Lo sguardo che contempla l’Uno: la ricerca e la fine del cercare

Commenta Alessandro al post del CI, L’illuminazione:
Ho passato tanti anni a scalpitare scavando senza fine nel terreno per fare un pozzo che arrivasse alla vena d’acqua, ma nessuno di questi era sufficientemente profondo.
Ora ho lasciato perdere tutto e bevo l’acqua delle pozzanghere.
È una agonia questa sensazione che nulla in fondo vale la pena, e nello stesso tempo non avere questa fusione di cui parlano le guide.
Non potendo uscire da questo limbo, né potendo tornare indietro, mi sento un somaro che non ha più la sua carota davanti e si carica da solo sulla groppa il suo carico sapendo che quello gli tocca.

Ciò che ci spinge a scavare pozzi
Sono un ruspaterra come Alessandro, una trivella in sembianze umane: in questa vita, e in molte altre credo, non ho fatto altro che scavare, indagare, disseppellire, togliere barriere sospinto da un’inquietudine, da una forza interiore, dalla necessità di obbedire ad un imperativo: trovare casa, la stabilità che non vacilla, la sorgente di ogni fiume, l’acqua che disseta ogni sete.
So che non esiste essere umano che non sia mosso da quella forza, che non sia attraversato da quella nota che lo incanta e lo obbliga a cercare, a scavare, a non avere pace che non sia quella definitiva di chi ha incontrato il Musicista Supremo e nella sua musica è potuto scomparire.
So anche che non tutti avvertono quel richiamo, quella forza, quella via obbligata: chi lo avverte ha già realizzato un bagaglio di comprensioni tali da aver sviluppato organi di senso adeguati a quel richiamo.
Ecco, questo è da annotare con cura: sente quella musica chi ha orecchie per ascoltarla, ovvero chi, nel proprio personale programma esistenziale, per comprensione conseguita ha posto quell’ascolto tra le priorità, ad esso è pronto e ad esso si volge senza fine, dovunque sia, in qualunque cosa sia immerso non appena sorge anche il più flebile dei richiami.
Come la civetta nella notte, come il capriolo nei prati: l’attenzione è vigile e costante, l’essere sempre pronto al balzo.

Non abbiamo compreso cosa significhi risiedere nella Fonte
La narrazione altrui dell’unità realizzata, non sempre ci avvicina al reale di quella condizione, più spesso parla di una esperienza personale probabilmente irripetibile in quei termini, e ci narra di una condizione d’essere che coglie aspetti eclatanti, ma non sempre evidenzia la sostanza.
Allora sentiamo dire: “Dio è amore e io risiedo in quell’amore”.
È sbagliato? No, è perfetto quanto fuorviante.
La questione non riguarda il come un sentire relativo percepisce il Sentire Assoluto, le immagini possono essere le più varie, le narrazioni straordinarie, gli stati interiori meravigliosi eppure non risolutivi per definire la questione: centrale è invece il cosa separa il relativo dall’Assoluto, il mio sentire dal Suo sentire.

È vero che siamo così lontani dall’Uno?
Cosa separa il relativo dall’Assoluto, il mio sentire dal Suo sentire?
Ci separa forse un dato di fatto, dei principi della fisica, l’appartenere a due realtà tanto diverse?
Chi ha un po’ approfondito questi temi, sa che la separazione tra relativo ed Assoluto è solo virtuale, in sé non esiste relativo né Assoluto, esiste il Ciò che è.
Quella virtualità è il prodotto dell’interpretazione, di come l’umano si coglie, si legge, si inquadra, si interpreta: è come in un sogno, non c’è una realtà immobile e data a priori; c’è la realtà che puoi vivere in quel sogno.
Dunque non esiste separazione tra sentire relativo ed Assoluto, esiste l’aderire ad una separazione e il collocarsi in una parte, in genere quella del sentire relativo.
Il richiamo senza fine del Sentire Assoluto ci racconta del nostro limite di interpretazione.
Non ci separano eoni dall’Uno, solo un’interpretazione.

