Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Sulla natura dell’obbedire, del prestare ascolto

Obbedire è ascoltare, prestare ascolto.
Prestare ascolto ai simboli che giungono come parole, come gesti, come situazioni.
Prestare ascolto a ciò che sorge nell’interiore come moto dell’identità, come canto del divenire con sé al centro.
Prestare ascolto alla voce profonda, all’ispirazione improvvisa, all’intuizione che illumina la notte.
Prestare ascolto a ciò che nel vivere si manifesta come palese segno di apprendimento e di insegnamento.
Prestare ascolto all’altro che sempre svela la nostra intenzione e il nostro procedere esistenziale essendo, la realtà che l’altro rappresenta, niente altro che il film da noi creato.
Quando il prestare ascolto non si associa al vittimismo e alla ribellione, alla protesta e alla opposizione;
quando il prestare ascolto è accompagnato da una apertura della mente senza condizione, da una disponibilità affettiva, da una sincera accoglienza del processo della coscienza nostra e altrui in manifestazione, allora si parla di obbedienza.
Obbedire è innanzitutto un capire e un comprendere il respiro di ciò che viene proposto all’ascolto;
è un prestargli primaria attenzione;
è un sottoporlo a discernimento inquadrandolo nel complesso dei processi;
è un porre in risonanza ciò che si propone all’attenzione con ciò che può essere ascoltato nel profondo di sé; se si è capaci di superare il rumore prodotto dallo sferragliare della mente, alla consapevolezza si svela con una chiarezza cristallina che ciò che si presenta è ovvio all’interiore, al sentire, è riconosciuto da questo come quel-che-è, il necessario, l’evidente, l’opportuno di adesso, il giusto di fronte al quale ci si può flettere;
è, infine, e solo infine, un piegarsi.
La persona in intima connessione con sé, compie l’intero processo, dal prestare ascolto al piegarsi, in un battito di ciglia.
La persona che vive ancora delle fratture e delle separazioni interiori, impiega un tempo e per essa l’obbedire è un processo che prende forma nel divenire.
Quando la persona supera quelle fratture interiori, si accorge che l’intero vivere altro non è che un obbedire, un sì detto alla vita, un inchino al vivente.
L’obbedire si svela come una tra le più grandi delle gioie: “Sia fatta la Tua volontà, non la mia”.
Questa disponibilità interiore che è fiorita, questa possibilità di non mettersi di mezzo, di servire, di essere strumento si mostra nel pieno del suo essere quando ci troviamo immersi in dei condizionamenti: mentre un tempo avremmo protestato e ci saremmo sentiti compressi nel nostro essere e manifestarci, oggi il condizionamento immancabilmente presente in ogni momento delle nostre vite, è per noi possibilità creativa di dispiegamento, di manifestazione e di servizio tanto più efficaci quanto più scompariamo nella nostra centralità.
Il piegarsi dell’obbedire non è un chinare la testa in una remissione, è il gesto del surfista che si accovaccia sulla tavola quando prende l’onda, è il cogliere il momento, l’opportunità e, liberi dal peso del proprio bisogno, del proprio desiderio e della propria preferenza, semplicemente servire la vita che in quel presente chiede questo o quello.
Attenzione, non si serve l’altro: esistono io e l’altro finché c’è identificazione e a quel livello non c’è servizio né obbedienza veri; quando si entra nel campo neutro della scomparsa del soggetto, non c’è un io che si impone o che obbedisce, c’è il vivere che per sua natura è servire, obbedire, essere dediti, accudire, operare per l’insieme unitario che si presenta.
Attenzione ancora: questo obbedire, che non è obbedire a qualcuno, non ha nulla di edulcorato, non è un sì ripetuto all’infinito.
Molte volte l’obbedire prende la forma del no proprio perché non è al servizio di qualcuno, ma del disegno della vita.
Nella routine dei giorni, servire la vita vuol dire essere teneri e duri, accoglienti e oppositivi, duttili e perentori: attenzione a come l’archetipo malamente inteso del cristianesimo che innerva la nostra cultura e il paradigma in cui cresciamo, ci condiziona.
Colui che obbedisce è come la banderuola in balia del vento, della vita, del volere della coscienza, del progetto esistenziale su di sé e sull’altro da sé.
Può sbagliare costui nelle sue reazioni? Certamente, come potrebbe non sbagliare essendo umano e avendo inevitabilmente un deficit di ascolto e dunque di obbedienza.
Inoltre, cosa significa sbagliare, sbagliare per chi? Quello che sembra sbagliato per uno e in realtà giusto per un altro. Una nostra azione o reazione che giudichiamo sbagliata, in realtà, nel film dell’altro, può essere quantomai appropriata.
Sapendo che, nel momento in cui siamo in balia del vento perché liberi da noi stessi, non siamo nella perfezione ma nell’osare vivere, allora oseremo fino in fondo e poi, a posteriori, o nel mentre se ne siamo capaci, valuteremo il nostro essere stati portati e vedremo là dove un condizionamento si è inserito, qualcosa che poteva essere fatto o detto in un altro modo, un no che forse poteva essere un ni, un si che era meglio se avesse avuto un altro accento.
L’umano in balia del vento della vita, non diviene perfetto, non è nelle mani dell’Assoluto, è solo nelle vento del suo sentire, anch’esso limitato e, spesso, mal interpretato.
Dunque rimangono alcuni compiti:
– ascoltare il rumore delle menti e delle egoità e cercare di decodificarlo, di coglierne la radice profonda, la non comprensione che lo genera;
– disporsi all’ascolto senza fine del sentire;
agire osando, e nel mentre osservare senza fine la spinta del vento e l’orientarsi della banderuola avendo la capacità di correggere in tempo reale la sua direzione.
L’obbedire non è il compito di una vita, ma dell’insieme delle vite: non demordiamo dunque, e osserviamo le piccole ribellioni dell’identità, i malintesi nell’interpretare il sentire, il chiarificarsi progressivo della propria capacità di decodifica dei fatti e dei processi esistenziali e perseveriamo.


