosmo?
Ecco allora il senso del cantare un salmo che non appartiene alla tua cultura spirituale: dimenticarsi di sé, della propria centralità, di quel che ci serve e ci nutre, e semplicemente cantare, vivere, essere quel che fluisce in quel momento.
Questa è la nostra didattica: non solo il pane morbido. Né il pane duro a priori. Semplicemente quel che c’è.
Questo allenamento domani ci permetterà di stare di fronte all’assassino e di comprenderne la natura; di stare di fronte al santo e di esserne la natura.
Ma dovremo essere passati per la cruna dell’ago della gratuità, della sua conoscenza-consapevolezza-comprensione: non pratichiamo solo ciò che ci nutre, ma anche ciò che ci lascia neutrali e su cui un giorno la mente ha avuto da protestare, finché non si è arresa e, compresa la forma, ha potuto vedere oltre di essa la sostanza del reale.
Questo ci prepara alla vita, al pane duro, ai mille pani: solo colui che ha conosciuto la gratuità, l’azione senza scopo, la pratica senza guadagno, l’esperienza senza gratificazione ha accesso alla sostanza dell’Essere.
Non c’è Essere finché c’è scopo, finché c’è motivazione personale, finché c’è ricerca di qualcosa: quando la ricerca che ha al centro sé, muore, allora il presente si dispiega come accadere gratuito, allora nulla ci è estraneo e finalmente cominciamo a vivere intimamente la vita.
Una via spirituale è un processo che ti nutre e ti mette in scacco.
Se ti nutre soltanto, è una fumeria d’oppio.
Se ti mette in scacco solo, è un patibolo.
Se alterna l’uno e l’altro, è come la forca che penetra nel terreno ben temprato.


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15 commenti su “L’indagine che conduce alla radice del reale e la gratuità

  1. Mi sento molto in sintonia con ciò che esprimi. Le tue parole mi aiutano a fare sintesi . Posso affermare che non è questo l’ambito delle mie ribellioni, anzi vi avverto una profonda armonia. Almeno così mi pare.

  2. Grazie per i molteplici spunti di riflessione, un prezioso aiuto per mettere a fuoco una questione rilevante.
    In questo momento non vedo in me le risorse interiori per approcciarmi a quella che percepisco come la montagna dell’interpretazione cristiana, in qualche modo intuisco il panorama che si affaccia oltre alle resistenze che hai descritto ma, pesando le mie capacità, intuisco anche che non sono attrezzato per affrontare questa vetta.
    Può darsi che questa disposizione altro non sia che un’espressione di queste resistenze, ma, rimanendo nella metafora del pane duro, ho un paio di denti rotti e devo fare attenzione anche a quello morbido.

  3. Grazie Roberto . Da leggere rileggere e ruminare e da inviare come lettura a chi ci chiede : cosa è il Sentiero ?

  4. Grazie!!!.un post veramente denso ..ricco di vita vissuta..
    vorrei soffermarmi in particolare sul binomio FORMA /SOSTANZA..gia e’ tanto riuscire a distinguere l’una dall’altra a volte..ma mi ha veramente colpito il considerare la forma non come semplice mezzo per giungere alla sostanza ,ma come strumento efficace nel continuo lavoro di scardinamento della mente, capace di fare affievolire quelle resistenze che sono le reali responsabili dell’offuscamento della sostanza del reale.

  5. Caro Roberto, mi inchino dinnanzi le tue comprensioni profonde e ringrazio sentitamente per questa condivisione.

  6. Semplicemente grazie! Non è la prima volta che i tuoi post mi arrivano come conferme agli interrogativi del mio cammino. Soprattutto questo, la cui verità, mentre leggo, dà compimento al cuore e diventa feconda.

  7. Veramente grata per averci messo disposizione la tua esperienza. Quante comprensioni ci offri per far sì che troviamo conforto e indicazioni sulla via da perseguire! Post molto denso. Grazie

  8. Fiducia, nella gratuità, nell’assenza di scopo.
    Sentirsi al contempo attratti ed impauriti da questa disposizione.
    Se la vostra fede fosse come un granello di senape… diceva il Maestro.

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