Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

La meditazione: pratica spirituale, processo esistenziale, mito, rimozione

Un’amica mi chiede di scrivere sulla meditazione, cercherò di farlo indagando il tema in modo non convenzionale attraverso una serie di appunti, senza la pretesa di esaurire il tema.
Una definizione:
– la meditazione è la pratica della consapevolezza di quel-che-è;
– la meditazione è la pratica della non-consapevolezza di quel-che-è;
– la meditazione è la pratica del processo della consapevolezza di quel-che-è.
Quel-che-è cos’è?
L’accadere senza attribuzione.
I fatti accadono e, prima di essere etichettati dalla mente, sono solo quel che sono, fatti. Quel-che-sono.
I fatti non sono per me o contro di me, accadono nella neutralità della gratuità, è il soggetto che li connota a seconda della funzione che ritiene ricoprano nella sua esistenza.
Il soggetto osserva i fatti e, se è libero dai lacci della propria soggettività, ad essi si affida, da essi si fa attraversare sperimentando la fiducia nell’esistenza.
Nella meditazione esiste un soggetto praticante che, man mano che entra nella pratica, o meglio, man mano che la pratica entra in lui, diviene irrilevante: quando il soggetto diviene trasparente nel Sentiero contemplativo parliamo di contemplazione, non più di meditazione.
 

La meditazione come pratica spirituale

 
Gratuità e fiducia sono le componenti di base della pratica spirituale: se la pratica è motivata da uno scopo, non è pratica spirituale, così come la preghiera di richiesta è un ossimoro, la certificazione di una frattura attraverso l’io/Tu, dove io sono io e Tu sei l’Assoluto che può darmi ciò che mi necessità. Un assurdo.
Ciò non toglie che nella pratica spirituale si introduca inevitabilmente uno scopo e il meditante, o l’orante, senza sosta lo azzerano.
Chi introduce lo scopo? L’identità, il soggetto, e lo fa non perché è un asino, ma perché è umano: lo scopo che sorge ci ricorda lo stato dell’opera, il deficit di gratuità e di fiducia operante, la necessità di comprendere ancora e più a fondo.
Se la persona non pratica la meditazione per ottenere qualcosa, perché la pratica?
Per vivere.
Se dicessi, ad esempio, per vivere con minore condizionamento, avrei introdotto un fine.
La persona riconosce che il vivere feriale stretto nella morsa del dare ed avere, dello scopo, del senso, della necessità è soffocante, è un vivere coatto, stretto in una morsa appunto.
Allora sceglie di vivere e basta e si siede davanti ad un muro, o nei mille altri modi in cui una meditazione può essere praticata.
Vivere e basta lasciando che tutto scorra, tutto accada, tutto sorga e tutto scompaia.
Vivere senza volere, senza aver bisogno, senza temere, senza perseguire, senza aspettare.
Vivere senza scopo, questo significa l’espressione “vivere e basta”.
Senza Dio e senza Buddha, senza il loro bisogno; senza alto e senza basso; senza spirituale  e senza materiale: vivere senza il duale, inciampo che in meditazione scompare.
 

La meditazione come processo esistenziale

 
Meditare è un processo esistenziale che scorre tra divenire ed essere.
Il tempo della meditazione è una transumanza dal divenire all’essere e, nel mentre si avanza lungo i sentieri, la nostra realtà interiore compare e si impone con il valore dei simboli.
Pensieri, emozioni, scene di vissuti e di desideri attraversano il cammino e come sono sorti vengono lasciati andare: quando si fermano, quando stazionano sono simboli da appuntarsi, in seguito andranno considerati ed analizzati. Non durante l’esperienza meditativa.
Perché la meditazione è un processo esistenziale?
– Perché in essa si fa esperienza del conscio, del subconscio e qualche volta anche dell’inconscio;
– perché quell’esperienza impressiona la consapevolezza e da essa è posta in risalto;
– perché ciò che si è contattato tornerà poi nella vita feriale e sarà valutato con più attenzione e costituirà, quel vederlo, uno dei mattoni di una comprensione in fieri.
Noi parliamo di processo esistenziale quando sono presenti esperienza/conoscenza, consapevolezza e comprensione: in vario grado questi elementi attraversano l’esperienza meditativa, a volte in modo residuale, altre in maniera più corposa; sempre la meditazione è uno specchio impietoso ed una grande sorgente di simboli.
Naturalmente, se si pensa di realizzare delle comprensioni attraverso la sola meditazione, si sbaglia, ma non credo che esista qualcuno così sprovveduto.
La meditazione è una fase della vita; unita ad altre fasi costituisce un ritmo e dal quel ritmo unitario sorgono le comprensioni.
Questo ci permette di affermare:
– che la meditazione ha una funzione nel cammino della conoscenza, della consapevolezza e della comprensione perché permette di illuminare i vissuti, di coltivare la consapevolezza, di sviluppare la volontà, di allenare la disconnessione, di perseguire l’abbandono e la fiducia;
– la meditazione, permettendo il ritorno a zero da ogni identificazione, apre senza fine spiragli su orizzonti non condizionati e dunque contribuisce a rivelare la natura più profonda del meditante, a cui svela un orizzonte esistenziale fondato non su proiezioni e illusioni, ma sull’esperienza diretta di un altro modo di esistere.
 