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  1. Amen

  2. Da leggere, rileggere e meditarci sopra. Grazie Roberto.

  3. grazie

  4. Grazie!

  5. Grazie. Anche per l’incoraggiamento finale a non demordere…

  6. Di fatto quanto l’obbedire non implica un soggetto a cui sottostare ma un semplice piegarsi e congiungere le mani in un Amen = così sia , si supera qualsiasi dualità e sentimento di coercizione dettato dall’identità.

  7. Chiaro il concetto di obbedienza che è poi fiducia incondizionata nei confronti della vita, quindi superamento dei nostri limiti e condizionamenti

  8. Sì , obbedire come adesione incondizionata alla vita così come si presenta . Grazie

  9. Non ho oggi particolari difficoltà con l’obbedire, non la vivo certo come remissione o come l’essere docile ma, nemmeno come quel campo neutro, privo di identificazioni che descrivi. Da rimuginare senz’altro…grazie.

  10. Grazie di queste parole, Roberto, questo post mi ha emozionato… lo rileggerò di nuovo, ancora, con più calma..

  11. Questo post ha il potere di riconciliare con il concetto di obbedienza anche i più restii! Grazie Roberto!

  12. “Sia fatta la Tua volontà, non la mia”. Piegarsi alla vita, consapevoli che siamo semplici strumenti attraverso cui la vita si manifesta. Man mano che interiorizzo questi concetti, viene meno la pretesa, il protagonismo, l’ansia da prestazione. C’è il rischio che l’identità assuma tecniche più sottili per prevaricare l’Essere. E’ un lavoro senza fine di svelamento dei meccanismi di egoità che mettiamo in atto, in cui l’altro rappresenta lo strumento più efficace per indicare il nostro limite.

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