Il dubbio, la fede, l’esperienza del Dio vivente

Giovanni 6,16-21

16 Quando fu sera, i suoi discepoli scesero al mare 17 e, montati in una barca, si dirigevano all’altra riva, verso Capernaum. Era già buio e Gesù non era ancora venuto presso di loro. 18 Il mare era agitato, perché tirava un forte vento. 

19 Com’ebbero remato per circa venticinque o trenta stadi, videro Gesù camminare sul mare e accostarsi alla barca; ed ebbero paura. 20 Ma egli disse loro: «Sono io, non temete». 21 Essi dunque lo vollero prendere nella barca, e subito la barca toccò terra là dove erano diretti.

Matteo 14:22-34
22 Subito dopo, Gesù obbligò i suoi discepoli a salire sulla barca e a precederlo sull’altra riva, mentre egli avrebbe congedato la gente. 23 Dopo aver congedato la folla, si ritirò in disparte sul monte a pregare. E, venuta la sera, se ne stava lassù tutto solo.
24 Frattanto la barca, già di molti stadi lontana da terra, era sbattuta dalle onde, perché il vento era contrario. 25 Ma alla quarta vigilia della notte, Gesù andò verso di loro, camminando sul mare. 26 E i discepoli, vedendolo camminare sul mare, si turbarono e dissero: «È un fantasma!» E dalla paura gridarono. 27 Ma subito Gesù parlò loro e disse: «Coraggio, sono io; non abbiate paura!» 28 Pietro gli rispose: «Signore, se sei tu, comandami di venire da te sull’acqua». 29 Egli disse: «Vieni!» E Pietro, sceso dalla barca, camminò sull’acqua e andò verso Gesù. 30 Ma, vedendo il vento, ebbe paura e, cominciando ad affondare, gridò: «Signore, salvami!» 31 Subito Gesù, stesa la mano, lo afferrò e gli disse: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?» 32 E, quando furono saliti sulla barca, il vento si calmò.

Il tema è “camminare sulle acque”: il processo fede/dubbio.
Giovanni attinge dalla fonte di Marco, ricalcandone il contenuto; Matteo aggiunge la variante dei versetti 28-31 come rafforzativo.
“Camminare sulle acque” è il cammino complesso nella fede.

Se facessi riferimento alla lettura simbolica del Drewermann, tirerei in ballo l’inconscio e il dominio sulle emozioni/mare, ma non lo farò.
Sono in mare aperto, con il vento forte e la barca sbattuta dalle onde: hanno paura.
Sono nella vita e ne subiscono i colpi, la fatica, il non senso frequente: hanno paura, sono disorientati.
Sono noi, gli evangelisti parlano di noi.

Vedono l’assurdo: il loro maestro che cammina sulle acque; sono spaventati.
C’è la bufera della vita e tu sei stabile? Mentre noi rischiamo di essere travolti, tu non avverti i colpi del quotidiano? Ci disorienti, chi sei?

Matteo ci sottolinea il dato più rilevante di Gesù, la sua fede, quello che impressionò maggiormente le comunità primitive e si impresse nel loro intimo tanto da far nascere questi segni/simboli, queste metafore della fede-che-tutto-può.
E, sempre Matteo, ci fa vedere Pietro/noi, la fede tiepida, povera, balbettante.

Un inciso personale: perché prendo spunto dal vangelo di Giovanni e mi interesso del figlio del falegname, io che cristiano non posso dirmi, né per formazione, né per adesione?
Perché ai miei occhi, nella mia comprensione limitata, è il simbolo dell’umano che incarna in sé la volontà di Dio: è un umano, aldilà della mitizzazione, che realizza in sé e nelle sue relazioni il Regno di Dio, dunque simbolo potente per me, fonte di imperitura ispirazione e guida.

La fede, come l’ho definita altre volte distinguendola dalla fiducia, è il fuoco che arde nell’interiore del monaco, di colui che dedica la vita all’unificazione.
Fede che arde in tutti perché è l’Essere di Dio che si dichiara, ma che alcuni conducono ad evidenza, facendola emergere e lasciandosi da essa condurre.

Questo è il figlio del falegname, il cui nome cerco di nominare il meno possibile perché dai cristiani è stato ampiamente abusato, e qualche volta anche stuprato, e allora, per una ecologia spirituale mia, pongo l’accento sulla sua umanità, archetipo di tutte le umanità, e sulla sua relazione col Padre, archetipo di tutte le unificazioni nell’Essere: quest’uomo è l’archetipo del monaco che in sé incarna la volontà di Dio fino a scomparire in Lui.

I suoi discepoli, sulla barca e in mare aperto, siamo noi, disorientati dal mondo e dai nostri bisogni, incerti e maldestri a causa delle nostre non comprensioni, paurosi di fronte all’ignoto quanto bisognosi di adesioni e certezze.

