L’indagine sui condizionamenti

Nel post Il superamento della logica del divenire, affronto una questione fondamentale: l’adesione al duale e ai suoi condizionamenti c’è se è sorretta da una necessità esistenziale, da apprendimenti che la coscienza deve conseguire.

Più il sentire si amplia, meno aderiamo alle logiche del divenire.
Presupposto che ciascuno di noi ha i suoi limiti nel sentire, e quindi le sue necessità di rimanere vincolato al duale, dobbiamo indagare la solidità di quella adesione, di quel rimaner vincolati ai bisogni, ai desideri, al divenire in genere.

È proprio vero che siamo così pieni di bisogni, ad un certo punto del nostro cammino evolutivo?
O non è vero, anche, che siamo pieni di automatismi che non necessariamente, non sempre, hanno alle spalle dei bisogni?
E come distinguere quando un bisogno nasce da una esigenza evolutiva e quando è solo frutto di automatismi della mente, del carattere, del comportamento acquisito?

È proprio vero che siamo così pieni di bisogni, ad un certo punto del nostro cammino evolutivo?
Preciso, come vedete, ” ad un certo punto del nostro cammino evolutivo“, intendendo che, certamente, per molte stagioni del nostro vivere siamo immersi nei bisogni.
Ma, oggi, siamo davvero così pieni di bisogni?
O siamo pieni dell’idea dei bisogni?
Non ho una risposta, ma ciascuno si può interrogare, e può cominciare a vedere come, iniziando a togliere, si attiva una sofferenza per le privazioni, o, magari e invece, si genera un alleggerimento
O come, magari, ad una iniziale sofferenza, fa seguito un alleggerimento.
Già questo sarebbe un indicatore che ci dice che non erano tanto bisogni, quanto idee di bisogni.

Siamo pieni di automatismi che non necessariamente, non sempre, hanno alle spalle dei bisogni
Ecco, gli automatismi possono essere nati da bisogni poi superati da comprensioni avvenute, ma rimasti come condizionamenti nelle identità.
Allora ci capita di girare come trottole, di aspirare a questo e a quello, ma è solo rumore delle identità, dietro non c’è una reale spinta del sentire che chiede dati, e dunque esperienza.
Anche qui, basta poco: fermarsi, osservare, ascoltare, andare piano, sfoltire, lasciare, svuotare.
Se era solo l’identità eccitata, si calmerà; se c’è un bisogno reale allora vedremo di indirizzarci verso l’esperienza utile.

Come distinguere quando un bisogno nasce da una esigenza evolutiva e quando è solo frutto di automatismi della mente, del carattere, del comportamento acquisito?
L’ho già detto: fermandosi, rallentando, cambiando registro.
Però qui, su questo punto, si possono creare molti equivoci: per me fermarsi non significa farsi una doccia, o una passeggiata, significa mettersi di fronte a se stessi utilizzando quella modalità che chiamiamo meditazione.
Già, la meditazione.
“Ma io la faccio la meditazione! Mentre cammino, mentre cucino..
Non parlo dell’atteggiamento meditativo diffuso, parlo di quella pratica che hai sempre rifuggito perché non hai tempo, perché non è ancora maturata in te..”

Parlo della meditazione che è mettersi nudi al proprio cospetto e a quello dell’Assoluto.
Nudi nel silenzio e nell’immobilità, nel non fare, nel non avere scopo, nell’abbandonare ogni fine, ogni mezzo, ogni scopo.
Parlo dell’incontro con il non-condizionato, con quello spazio altro oltre il frastuono dell’identità, dove c’è solo lo scorrere via di tutto ciò che ti attraversa ed emerge, se il secchio è vuoto, una pregnanza nuova dell’esistere, del vivere.
Parlo di quel non accampare più patetiche scuse per fuggire da se stessi e dall’Assoluto: quanto siamo bravi a scappare e ad accampare scuse!

Ciò che è passato nel setaccio della meditazione, sarà considerato con cura: cosa è sopravvissuto a quel silenzio, a quell’abbandono radicale?
Quanto spazio si è creato e quanto ancora permane di ingombro?
Non è una operazione da fare dopo ogni seduta meditativa: la meditazione è un processo, oltre che un fatto in sé; si osserva cosa rimane e cosa scompare man mano che il processo si dipana.
Ciò che si perderà, nel tempo, non era necessario; ciò che rimarrà avrà bisogno di esperienza.
Ma bisogna decidersi a passare per il grande setaccio: ascolto radicale e profondo alla luce, alla presenza del non-condizionato.
Mi verrebbe da dire: seduti davanti all’Assoluto, vediamo cosa rimane..

