La pratica meditativa, l’ascolto e il silenzio di sé, la comprensione

Ci sono passaggi complessi nella vita, come ci sono stagioni in cui si può stare a mani basse.
Ci sono fatti semplici e fatti complessi, esperienze facilmente accessibili e altre che richiedono un bagaglio di conoscenze e comprensioni più vasto per poter essere afferrate.
Come dicevo nel post Accompagnarvi nel quotidiano, nei due siti che seguiamo, questo e Cerchio Ifior, sviluppiamo accenti differenti di tematiche simili: la funzione di Cerchio Ifior è di fornire le basi della conoscenza e della consapevolezza; quella di questo sito è di entrare nel ventre dell’esperienza meditativa, contemplativa ed unitaria.
Quando scrivo mi pongo senza fine la domanda: “Ma capiranno? E, cosa ancora più importante, comprenderanno?”
I vostri commenti a volte mi dicono che ciò che ho espresso appartiene anche al vostro sentire, altre volte testimoniano una difficoltà.
Voglio parlare a coloro che, a volte, non riescono a cogliere la reale portata esperienziale ed esistenziale di ciò che qui viene detto.
Come ho più volte ricordato, qui non vengono proposti contenuti per le menti, non ci occupiamo della formazione intellettuale di qualcuno, né siamo un forum di cultura spirituale: ciò che viene espresso è un contenuto della coscienza che parla ad altre coscienze; necessariamente questo processo si ammanta e si riveste dell’elemento mentale e cognitivo, con le limitazioni che gli sono proprie.
Chi scrive lo fa a partire da un vuoto di sé: chi legge ed ascolta, se non risiede in quel vuoto di sé, difficilmente comprende.
È nel vuoto di sé che i due si incontrano, i due sentire, non le due persone.
Chi scrive ha una sua ecologia interiore e scrive quando quella ecologia è perfettamente rispettata ed equilibrata, altrimenti non scrive.
Chi legge, come si dispone al testo, al contenuto, a partire da quale ecologia interiore sua?
È vuoto il secchio di chi legge? E, se non è vuoto, come vuotarlo?
Ecco che siamo giunti al tema centrale della pratica meditativa e contemplativa: la persona che desidera avvicinarsi a questi contenuti può farlo se possiede una di queste due condizioni, o entrambe:
– se possiede un sentire equipollente a quello di chi scrive, almeno in certe aree specifiche del sentire generale;
– se è capace di ascoltare il profondo di sé, libero dal condizionamento della sua identità e da quello dell’ambiente culturale e sociale.
Tratterò il secondo aspetto perché sul primo c’è poco da fare, o lo sia ha, o non lo si ha.
La capacità di ascolto e di disconnessione da sé va coltivata come un fiore prezioso e fragile: l’intera ecologia quotidiana deve essere finalizzata a realizzare quell’ascolto e quel silenzio interiore di sé.
Questa è la disposizione meditativa e contemplativa che, nell’ordinario dei giorni, diviene pratica ripetuta senza fine fino ad essere interiorizzata e a divenire un automatismo comportamentale.
L’ascolto, la disconnessione, il silenzio di sé, il risiedere nello zero sono il frutto di mille tentativi, mille pratiche diverse, o di una pratica prevalente ripetuta lungamente nel tempo: nel mentre si opera, o nell’immobilità la consapevolezza monitora l’interiore, le sensazioni, i fatti e prende atto senza aggiungere e senza commentare.
Questa disposizione interiore coltivata attraverso la volontà e la dedizione, sboccia nell’atteggiamento meditativo e contemplativo, in quella ricettività profonda per ciò che dal sentire proprio ed altrui emerge.
È importante che nelle nostre vite, nei giorni feriali, nelle routine quotidiane, noi si abbia la capacità di osservare con occhi nuovi ogni fatto: quegli occhi nuovi sono costituiti dalla capacità di ascolto, di disconnessione, di silenzio di sé, di risiedere nello zero.
Quando scrivo, mi auguro di incontrare quel lettore con quella disposizione: una persona allenata, disciplinata, pronta, aperta all’impalpabile, al soffio del sentire.
Ho usato il termine disciplina: grande in me che scrivo è la disciplina per mantenere l’equilibrio di quella ecologia di cui parlavo: grande deve essere in chi si approccia a questa dimensione di sentire, se in essa vuole precipitare e se vuol davvero comprendere il soffio del sentire.


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9 commenti su “La pratica meditativa, l’ascolto e il silenzio di sé, la comprensione

  1. La disposizione con cui ci si appresta a leggere i post. Un post che parla dei post. Dunque un metapost! Mi stupisce la capacità di portare la riflessione su piani sempre diversi e di non tralasciare veramente nulla. Cosa molto utile per noi che leggiamo, perché ci mette continuamente in scacco e ci stana da qualunque comoda nicchia in cui, anche inconsapevolmente, finiamo per sostare! A volte si tratta di aspetti grossolani altre di sfumature ma comunque c’è sempre da lavorare! Cercherò di farne tesoro.

  2. “nel mentre si opera, o nell’immobilità la consapevolezza monitora l’interiore, le sensazioni, i fatti e prende atto senza aggiungere e senza commentare.”
    Il monitoraggio è una pratica che mi nasce spontanea, fin da ragazzo. Sento che è frutto di comprensioni precedenti. Diverso è il discorso sul non aggiungere e non commentare. Qui ho molto da lavorare, la scomparsa del soggetto è saltuaria…

  3. Da diverso tempo sto cercando di creare attorno a me un contesto che mi consenta sempre di piu di entrare in questa dimensione, dilatando i tempi, facendo pulizia dal superfluo, cercando ritmi e strategie diverse per star nel mondo ma come spesso diciamo non essere del mondo.
    I risultati sono minimi, a volte mi sembrano nulli.
    e’ quindi complesso entrare velocemente in connessione con alcuni post, a volte e’ solo la parte concettuale ad essere colta, insomma, a volte e’ come ascoltare il cinguettio di un uccellino in una discoteca …
    Ma questa e’ la mia condizione esteriore, da qui parto e a partire da questo faccio il possibile per restare allineato anche quando sembra una missione impossibile.

  4. Grazie Roberto per averci ancora una volta introdotto alla pratica contemplativa esortandoci alla osservazione e alla disconnessione. grazie Samuele, per aver così bene esposto le fasi del percorso.

  5. Ci si tenta. A volte sembra sterile, come allenarsi ad affrontare una fiera senza la fiera stessa.
    Poi ti accorgi d’un tratto che appena varchi il portone per uscire di casa vedi il colore di un ceppo d’erba.
    Vedi come non avevi mai visto; la gioia, la pienezza e la commozione di quel vedere sono intime e preziose. Come non cercare di coltivare la contemplazione e la meditazione?
    “Signore, da chi andremo? Solo tu hai parole di vita eterna!” (cit)

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