Davanti a noi si presenta l’archetipo dell’umano-che-conosce-Dio-e-che-lo-rende-manifesto-nella-sua-vita; prima siamo paurosi, poi increduli, infine, affascinati, comprendiamo la chiave del nostro esistere: essere come Lui, realizzare nella nostra carne, nei nostri cuori, nelle nostre menti, nel nostro sentire la natura di Dio che ci appartiene, che è lì da sempre e che chiede di manifestarsi sempre più compiutamente e consapevolmente.

Il mare si calma, la barca approda: la realizzazione di Dio in sé non rende la vita un miracolo, un evento straordinario, la rende un’esperienza carica di senso, di logica, di fiducia e di fede.
Quella fede, il “fuoco di Dio in noi”, cambia il nostro sguardo, la nostra interpretazione: non siamo più coloro che si perdono, siamo coloro che vanno incontro al Reale, e tutto svela quel Reale, tutto ne parla, tutto lo narra e lo canta.

Ecco che allora il dubbio si affievolisce, il mare interiore si calma e appoggiamo sul solido suolo dell’esperienza del vivere che è oramai da noi concepita come esperienza del Dio vivente.


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18 commenti su “Il dubbio, la fede, l’esperienza del Dio vivente”

  1. Saprò reggere al vento che agita le onde? Il dubbio mi accompagna spesso, ma non sulla Realtà di Dio, ma sulla mia capacità di saperla comprendere.

  2. Due scene: Il vivere in balia delle acque e il procedere sicuri incontro al Reale: profondo senso di gratitudine per aver sperimentato a lungo la prima e per aver iniziato in questi anni a sperimentare la seconda. Sento risuonare in me con forza la scena di Pietro.

  3. Da tempo non sorge senso di paura e smarrimento, o meglio se sorge la vedo lì di fianco a me senza che essa mi travolga.
    Mi chiedo se cio accade perché oggettivamente gli accadimenti del quotidiano non sono cosi incisivi o perché la loro interpretazione è di un certo tipo.
    Forse entrambe le cose e quasi, in questo tempo di bonaccia, prevedo che potrà arrivare tempesta.

  4. Ho colto l’archetipo del monaco, nel figlio del falegname, leggendo il post del 12 luglio “Il desiderio crea la realtà non il demiurgo”. Per questo a commento, l’ ho definito fratello.
    Mi interpella il rendere manifesto Dio, mi chiedo in che modo lo faccio con consapevolezza…

  5. Il figlio dell’Uomo, fonte di ispirazione e guida. Sento che questo è importante per me. Il Vangelo è sul mio comodino. Un tempo ne leggevo un passo tutte le sere, aprendolo a caso, prima di addormentarmi; ora lo apro raramente, ma il solo vederlo mi rimanda a quel “fuoco di Dio”, anche se a livello sottile e non consapevole. Questo post mi invita a coltivare maggiormente e in maniera consapevole quel fuoco.

  6. Da Gesù Figlio di Dio, su questo ponevo l’accento nel mio passato cattolico, all’archetipo dell’uomo: cambia la prospettiva e soprattutto la nostra responsabilità. Grazie

  7. Si presenta l’archetipo dell’umano che conosce Dio, e lo manifesta nella vita.: prima siamo paurosi, poi increduli, poi affascinati, comprendiamo la chiave del nostro esistere…… risuonano questi passi,

  8. Tante volte ho letto, e commentato anche, questi passi. Certamente quello che più mi risuona nel commento che ne fa Roberto è la frase: quest’uomo è l’archetipo del monaco, che in sè incarna la volontà di Dio, fino a scomparire il Lui. Ora noi, come organismo, cerchiamo di perseguire la via del monaco ma siamo del tutto simili ai discepoli che si spaventano per il vento e la tempesta perchè pur avendo Gesù con loro , non lo riconoscono in sè. Lungo è il cammino da fare e sicuramente sorretto da poca fede.

  9. “il cui nome cerco di nominare il meno possibile perché dai cristiani è stato ampiamente abusato”
    Non per niente nei vangeli di Marco Matteo e Luca quando Gesù parla in prima persona si autodefinisce “Il figlio dell’Uomo”

  10. La fede: “essere come Lui, realizzare nella nostra carne, nei nostri cuori, nelle nostre menti, nel nostro sentire la natura di Dio che ci appartiene, che è lì da sempre e che chiede di manifestarsi sempre più compiutamente e consapevolmente”

  11. Incerti maldestri bisognosi così siamo. Tuttavia conosco, perché ho fatto esperienza, il passo deciso, non titubante, la sicurezza nel procedere sostenuta da certezze “naturali”, che non richiedono enfasi

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