La meditazione come mito

 
Se la meditazione è inserita nel processo di conoscenza-consapevolezza-comprensione a pieno titolo, essa è come il lievito nella massa del pane; se, al contrario, non è associata a quel processo, diviene le cose più varie: da strumento per affinare il potere personale, a mezzo per raggiungere efficienza ed alte prestazioni, a pratica fideistica per la risoluzione di problemi e malattie.
L’occidente parla molto di meditazione, non abbastanza di conoscenza-consapevolezza-comprensione e, come spesso gli accade, non riesce a vedere l’aspetto unitario dei fenomeni: dall’oriente ha preso la meditazione non accorgendosi che porta esattamente dove porta la preghiera che a casa propria era stata sviluppata soprattutto in ambito monastico, e non conoscendo il cammino esistenziale orientale nel quale la meditazione era nata, e abiurando la preghiera cristiana per le più diverse ragioni, ha finito per mettersi addosso un abito dubbio che non sa bene come trattare.
Va considerato che, mentre la preghiera è interna al mondo simbolico cristiano e ne presuppone una qualche conoscenza ed adesione, la meditazione è profondamente laica e dunque approcciabile da quel vasto mondo di persone che cerca in ambito esistenziale e spirituale senza voler aderire ad alcuna confessione religiosa, o ad alcuna filosofia particolare.
L’occidente ha fatto della meditazione un mito buono da mettere ovunque ma, in fondo, la conosce poco, né la sa trattare adeguatamente: poco importa, ciò che conta è che l’occidentale inizi a fare i conti con se stesso in maniera più cosciente, poi il come lo fa è relativo dal momento che tutta l’acqua confluisce al mare.
Trovo che il connubio accompagnamento esistenziale/meditazione sia particolarmente felice e possa essere la via occidentale per incarnare le logiche del “conosci te stesso” e innervarle con la pratica della consapevolezza e dell’infinito ritorno a zero.
Ho usato il termine accompagnamento esistenziale con cognizione di causa, volendo con esso rappresentare l’ampio spettro delle relazioni individuali, o di gruppo, in cui un accompagnatore ed un accompagnato affrontano i loro destini: quello spettro va da un rapporto di amicizia particolarmente profondo, all’accompagnamento spirituale, fino alla psicoterapia.
Per demitizzare la meditazione basta praticarla: nella routine delle ore e dei giorni essa svela il suo immenso potenziale come i suoi limiti: se una persona pensa di trasformarsi meditando, compie un errore considerevole; se, conoscendo se stessa, medita, compie un gesto impagabilmente fecondo.
La trasformazione dell’interiore avviene nella relazione con l’altro da sé: la meditazione prepara e segue quella relazione, è il sale della vita per tanti versi, ma non è la vita, è una fase di essa, un periodo del suo ritmo.
Anche quando essa diviene atteggiamento meditativo, non è la vita, è un modo di stare nella vita: avendo chiaro questo non si incorre nel pericolo che descriverò nel paragrafo seguente.
 

La meditazione come rimozione

 
Essendo la pratica meditativa fondata sull’infinito lasciar andare pensieri ed emozioni, se essa non è associata ad un serio cammino di conoscenza e consapevolezza, finisce per divenire un metodo nefasto di rimozione di contenuti subconsci che affiorano alla consapevolezza e, attraverso la disconnessione e il ritorno a zero, vengono stornati e rimossi.
Inutile dire che questo va evitato e mai la meditazione deve essere usata per fuggire da se stessi: quando qualcosa preme nel subconscio divenendo un certo simbolo mentale od emotivo, lo si può disconnettere quando è troppo pressante, ma avendo ben cura di lavorarlo nelle sedi opportune.
 

