Chiamiamo caldo ciò che scalda le identità e freddo ciò che toglie loro appigli

Marco 10,17-25
17 Mentre Gesù usciva per la via, un tale accorse e, inginocchiatosi davanti a lui, gli domandò: «Maestro buono, che cosa devo fare per ereditare la vita eterna?» 18 Gesù gli disse: «Perché mi chiami buono? Nessuno è buono, tranne uno solo, cioè Dio. 

19 Tu sai i comandamenti: “Non uccidere; non commettere adulterio; non rubare; non dire falsa testimonianza; non frodare nessuno; onora tuo padre e tua madre”». 20 Ed egli rispose: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia gioventù». 21 Gesù, guardatolo, l’amò e gli disse: «Una cosa ti manca! Va’, vendi tutto ciò che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi». 22 Ma egli, rattristato da quella parola, se ne andò dolente, perché aveva molti beni. 23 Gesù, guardatosi attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno delle ricchezze entreranno nel regno di Dio!» 24 I discepoli si stupirono di queste sue parole. E Gesù replicò loro: «Figlioli, quanto è difficile entrare nel regno di Dio! 25 È più facile per un cammello passare attraverso la cruna di un ago, che per un ricco entrare nel regno di Dio».

«Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia gioventù». 21 Gesù, guardatolo, l’amò e gli disse: «Una cosa ti manca! Va’, vendi tutto ciò che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi»

Comprendo da dove vieni, il bagaglio di compreso e non compreso che ti porti appresso, comprendo anche la sfida esistenziale che hai davanti, se avrai coraggio e se ti potrai concedere l’ardire di affrontarla.
Nel mentre ti vedo, in me sorge profonda commozione e compassione: l’amore di Dio che ti ama, la Sua mano che ti porta e ti conduce, risuona e riverbera in me, nelle mie ossa, nella mia carne, nel mio spirito: di quell’amore di Dio che ama te, me e tutti, ti amo e vivo questo amore come esperienza inequivocabile e a tratti insopportabile, e benedico te e il Dio nostro che mi permette di essere travolto da questo e di donartelo.

Questa esperienza d’amore ricevuto e donato, d’essere canali d’amore, torrenti e fiumi d’amore, d’Essere-Amore senza tempo, eterno, è, come affermo sopra, inequivocabile.
Nel corpo fisico ha una prevalenza di manifestazione tra il centro del cuore e l’alto petto, a seconda degli accenti che la muovono, ma, evidentemente, è esperienza di tutti i corpi, della totalità dell’Essere.

Chi sperimenta in sé questo, sente che non c’è altro, che tutto lo sperimentare umano qui trova risposta, in questa saturazione di senso.
Fino a quando questa esperienza non ha trasformato i veicoli, l’identità e il sentire, l’umano continua a cercare e ad essere insoddisfatto.

L’umano cerca l’amore?
Si, certo, per intima vocazione e scopo, ma confonde l’amore con la gratificazione dell’identità, e allora finisce per cercare ciò che lo scalda, non ciò che lo libera e lo sostanzia.

L’umano non si apre all’amore di Dio finché si sente ancora vincolato dalla ricerca della cosiddetta realizzazione umana e dell’amore umano, che amore non è perché è intriso di bisogno, di necessità di conferma, di definizione di sé.
Certo, la ricerca del senso della vita incarnata e dell’amore umano prepara la scoperta dell’essere-già-arrivati, dell’essere-già-amati.
Da sempre. In Dio. Da Dio.

Ma in questa visione c’è un errore grave, la sequenzialità, prima l’uno e poi l’altro, se non ho risolto l’uno non mi si apre la prospettiva dell’altro: è un errore spaventoso.
È la menzogna del divenire, l’illusione somma.

