L’azione trasformatrice della fede

Definiamo per l’ennesima volta il significato di “fede”: non il “credere” in qualcosa o in qualcuno, ma l’esperienza inequivocabile dell’essere parte e dell’essere condotti. L’adesione ad un fuoco, ad una forza interiore che ci radica nell’esistere e ci unifica in noi e nel Tutto.

Per vivere questa fede è necessaria una rilevante capacità di ascolto, almeno in una fase iniziale.
La fede/fiducia intesa tradizionalmente, è qualcosa di non difficile da identificare in quanto coinvolge la sfera del pensare e quella affettiva: la fede come esperienza dell’Essere, come consapevolezza del Dio vivente in noi, Essenza-di-noi, è qualcosa di molto diverso e, se non si è sviluppata la capacità di ascolto e di percezione del sentire, ci sembra che quella dimensione non sia accessibile.

La consapevolezza del sentire sorge quando il rumore dell’identità si attenua e quando si è divenuti estremamente sensibili al sottile, all’irrilevante.
Sensibilità che sorge in virtù del compreso acquisito e di un lungo e perseverante allenamento.

Nella visione dicotomica tipica delle identità, si tende a separare il percorso identitario, il “pieno” compimento della propria umanità, dal cammino spirituale, dall’esperienza di fede, dal perseguimento dell’unità d’essere.
Anzi, frequentemente, il cammino unificante è visto e vissuto come un pericolo e un ostacolo al pieno dispiegamento della nostra umanità.
Si tende a dire: prima la manifestazione di sé, poi il superamento di sé.

Si afferma, infatti, che essendo l’identità figlia del divenire, e l’unità intrinseca all’Essere, le due dimensioni risulterebbero sostanzialmente inconciliabili.
Niente di più falso, in verità, non si tiene infatti conto di un postulato fondamentale: il divenire è figlio dell’Essere, il processo personale ed identitario sorge dall’unità e torna all’unità.

Se così è, allora il coltivare l’unità in nessun modo è contrapponibile all’esperienza umana nel divenire, e al pieno dispiegarsi di una sana dimensione personale, al realizzarsi di una sana ed equilibrata immagine di sé.

Allora, perché le identità colgono un pericolo nel coltivare la sfera unitaria?
Perché non propugnano la realizzazione di un equilibrio tra le due sfere, dove identità/divenire è collocata all’interno dell’universo unità/Essere, ma perseguono il fine della libertà e preminenza di sé, come identità, dunque come fattori separati, autonomi, liberi da vincoli.

Se si riesce a comprendere che la via maestra è rappresentata dal perseguire il cammino di fede integrando in esso il pieno dispiegamento della propria umanità, allora non si avrà più timore di quella pratica temutissima dalle identità che è la disconnessione: essa rappresenta infatti il moto volontario che dall’identificazione conduce all’Essere, da un eccesso di Io alla sua relativizzazione, un terapeutico azzeramento di una identificazione e l’affermarsi di un equilibrio agognato.

In questa integrazione tra la via spirituale e la via della realizzazione/manifestazione umana, sta la chiave di ogni equilibrio: l’esperienza di fede diviene non qualcosa d’altro rispetto alla mia fatica quotidiana di umano, ma il livello fondamentale, la chiave di volta indispensabile per affrontare ogni processo di quel quotidiano.

Quando il figlio del falegname dice: “La tua fede ti ha salvato!” di cosa parla se non di questo?
Come può la fede salvarci, chiede l’identità?
Ci salva perché innanzitutto relativizza il tuo dominio, cara identità..

Ci salva da te, dai tuoi eccessi, dalle tue identificazioni, dai tuoi bisogni famelici, dai veli che tu frapponi tra noi e il Reale rendendoci due quando in realtà mai lo siamo.

La fede, relativizzando te, il tuo dominio, la tua preminenza, la tua presunzione di conoscere, ci apre un mondo sconfinato, quello dell’Essere, e questo solo per il fatto che, essendo noi capaci di ascolto del sentire che vibra e ci guida, siamo capaci di appoggiarci l’orecchio, di dirigerci l’occhio.

Se noi, per comprensione conseguita, siamo divenuti sensibili al sentire, allora abbiamo acquisito uno bussola interiore che ci guida in ogni frangente della vita, dal più piccolo e pratico, al più esistenziale ed etereo.