La meditazione in pratica

 
La meditazione non è una tecnica.
Le varie religioni l’hanno formalizzata in modi diversi, ma non è ad essi che faremo riferimento.
Meditare è:
– essere consapevole di ciò che accade nel momento presente nella mente, nell’emozione, nella sensazione, nell’ambiente;
– non identificarsi con nulla di ciò che sorge e tramonta, ma lasciare ogni fatto fluire in modo che la consapevolezza sia attraversata, ma in essa nulla sedimenti e si accumuli;
– non agganciare e non coltivare dunque alcun pensiero e non alimentare nessuna emozione nel tempo dedicato alla meditazione;
– qualunque fatto attraversi la consapevolezza e tenda ad invaderla, disconnettere, ovvero condurre l’attenzione a zero;
– il modo più semplice di azzerare, e dunque di lasciar cadere un pensiero o un’emozione, è quello di focalizzarsi su di una sensazione: il respiro, la consapevolezza delle mani, dei piedi, del muro bianco se si è in zazen, della luce, del silenzio della stanza, del caldo o del freddo, della postura;
– ad ogni ritorno a zero segue, in un lasso di tempo variabile, una nuova identificazione, quindi il riaffiorare di pensiero ed emozione: di nuovo disconnetteremo lasciando che questo processo fluisca senza farcene un problema;
– una meditazione non è mai buona e mai cattiva: molti pensieri non la qualificano come cattiva, il vuoto interiore non la rende buona. La meditazione è stare davanti alla vita che accade senza misurarla, confrontarla, giudicarla.
Prendiamo quel che viene e vediamo il mercante e il giudice in noi.
Quando si inizia l’esperienza del meditare è buona regola darsi un tempo, sapere quando si inizia e quando si finisce; col tempo la meditazione diverrà una pratica interiorizzata e allora germoglierà l’esperienza dell’atteggiamento meditativo che attraverserà il nostro tempo sorgendo e scomparendo con naturalezza, senza controllo e senza attivazione.
L’atteggiamento meditativo è l’anticamera della contemplazione.


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  1. Grazie Roberto.

  2. Se l’atteggiamento meditativo avviene con naturalezza ed è piuttosto costante, non è necessario altro..

  3. Il più delle volte mi sforzo, non sono costante. L’atteggiamento meditativo invece, avviene con naturalezza.

  4. Grazie per l’ampiezza e l’esaustività con cui è stato trattato l’argomento. Concordo quando sostieni che senza la pratica della conoscenza/consapevolezza/comprensione, la meditazione non è una pratica che accompagna il processo esistenziale; è qualcos’altro: un esercizio per affinare l’ego, per diventare più efficienti, per rimuove il nostro non conosciuto. Per esperienza so che quando si lavora sul conosci te stesso durante le sedute meditative succede che l’inconscio emerga e ciò è una vera benedizione perchè poi si potrà lavorarlo.
    Naturalmente ci si siede senza nessuna finalità tuttavia, come dice Samuele, si impara l’atto della disconnessione; ma questa è una conseguenza del sedersi, non una priorità.
    Alla fine si diventa consapevoli che meditare è pura gratuità.

  5. Non so se la mia meditazione ha uno scopo; credo che ce l’abbia dal momento che mi attendo di accedere all’essere e di imparare l’arte della disconnessione per affrontare meglio la vita, più consapevoli, più presenti a sé, meno condizionati dai propri pensieri, emozioni.
    Sbagliato? Mah, intanto ci provo, poi vediamo quel che viene! 🙂

  6. “se una persona pensa di trasformarsi meditando, compie un errore considerevole; se, conoscendo se stessa, medita, compie un gesto impagabilmente fecondo.
    La trasformazione dell’interiore avviene nella relazione con l’altro da sé: la meditazione prepara e segue quella relazione, è il sale della vita per tanti versi, ma non è la vita, è una fase di essa, un periodo del suo ritmo.
    Anche quando essa diviene atteggiamento meditativo, non è la vita, è un modo di stare nella vita: avendo chiaro questo non si incorre nel pericolo che descriverò nel paragrafo seguente.”
    ESTREMAMENTE chiaro! Grazie

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