Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

La ricerca senza ricerca

Federica ha scritto: “Anche la Ricerca credo sia un atto di fiducia, ricercare qualcosa in più, qualcosa di altro, qualche cosa ancora; non va in opposizione con la necessità di accettare e, ancor meglio, di accogliere quello che già c’è. Si può apprezzare quello che è Presente e anelare infinitamente all’Altro?”
Ad un certo punto del cammino accade qualcosa che conduce oltre l’anelito.
Potremmo dire che l’anelito è il colore che assume la spinta profonda e inestinguibile all’unità nel momento in cui attraversa l’identità.
Prima dell’identità, quella spinta conduce la coscienza a creare la realtà attraverso cui essa incede da ego ad amore, apprendendo e trasformandosi nell’ampiezza del suo sentire.
Transitando attraverso l’identità (mente-emozione-corpo), quella spinta viene da noi sperimentata come anelito, desiderio, inquietudine, pressione.
Con l’attenuarsi dell’identificazione con i processi dell’identità, conseguenza del cammino interiore, del conosci te stesso, del superamento della visione duale dell’esistenza, si attenua anche quell’anelito, fino a scomparire.
Qui accade un paradosso: non hai più alcun interesse, non c’è più ricerca, non più domande, non più bisogno di risposte, eppure sei sospinto sempre più in profondità, sempre verso nuove comprensioni che non sono ricercate ma accadono, e accadono senza fine.
Che cosa è cambiato? Che non c’è più la ricerca che sorge, si colora, nell’identità; c’è quella spinta ontologica che viene dall’essere e che attraversa ogni essere, dal minerale al super-umano.
In altri termini potremmo dire che tutta la realtà sorge da un gesto dell’Assoluto e, dallo stesso gesto è ricondotta a sé.
Tutta la vita è il movimento della consapevolezza dell’Assoluto che si manifesta nei molti, nella frammentazione delle personalità e, per sua natura, per moto proprio, tende inesorabilmente all’unità, al riassorbimento nel perfetto risiedere unitario.

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