Nella vita psicologica, il sentire ci illumina e ci guida.
Nella vita lavorativa, il sentire ci orienta.
Nella vita affettiva, il sentire ci rende compassionevoli.

Le identità separano pervicacemente le due sfere, possono operare questa lacerazione di ciò che è uno perché ancora le comprensioni vacillano e sono incomplete: a comprensioni mature, la fede è la prima e ultima terapia, la prima e ultima via, l’unica condizione possibile che non vede identità e unità su due sponde differenti, ma vive l’unità in una forma specifica non separata e non contrapposta alle altre.

Presupposto tutto questo, vorrei trattare il tema della Sorgente nel Sentiero contemplativo.
Noi proviamo ad essere uno-in-Dio.
Uno in Dio nelle vite personali, in quelle familiari e in questo organismo.
Monaci, aderenti all’archetipo del monaco, non alle forme che nella storia questo ha assunto.

Uno-in-Dio.
Mentre lavoriamo, mentre parliamo, ci divertiamo, quando piangiamo, quando siamo in ansia, quando ci sembra che tutto vada bene e quando il mondo ci crolla addosso e ci sentiamo dei falliti.

La questione fondamentale per ciascuno di noi è: voglio continuare a vivere frammentato?
La risposta conseguente sarà relativa alle comprensioni conseguite, a poco servirà dire di no se quelle comprensioni non sono mature.

Se sono mature, alloro scopro che l’unità è già a mia disposizione, lo è da sempre, anche se io non la percepivo.

Posso vivere nell’unità se, nelle molte situazioni in cui ho una possibilità di scelta, scelgo l’unità alla frammentazione.

Scopro così che più l’unità mi possiede, meno mi lascia possibilità di scelta, ma c’è un tempo, ed è quello in cui sono immersi la maggior parte dei membri del Sentiero, in cui io ancora posso scegliere.
Vorrei che la smetteste di dire amenità nascondendovi dietro ad un dito:

il mondo non è un ostacolo,
non esiste alcun mondo oggettivo,
esiste il mondo che create voi.
La vera questione è:
che mondo creo ogni giorno per me stesso?

Vivere nella Sorgente ed essere quella Sorgente è possibile se si sceglie quello, ad un certo punto del cammino, non quando le condizioni del sentire non lo permettono, naturalmente.
Non ci manca il fuoco interiore, ma la determinazione a dedicarci ad esso.
Non c’è nessuno carente di quel fuoco, ma c’è chi non lo vede e non lo sente abbastanza.

Ci nascondiamo dietro il dito degli impegni, ma, a volte, siamo patetici: gli impegni, e il modo in cui li viviamo, sono la conseguenza di scelte deliberate e reiterate, sebbene frequentemente inconsapevoli.
Dobbiamo scegliere deliberatamente il fuoco dell’Essere e della fede, tutto il resto verrà da sé, anche la capacità di affrontare la vita in un mondo come quello di oggi.

Ecco allora che, persone che nella loro solitudine hanno privilegiato l’Essere, pur mantenendosi perfettamente attive nel mondo del divenire, scoprono che non c’è contrapposizione tra la vita contemplativa e i mille impegni del quotidiano:
solo nella mente, nell’identificazione e nel vittimismo risiede quella contrapposizione.

Allora nel fare, anche nel correre, ci può essere un tasso elevatissimo di Essere, tutto dipende da quanto noi abbiamo aderito a quella Sorgente, quanto ne diveniamo parte passando attraverso l’addestramento delle situazioni, quanto siamo capaci di liberarla, la Sorgente, perché non ci interpretiamo più separati da Essa, considerandola inconciliabile con il mondo e con le nostre vite.

La Sorgente È le nostre vite: lente o di corsa, rarefatte o inflazionate, la questione non è questa, è quanto siamo capaci di tornare ad Essa, di stare in Essa.

Se possiamo operare a questi livelli di sentire e di consapevolezza, allora saremo anche capaci di sviluppare le necessarie ecologie di vita.
Di queste ecologie ho parlato infinite volte, non ci tornerò, anch’esse fanno parte di una possibilità di scelta, anch’esse presuppongono l’aver valicato il confine dell’indeterminatezza avendo scelto, fino in fondo, la propria condizione di monaci.


