L’albero della vita tra Essere e divenire

Come in una grande quercia, la radice simboleggia l’Essere, le fronde il divenire.
Il tronco tiene assieme e collega armoniosamente Essere e divenire, a cavallo tra tempo e non tempo vive il miracolo dell’equilibrio nella vita, dell’ambivalenza di tutte le cose, della connessione tra ogni forma e ogni stato sempre operante.

La pianta è una, la vita è una mai divenuta due.
Essere e divenire sono uno, come si può pensare che esista l’Essere ed esista il divenire?
Esiste Dio. Esiste solo Dio.
Che non è Essere, né divenire, ma nel sentire si configura come Essere e come divenire.
Dio è l’unità, il Tao.

La pianta è il Tao: non è la radice, non il tronco, non i rami e le fronde.
La pianta è l’unità, Dio.

Noi siamo piante: querce, betulle, salici, pioppi, frassini, pini..
Piante con radici, tronco, rami e fronde.
Come nel grande, così nel piccolo: l’universo ripete il suo schema, siamo Uno.

L’umano, guardando a se stesso, non si riconosce pianta:
si sente radice, o tronco, o ramo, o fronda.
Perché? Perché la sua costituzione lo munisce di mente/identità,
ovvero di una immagine/interpretazione di sé.
Immagine di sé molto limitata, riduttiva, parziale che solo con l’evoluzione
si trasforma e si fa unitaria.

Ecco dunque la narrazione dell’umano che si sente fronda,
immersa nelle correnti del divenire;
soggetto alla loro caducità ed impermanenza;
in balia della relazione con innumerevoli altri.
Che si sente tronco,
solido elemento di congiunzione e di equilibrio,
tendenzialmente statico e inclinante al rigido e al duale,
che ora guarda in alto, ora in basso:
vede quello che c’è sopra,
sente quello che ha sotto, è ponte,
ma è anche strattonato da un estremo e dall’altro.
Ed ecco l’umano che si sente radice,
colui che risiede nell’Essenziale,
e finisce per perdere la connessione con l’unità dell’essere anche tronco e rami e fronde;
nel buio della sua lontananza, non conosce che l’illusione di Dio.

L’umano coglie parti, frammenti, mai l’insieme.
Ma com’è l’insieme?
È una quercia tra cielo e terra: totalmente nella terra, totalmente nel mezzo, totalmente nel cielo: una e indivisibile, in sé e dall’ambiente cosmico in cui è inserita.
Puoi separare la radice dal tronco, e questo dai rami?
Vivrebbero queste parti separate? No. Dunque non puoi separarle.

Puoi dividere l’essere umano tra corpo, mente, coscienza?
Non sarebbe più un essere umano.

Puoi separare la via dell’Essere dalla via del divenire?
E come, cosa otterresti?
Una pianta amputata.

Ai fratelli e sorelle nel cammino che si interrogano se aderire alla via del divenire o a quella dell’Essere: attenzione, è un inganno, una falsa prospettiva, non c’è scelta alcuna da operare, si tratta di compendiare in sé le due vie, ora accentando l’una, ora l’altra.
In alcuni momenti del giorno prevale il divenire, in altri l’Essere.
Dietro ad ogni fatto che diviene, c’è la sua radice d’Essere, non dimenticatelo.
Quando viene la sera, raccogliamo in noi stessi i dati del divenire e quelli dell’Essere e, finalmente, in pace, siamo Quercia.

Le radici della quercia, che di diffondono e ramificano nel terreno, conoscono un ambiente molto vario e complesso composto da esseri di molte specie, animali, vegetali, minerali: l’ambito radicale pullula di vita e, in una relativa stabilità ambientale, subisce lente e costanti trasformazioni.
Così è per il cammino spirituale ed unitario dell’umano, tutto è tranne che una eterna e statica lode a Dio: è un insieme di processi in cui ogni corpo è coinvolto in piena relazione con l’ambiente vibratorio nel quale è inserito.