Tutto è simultaneo

Il bisogno che sorge nell’identità, di qualunque natura sia, convive simultaneamente con l’affluire dell’amore di Dio, se si sa come attingere a quell’amore.
È quell’amore di Dio nascosto?
No, è un’evidenza.
E allora perché non lo vedo?
Perché sei oscurato dal bisogno che hai dell’amore dell’uomo.
I bisogni della tua identità ti accecano.
Finché non relativizzi quei bisogni e comprendi che sono illusori, il velo non cade e l’amore di Dio rimane un’astrazione.
Ma se sei stanco dei veli e hai compreso l’illusione, allora puoi vedere lo scuro dell’identità e la luce di Dio simultaneamente.

Simultaneamente, questa è la chiave.
Smettetela di ragionare nei termini del prima e del dopo: se non risolvo questo non ho accesso a quello; non è vero, è un racconto delle identità che non vogliono mollare la presa.
Ora è possibile l’accesso alla fonte, ora.
Sarebbe assurdo, illogico, folle il contrario.

Siete limitati? E che importanza ha per l’Essere il limite nel divenire, se il divenire è pura e semplice illusione e l’Essere è pura ed evidente Realtà?

Tutta la realtà del divenire è creata dall’illusione del bisogno, del non aver diritto, del non meritare: continuiamo ad aderire a queste menzogne ed illusioni, a crederci, ad ammantarle di belle frasi ed immagini e perseveriamo nel non vedere l’evidente in ogni fatto: l’amore traboccante di Dio, il nostro-essere-amore.

Cerchiamo la sorgente e non ci rendiamo conto che siamo la sorgente.

Sarò pungente: cerchiamo consolazione per identità ferite che abbisognano del calduccio di una vicinanza umana.
Non cerchiamo l’amore, ma la consolazione, la conferma del nostro esserci attraverso l’affetto dell’altro.
Se cercassimo l’amore ben altra sarebbe la nostra determinazione e vedremmo il gioco oscurante delle identità, le messe in scena patetiche..

Le persone chiamano caldo ciò che scalda l’identità e freddo ciò che toglie loro appigli.
Ecco allora che il Sentiero diviene un luogo anaffettivo: potenza delle menti!

Il luogo dove l’amore di Dio viene cantato e sperimentato attraverso mille strumenti didattici e attraverso la dedizione e la donazione, diviene il luogo in cui le menti non trovano appagamento e, allora, non riconoscono, non ammettono che hanno fame, no, dicono: il Sentiero ha il limite del calore..

È comprensibile, non piace alle identità vedersi tolti i trastulli.
Se le persone, simultaneamente, non tolgono i veli che le separano dall’Essere, se Quello non coltivano con salda determinazione e dedizione, l’unica cosa che si ritrovano in mano è il perdere, il Sentiero che toglie.

Il Sentiero aiuta a togliere ogni trastullo e se, nel contempo, non sapete bere alla sorgente dell’Essere, vi ritroverete morti di sete.

Questo è il centro della questione.
L’amore di Dio è un fatto, un’evidenza, ma come il figlio del falegname dice:
«Una cosa ti manca! Va’, vendi tutto ciò che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi»
Non parla solo dei beni terreni, no, parla di ciò che scalda e tiene assieme le identità.

Premesso questo, e solo dopo averlo premesso, i giorni prossimi risponderò al commento di Eddy al post: L’estraneo a me, non altro da me.
Preciso che non intendo sviluppare su questi temi una discussione via web, improduttiva e logorante. Conoscete dove abito e il mio numero di telefono.


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19 commenti su “Chiamiamo caldo ciò che scalda le identità e freddo ciò che toglie loro appigli”

  1. Arrivo in ritardo, lo so. Post molto bello che ho letto piu volte senza commentare. Per conoscere l’Amore bisogna essere disposti a perdere. Ci sto provando

  2. È ora la stagione della consapevolezza dell’Amore con la A maiuscola e nel contempo l’amore che scalda l’identità.
    Questo scritto mi chiede un balzo in avanti nel quotidiano, scelte sicuramente dolorose per l’identita.
    Lo riconosco e so che quella è la strada che porta alla comprensione….il tempo farà il resto ne sono sicura.