Nulla di tutto questo avrà senso, se non coltiveremo in sommo grado l’essere pronti, vigili.
Ricordate la parabola delle dieci vergini e dell’olio per le lampade?
Ecco, nessuno sa quando lo sposo viene, ma le lampade debbono essere sempre pronte.
Ho scritto un tweet sulla pigrizia e sull’indolenza che non ho saputo fronteggiare nelle persone che seguono il Sentiero, qui ribadisco il concetto: la reattività delle persone è, frequentemente, pietosa.

Ora, se un condizionamento mi deraglia, quanto tempo ci metterò per vederlo e disconnetterlo?
Quante volte ho detto che deve accadere nel tempo di un battito di ciglia?
Ma non accade, non è la norma anche se alle identità piace raccontarsi che sono rapide e sollecite. Non è vero.
La vigilanza è essenziale, la prontezza deve essere sollecita: una leggera tensione di fondo ci attraversa, come quella dell’animale che può essere predato, siamo sempre vigili, sempre pronti.
Quando il condizionamento opera, ne vediamo il sorgere, l’imporsi; ne analizziamo la natura e, SEMPRE, lo disconnettiamo.

Il condizionamento può tornare, ancora lo investighiamo nelle sue origini, lo valutiamo, discerniamo come trattarlo, se disconnetterlo ancora, o se fornirgli quei dati che chiede.
Comprendete che il rapporto con i condizionamenti è complesso ed è basato sul metodo empirico, sulle prove e sugli errori.
Ci vuole pazienza e molta onestà nel guardarsi e nel riconoscere cosa ci condiziona e di che natura esso è, perché sorge, perché ci porta altrove, perché lo abilitiamo, soprattutto.


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18 commenti su “L’indagine sui condizionamenti”

  1. Tema complesso questo dei condizionamenti in cui come dici tu si impara attraverso l’Empirico. La pratica meditativo, lo stare nel vuoto, sono di grande aiuto più che inseguire il dipanare dei bisogni.

  2. Oserei definirlo il lavoro dei lavori, quello di rendersi conto se di vero bisogno si tratta, o se ne stiamo solo assecondando l idea. E’ comunque tema attualissimo.

  3. Proprio ieri riflettevo sul condizionamento operato dai “falsi” bisogni. Mi dicevo “il bisogno del superfluo nasce dall’incapacità di stare nel vuoto”. Così, riflettevo, è più utile imparare a stare nel vuoto (in particolare attraverso la pratica meditativa), che lavorare direttamente sui bisogni, perché questi scompariranno di conseguenza.
    Questo post amplia la prospettiva, la falsità dei bisogni viene relativizzata. Importantissimo distinguere tra bisogni e bisogni, quelli che richiedono di essere vissuti e quelli che possono essere abbandonati perché ormai superati dalle comprensioni già acquisite.
    In me, c’è da tempo, e la cosa si è acuita recentemente, il desiderio di liberarmi dal superfluo, di fare ordine. Non consideravo molto la possibilità che alcuni di questi bisogni potessero ancora essere assecondati, per me erano tutti superflui, frutto dell’inerzia dell’identità. Penso tutt’ora che sia così, per quello che mi riguarda, ma questo post mi invita a ponderare meglio e a discernere, onde evitare inutili e dannose repressioni.

  4. A Paolo
    Se osservi attentamente, vedrai come questo è bisogno del sentire, bisogno di autenticità, bisogno di neutralità.
    Attraverso un mezzo del divenire si esprime un’esigenza dell’Essere.

  5. Il mio principale bisogno è quello di danzare e di espressione corporea in genere, canale privilegiato attraverso cui finalmente la mente tace

  6. Sei entrato in pieno nella riflessione che mi accompagna in questo periodo. Avverto delle spinte ma non so distingurmerne l’origine per cui non so come trattarle: assecondarle fino in fondo, disconnetterle, restare ad osservare se cessano? L’ultima opzione mi sembra la più perniciosa se la spinta persiste da un po’.
    Grazie.

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