La vita tra le fronde della quercia non è da meno: noi quella vediamo, e quella ci sembra reale.
Gli uccelli che si posano, che costruiscono il nido; i rami che si rompono; le foglie che crescono e cadono; le ghiande che da verdi si fanno marrone e nutrono gli animali del bosco.

L’umano vede la chioma della quercia e dice: “Quella è la vita della quercia!”
Non vede il microcosmo sotterraneo delle radici, né comprende la funzione mediatrice e ritmica del tronco.
Come si può separare la via del divenire da quella dell’Essere, come si può pensare questa follia?
Come può l’umano immerso nel divenire pensare di trarre profitto da quell’esperienza se non si nutre dell’essere di Dio, della Sua fiducia, della Sua forza, dell’apertura che quella fede gli conferisce?
Come può l’umano dire: “Ora mi occupo del divenire e lascio da parte l’Essere, me ne occuperò poi”.
Si può essere più stolti?
Ti puoi occupare del divenire perché sei Essere!
La quercia vive perché ha le radici, perché è Una.

E come si può affermare che la vita unitaria non ha bisogno del divenire?
Quale è il volto di Dio, se non quello che si mostra nel divenire?
E non si conosce forse l’amore di Dio attraverso l’amore per il fratello e che dalla sorella ci giunge?
E non appare forse l’Essenza divina delle cose attraverso i più piccoli particolari del divenire:
– nelle sensazioni, scopro Dio;
– nel trascurato, nel minuto, nell’irrilevante si svela l’Infinito, l’Incontaminato, l’Incondizionato;
– nel dolore si rivela la potenza della salvezza, del divenire salvati, riscattati, liberati.

Di cosa parlano gli umani nella loro cecità, non riuscendo a tenere assieme il piede con la vanga, non comprendendo che il segreto non è nell’uno o nell’altra, ma in essi e nella forza che permette il vangare?
La chiave di senso non è dunque nelle radici, nel tronco o nella chioma della quercia, la chiave è nell’insieme che permette quella vita, che la dispiega.
L’umano parla della vita come fosse una cosa morta, invece la vita è una forza che si manifesta nelle forme, un’intenzione che assume vibrazione e forma dove le tre componenti sono inscindibili.
La vita è Dio in atto, ed è questione di lana caprina il dove mi colloco all’interno di Dio, essendo tutto Dio.


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18 commenti su “L’albero della vita tra Essere e divenire”

  1. La chioma, il visibile, è espressione delle radici, il non visibile, l’uno in funzione dell’altro, inseparabile unità

  2. Ricca di pregnanza l’immagine metaforica dell’albero. Comprendi che non ha più molta importanza dove ci collochiamo dell’albero, ora sulle fronde, o sul tronco, meno nella Radice…siamo albero e questo Basta.

  3. Efficace la metafora della quercia per farci comprendere che possiamo occuparci del divenire perchè siamo Essere .Se non fossimo radicati nell’Essere non potremmo allungare le nostre azioni nel divenire. Il divenire, per parafrasare una tua espressione, è l’Amore che si fa gesto.

  4. Probabilmente non c’è nemmeno primato tra essere e divenire. Non è che il tronco sia più importante delle radici, ecc.
    Grazie

  5. Il ricorso a questa metafora è quanto mai efficace a favorire la comprensione. L’immagine dell’albero si imprime nella mente e va dritta al sentire. Grazie.

  6. Aderire sempre più al concetto di unità, mi costringe ad osservare ad ogni fatto come qualcosa che mi riguarda, da cui non posso prescindere. Comporta una maggior responsabilità. Non posso giustificare la mia passività dicendo: nomi riguarda. Devo altresì discernere, contemperare le energie e osservarmi nel mentre scivolo nel tranello del duale. Insomma, non c’è di che adagiarsi.

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