  3. Il tema è sentito, vissuto. La mia percezione dell’amore è cambiata nel tempo e riconosco la differenza tra ricerca di gratificazione e amore, anche se so che l’identità è astuta ed occorre vigilare per non scambiare l’esperienza dell’amore con il racconto mentale sull’amore. Spesso vengo accusata di essere anaffettiva e fredda, ma nel mio intimo so che ciò che conta è l’Amore non mio, ma l’Amore che sgorga e si esprime in modi non scontati oppure sembra non esprimersi, ma c’è e illumina ogni cosa. Di fronte a quell’accusa, dopo l’iniziale sensazione di essere giudicata senza cognizione, mi fermo a considerare il messaggio che l’altro mi porta, come posso fare meglio, non per assecondare un capriccio identitario, ma per lasciare che quell’Amore non trovi ostacoli alla sua espressione.

  4. Come sempre leggo e rumino. Il commento arriva a distanza, anche di giorni.
    Chiaro l’aspetto della simultaneità, non potrebbe essere diversamente perché altrimenti significherebbe che qualcuno non ha accesso all’amore.
    Da indagare il discorso delle consolazioni identitarie. Gli agganci con le discussioni sui condizionamenti, sono numerosi e immagino quindi ci sarà modo di tornarci.

  5. In questa stagione della mia vita, mi appare sempre più chiara la sfida esistenziale: questo post è illuminante. Guardandomi intorno e osservando i fatti che accadono non posso non sentire di essere immersa nell’Amore, la Vita mi sostiene, sempre mi soccorre, nulla mi fa mancare.

  6. Leggendo , mi vien da dire, quando non si ha bisogno ne di chiedere attenzioni, ne di dimostrare….. quello stato di sentire affiora e… ci fa “risiedere con l’altro”.

  7. Più che abbandonare volontariamente i trastulli mi ritrovo a non goderne più, si fa avanti un’altra fase con diverse priorità, dove la ricerca non è più rivolta ai trastulli ma alla vicinanza nel sentire. Il richiamo di qualche sirena ancora attira la mia attenzione ma vedo piano piano cadere le foglie morte. Tutti i frutti arrivano a maturazione al loro tempo…per lo meno così appare nel mondo del divenire.

  8. Quanti i trastulli e le gratificazioni che vado ancora cercando e che non ho intenzione di abbandonare nonostante ne conosca spesso l’inconsistenza. Lenga è la via e solatia… restare ancorati alla sorgente.

  9. Come ho più volte detto qui, vivo costantemente la simultaneità del sentire. Sentire l’identità che a gran voce chiede e che a gran voce protesta e che a gran voce e senza filtri giudica e vedere chiaramente tutto questo simultaneamente.
    Quello che sta venendo avanti è un piacere nella solitudine, piacere dettato dal fatto di vivere in solitudine una pienezza che faccio più fatica a vivere nel teatro spesso grottesco delle relazioni umane. Nel circo Barnum dove l’uomo (me compresa) performa coesiste la mia consapevolezza ma le sollecitazioni sono a volte troppe. Sto rileggendo uno nessuno centomila e devo riconoscere in Pirandello una lucidità a cui inchinarmi.

  10. Tutti hanno accesso all’Essere. Non è questione di essere più evoluti o meno evoluti. Questo è il racconto delle menti. L’Essere è senza tempo, eterno. Per accedere a quell’amore eterno devo essere disposta a perdere tutto. Quante volte mi accorgo invece, che lasciare non è facile. Che sono attaccata alle cose, alle persone, alle mie convinzioni. Il cammino verso l’amore di Dio implica il perdere. Mi accorgo che c’è sempre qualcosa su cui faccio fatica a cedere, che non sono pronta a demolire quello che mi dà un ruolo, mi identifica. Mi osservo, a volte vedo quali sono i nodi, a volte no. Certa che nella mia imperfezione posso comunque amare ed essere riamata.

  11. Permettimi l’appropriazione egoica ma queste parole parlano di me, a me sono rivolte. Scaldano e scuotono insieme, il tempo dell’autenticità è maturo.

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