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20 commenti su “L’azione trasformatrice della fede”

  1. “Allora nel fare, anche nel correre, ci può essere un tasso elevatissimo di Essere, tutto dipende da quanto noi abbiamo aderito a quella Sorgente, quanto ne diveniamo parte passando attraverso l’addestramento delle situazioni”
    Scritto x me!

  2. tema centrale ed annoso.
    Spesso le pressioni legate al fare tendono ad offuscare le capacita’ di rimettere a fuoco.
    Certo non manca la sensazione di essere condotti e quindi c’e’ poco da discutere, questo c’e’ e questo vivo.

  3. Non voglio certo vivere frammentata, è chiara la direzione della bussola interiore anche se il percorso è e sarà accidentato…ovvero come deve essere!

  4. Percepisco una ricomposizione ontologica. Nel mio piccolo mi chiedo cosa si frappone tra me e la sorgente, quali impedimenti o distrazioni alimento perché quel fuoco non alimenti di più la mia vita.

  5. Molto chiaro. La fede mi orienta e mi riconduce alla Sorgente.Ci sono dentro l’equilibrio fra essere e divenire , a volte con fatica ma con lucidita’

  6. Sì, la fede è una bussola che dà l’orientamento, un faro nella nebbia nei momenti difficili. Quando la frammentazione prevale sul ritorno alla sorgente, siamo smarriti nei meandri dell’illusione, nelle prove piccole come in quelle più impegnative. E’ bene ricordarlo, sempre.

  7. Affiora a volte ultimamente questa immagine: il divenire, la manifestazione di sé e degli altri come superficie. Espressione, se va bene questa parola, dell essere profondo. Necessariamente, gli eventi assumono altre connotazioni, perché non sono più visti come importanti di per sé.

  8. “Se possiamo operare a questi livelli di sentire e di consapevolezza, allora saremo anche capaci di sviluppare le necessarie ecologie di vita.
    Di queste ecologie ho parlato infinite volte, non ci tornerò, anch’esse fanno parte di una possibilità di scelta, anch’esse presuppongono l’aver valicato il confine dell’indeterminatezza avendo scelto, fino in fondo, la propria condizione di monaci.”

    Tutto molto chiaro, questo passaggio mi coinvolge.

  9. Sempre più chiara e palese l’esperienza di essere condotta nella vita, tenuta per mano e orientata come ora mi capita di fare quando tengo per mano mia nipote che, incondizionatamente, mi asseconda.
    Quell’equilibrio tra essere e divenire qui enunciato è oggi il centro del mii lavoro interiore, che sempre più acquista priorità. Tutto è legato indissolubilmente alle comprensioni raggiunte che si dispiegano, giorno dopo giorno, attraverso il vissuto. E allora benedico questo spazio, l’opportunità che il sentiero mi offre anche quando a volte tutto sembra uguale.

  10. Mantenere il centro , anche nella moltitudine degli impegni , relativizza il consumo di energie e permette di proseguire il cammino. Questione di quanti ostacoli ( per lo più mentali e quindi identitari ) frapponiamo fra noi e la Fonte. Ci sono stati periodo della mia vita in cui gli impegni erano ancor più numerosi e gravosi rispetto agli attuali eppure la percezione di Unità e l’energia di cui disponevo erano molto molto più intense . Quel che cambiava era l’atteggiamento, la fede , che a livello identitario determinava come conseguenza anche un certo entusiasmo che , devo dire , aiutava. È un processo che si automantiene e si autoalimenta , ma anche in senso contrario quando il centro ci sfugge , la piattaforma la si fa fatica a trovare e quindi tutto più pesa ( nel tritacarne identitario )

  11. La mia vita e cambiata molto negli anni. Cambiate le relazioni, gli impegni, lo spazio che dedico alla ricerca interiore. Sono cambiate le condizioni, alcune in maniera fisiologica direi, altre per scelta. Scelta di seguire il bisogno più profondo di unità. Sono cambiate quindi, le frequentazioni, gli impegni e le priorità. Ora, mi pare di non remare controcorrente, ma di assecondarla. In una stagione della vita, in cui le energie fisiche vengono man mano sempre meno, mi accorgo che non vanno disperse, ma ottimizzate. Non sempre facile capire dove incanalarle, ma le sirene, di un passato anche recente, non hanno la stessa attrattiva.

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