Viviamo per imparare ad interpretare diversamente, oltre il due
Nel mentre ogni giorno carichiamo l’asino del peso di quel giorno, affiora mai la consapevolezza del gesto in sé, del muoversi in sé, del respirare in sé, di quella sensazione, di quello stato in sé?
E, se emerge, non è forse evidente che non esiste alcun due?
Non è evidente che l’Uno era lì, dietro ad un velo inconsistente quanto la nostra illusione?
Identificati con l’asino e con il suo carico, non siamo consapevoli dei mille modi dell’essere asino, dei molti modi del caricare e del reggere il peso: costruiamo e contempliamo una narrazione del reale fondata sulla fatica, sulla non fiducia, sul lamento e questa vela il Reale che è lì, in ogni singolo fatto, in ogni semplice fotogramma della sequenza del divenire.
Vediamo il film, ma non il singolo fotogramma, questo ci rende ciechi.
La cecità si mescola al richiamo dell’Uno, la consapevolezza dice:
“Cosa stai facendo? Ti sei reso cieco!
La tua non fiducia ti acceca!
Il tuo bisogno di senso, ti acceca!
La tua ricerca ti acceca!
Vuoi vedere il film dell’Unità, ma sbagli grossolanamente, non è un film, è solo un fotogramma, immobile ed eterno!”
Non l’identificazione, non il bisogno, non il desiderio, non il cercare svelano il Reale, ma la contemplazione di ogni fatto colto nella sua immobile eternità.
La logica interpretativa condizionata dal due ci porta a desiderare e a cercare il film, la narrazione: il sorgere dell’esperienza contemplativa ci rivela l’Uno e svela l’illusoria natura del divenire, del due.

Smettere di cercare
Ecco dunque la questione centrale per una persona della via giunta ad un certo grado di ampiezza del sentire: lasciar morire la ricerca.
Chi cerca, proprio per il fatto di cercare, non troverà mai il Determinante.
Chi smette di cercare e osserva e contempla senza fine il Reale nelle mille forme della sua ordinarietà, non potrà non vederlo ed esso si dischiuderà al suo sguardo prima fugacemente, poi sempre più ampiamente e stabilmente.
Siamo dunque passati dall’interpretarci come i cercatori dell’Assoluto, al contemplare l’Assoluto: non è cambiato certo l’Assoluto, siamo cambiati noi, la nostra visione di noi e di Lui.
Nelle molte stagioni di una individualità, tante sono le priorità che prendono forma nelle vite che essa genera: quando in una incarnazione si sente così forte il richiamo dell’unità, come accade al nostro fratello Alessandro, vuol dire che il tempo è maturo per non cercare più il film, ma per contemplare il fotogramma.
Ecco allora la necessità di depurare la mente, e l’identità intera, dall’illusione del cercare e dal bisogno di senso, per piegarci, nella fiducia ogni giorno tentata e rinnovata, al Ciò che è.
Nel Ciò che è non c’è alcun due, e facilmente ci accorgeremo che non c’è mai stato.
Allora realizzeremo anche che il film dei molti che ci hanno parlato dell’Uno, era illusorio, una loro percezione ed interpretazione di uno stato d’Essere che, per essere compreso, ha bisogno di essere liberato di tutti gli assoluti che l’umano gli carica addosso.
Solamente quando smetteremo di colorare l’Uno con le tinte dell’umano, ci approssimeremo alla Sua Realtà: quando smetteremo di dire che è Amore supremo, Pace Assoluta, Pienezza senza fine, quando usciremo dalla narrazione dell’Assoluto e saremo pronti per la Sua realtà, allora la coglieremo – ed essa fiorirà nel nostro interiore come la più vasta delle esperienze – negli escrementi del nostro asino quotidiano.
Ma dobbiamo smettere di credere ed aderire alle fantasie e agli assoluti partoriti dalle menti e appoggiare gli occhi su quel che abbiamo davanti.
Tutto è già dato e diviene palese a chi ha occhi per vedere.


