Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Dal divenire all’essere e le paure dell’identità

Semplificando potremmo dire che la mente/identità è immersa nel divenire, mentre il sentire esprime la sfera dell’essere.
E’ una semplificazione perché non tiene conto del fatto che la realtà del divenire niente altro è che una proiezione del sentire, la realtà è dunque unitaria e sentire e identità altro non sono che due livelli differenti e inscindibili della stessa indissolubile realtà.
Le menti/identità temono il discorso sull’essere: ne sono affascinate e lo temono.
Ogni volta che sposto l’asse del nostro procedere come Sentiero verso l’essere, questa tensione si avverte nei miei interlocutori: sembra quasi che il coltivare l’essere significhi il negare, ridimensionare, marginalizzare l’umano e la sfera del divenire in cui esso prende forma e si sostanzia.
E’ un errore di percezione e di interpretazione grossolano delle identità, giustificato dal fatto che esse fanno una certa difficoltà a tenere assieme degli apparenti opposti.
Perché mai umano e essere dovrebbero collocarsi agli antipodi, poli contrapposti di due sfere inconciliabili?
Forse perché l’essere appare inconoscibile e incontrollabile?
Inconoscibile non lo è di certo; incontrollabile invece lo è, essendo il “regista” colui che precede “l’attore” nella gerarchia dell’autorità.
Non esiste persona che non abbia qualcosa da sistemare nella propria sfera psichica ed esistenziale, e non esiste persona di una certa evoluzione che non senta l’anelito all’essere.
L’ascolto del richiamo dell’essere impone e implica la risoluzione dei conflitti identitari, non li rimuove e non li nasconde, anzi, chiede e implica che essi siano affrontati nel mentre l’immersione nell’essere viene coltivata.
Non c’è detonatore di processi più potente di quello che si attiva nel momento in cui la persona desidera vivere la propria unificazione: allora, tutto ciò che è ostacolo si palesa; tutto ciò che è ritardo e non risolto si mostra; tutto ciò che è fantasia sulla propria condizione e separazione da sé, conscia o inconscia, diviene prima o poi evidenza.
Nessuno può sperimentare e risiedere nell’essere se il proprio umano non è pacificato: la persona che sente il richiamo dell’essere, è anche colei che sistema la casa ed è pronta quando lo sposo viene (Matteo 25:1-13).
Mentre il cammino della conoscenza di sé può anche non condurre, almeno in una certa incarnazione, ad un’apertura verso la dimensione spirituale, l’ascolto della chiamata dell’essere sempre comporta una integrazione dell’umano, del risolto e del non risolto.
Certo, ci sono stati momenti nella storia umana e, qui in occidente, nel cristianesimo in particolare, in cui l’eccesso di uno spiritualismo distorto non ha prodotto questa integrazione, ma siamo appunto in presenza di una forma di spiritualismo e per giunta distorto.
La questione dunque è un’altra: bussa in me l’essere, sento il suo richiamo e sono pronto nel sentire a seguirlo?
Questo bussare la persona lo decodifica solo con l’esperienza e il discernimento che essa porta: nel mentre viviamo le esperienze, il nostro procedere si chiarifica, ciò che è essenziale rimane, il secondario e l’effimero scompaiono dalla vista.
In un cammino come il nostro, l’azione del setaccio che separa il grano dalla pula è incessante e vale la pena ricordare che non è merito, o demerito, di nessuno essere grano o pula, è semplicemente la realtà del sentire che può rispondere, oppure no, ad una chiamata.


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  1. grazie!

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