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14 commenti su “Lo sguardo che contempla l’Uno: la ricerca e la fine del cercare”

  1. ..ma per contemplare il fotogramma” ed è nato con la tua situazione nella mente.

    Non mi è chiaro questo passaggio.
    Cioè nella mia mente sarebbe accaduto qualcosa per recepire quelle parole?

  2. Si, colgo la portata del processo intuitivo che fa sentire che quella parola può incontrare la giusta frequenza dell’antenna ricevente in quel momento, in quell’esatto momento, che c’era quella possibilità.
    Questi anni di Sentiero, di tentativi di comprendere, di macerazione nella frustrazione hanno preparato il terreno.
    Molte parole simili erano state proposte negli anni ma solo quella parola nell’esatto momento era stata scoccata nell’istante perfetto per intercettare il bersaglio nella sua traiettoria.

    L’avevo raccontata altre volte ma è bella questa storia.

    C’era un uomo che pregava davanti al tempio con le lacrime agli occhi e pregava con intensità con autenticità con tutto se stesso perché Dio gli aprisse le sue porte.
    Passava di lì una donna tutti i giorni che andava al mercato, si fermava qualche secondo davanti a questa scena dell’uomo che piangeva e proseguiva per la strada.
    Dopo mesi in cui ogni giorno lei vedeva questa scena un bel giorno si ferma, l’uomo la guarda a sua volta come la vedeva tutti i giorni, lei si ferma e le dice “è aperta!”.
    L’uomo ebbe uno shock, vide per la prima volta nella sua vita la porta aperta, non aveva le parole e asciugandosi le lacrime si rivolse verso la donna per ringraziarla e le disse ‘ciò che mi hai indicato stamattina è un regalo che non ha prezzo, per la prima volta nella mia vita vedo che la porta verso Dio è aperta, che Dio mi ha aperto le sue porte ma ti chiedo come hai potuto essere così dura, indifferente, sono mesi che mi vedi disperato, vedi le mie lacrime autentiche, vedi la mia disperazione, come hai potuto? Perché non mi hai detto mesi fa da quando ho iniziato a venire in questo tempio che la porta era aperta?’.
    In realtà la donna che appariva come una donna normale che andava al mercato era una Mistica e disse all’uomo ‘se ti avessi detto mesi fa che al porta era aperta tu non l’avresti vista, se anche solo ieri ti avessi detto questo tu non l’avresti visto, solo oggi il momento era maturo per dirtelo’.

  3. Interessante, Gloria: il cercare, che per un lungo tratto di strada è un’ottima disposizione, poi diviene un impedimento grave, un carcere..

  4. Buongiorno,seguo da molto i post delSentiero,mai partecipando direttamente ,un po’ per necessita un po’ per scelta ,in fondo la stessa cosa,ma oggi una lieve increspatura nella lettura mi ha portato al commento. Ho erroneamente invertito le vocali della parola CERCARE e quindi ho letto CARCERE …e nella mia mente questo significato e’ rimasto tale anche dopo aver corretto il vocabolo . Grazie per offrire a chiunque lo desideri la disponibilità della Vostra esperienza. Gloria

  5. La profondità e la vastità di questo post mi impattano. Ho paura a dire che mi pare di comprendere, almeno in parte. Ma per quanto limitata possa essere la mia comprensione intuisco e sento che la strada è giusta. Grazie

  6. Ad Alessandro: il post è nato da questa intuizione: “..il tempo è maturo per non cercare più il film, ma per contemplare il fotogramma” ed è nato con la tua situazione nella mente.

  7. “Il richiamo senza fine del Sentire Assoluto ci racconta del nostro limite di interpretazione.”

    “costruiamo e contempliamo una narrazione del reale fondata sulla fatica, sulla non fiducia, sul lamento e questa vela il Reale che è lì, in ogni singolo fatto, in ogni semplice fotogramma della sequenza del divenire.”

    “Vuoi vedere il film dell’Unità, ma sbagli grossolanamente, non è un film, è solo un fotogramma, immobile ed eterno!”

    “Non l’identificazione, non il bisogno, non il desiderio, non il cercare svelano il Reale, ma la contemplazione di ogni fatto colto nella sua immobile eternità.”

    Avevo già scritto una risposta a questo post ma con lo smartphone e a volte sbaglio, rileggendolo ora ne assaporo altre sfumature per me così fondamentali in questo esatto momento.
    Forse si è accesa una lampadina, una da pochi watt, flebile, non quella grande delle rotatorie ma comunque significativa. E non intendo farla spegnere.
    Consiste nel respirare un fotogramma alla volta e non dar corso al film.

    “..il tempo è maturo per non cercare più il film, ma per contemplare il fotogramma.”

    Grazie perché la risposta è così precisa che qualcosa è entrato nonostante la mia testa dura.
    E’ dall’intensivo di aprile che con quel ‘nel ventre dell’adesso’ era rimbalzato dentro qualcosa ma poi si era sopito, ora con queste parole acquisisce di nuovo vitalità in compagnia del fratello che era rimasto fuori ‘un fotogramma alla volta’.

    In risposta a Natascia che diceva quanto sia difficile comprendere certi stimoli spirituali da altri provenienti dall’identità e io sono perfettamente d’accordo con lei ma qui in questo momento ho un esempio che è possibile.
    Questi due fratelli entrati da poco a giocare insieme ‘nel ventre dell’adesso’ e ‘un fotogramma alla volta’ sono atomi di sentire.
    Ora ci sarà il lavoro da fare nel quotidiano da parte mia nel ricordarmi di loro e di prendermene cura.
    Mille volte farò il coglione nel dar inizio ancora e ancora al film ma loro ci sono!
    E ci voglio provare. Chiarezza e determinazione dove siete? Non allontanatevi, ho bisogno di voi..

  8. Come spesso accade, mi sono ripromessa di commentare in un secondo momento il post ma, la stanchezza fisica e mentale di questi giorni, ancora non lo consentono…

  9. Sì, credo anch’io che sia tutto un problema di prospettiva, su dove posare lo sguardo .Alla fine le montagne sono solo montagne, senza connotazione alcuna. Non sono mai stata una accanita ricercatrice, le esperienze e gli incontri mi hanno portato semplicemente qui. Quando semplicemente sto, avverto la non separazione, quando la mente si insinua e si identifica, tutto ritorna due. Grazie Roberto.

  10. Tutto è acqua di vita, nulla escluso, basta riconoscerla come tale.
    Il problema non è dunque “cosa” si presenta, ma “come” viene compreso.

  11. La domanda e la risposta sono molto interessanti per me e fanno ulteriore chiarezza.
    Contemplare significa, quindi, lasciare morire la ricerca dell’Assoluto e la ricerca di senso (morte naturale, ovviamente). Contemplare significa stare in Ciò che c’è, con fiducia tentata e rinnovata.
    Mi riconosco molto in quegli aggettivi relativi alla fiducia. Per quel che mi riguarda, aggiungerei anche “spesso dimenticata”. La tendenza a riprendere il movimento del ricercatore è uno schema forte in me.
    L’acqua delle pozzanghere di Alessandro, dunque, se bevuta con fiducia, lasciando morire la spinta verso “altro”, accettando la quotidianità del Ciò che c’è, potrebbe essere “acqua di vita”?

  12. Vedo il film che scorre, a volte più identificata, a volte meno. A volte c’è spazio per la contemplazione. Molto spesso mi osservo nelle scene in cui sono più identificata e mi dico:- ma sei ancora lì?- Non c’è giudizio, non sento di dover arrivare da nessuna parte, né di dover dimostrare niente. Prendo atto del mio essere asina, proponendomi di fare meglio.

  13. A volte sembra che la pellicola rallenti fin quasi a fermarsi, ma è solo un attimo e poi il film riprende a scorrere veloce.

    Questo è per ora.

    Grazie Roberto.

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