Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

La non facile risposta al “Chi sei?”

In quanti modi, a quanti livelli si può rispondere ad una domanda simile? A innumerevoli livelli, quanti sono i gradi di sentire che costituiscono ciascuna individualità e che la differenziano dalle altre.
È dunque una domanda dalle mille risposte, tutte vere nella loro relatività. Perché relative?
Perché la consapevolezza di nessuno di noi incarnati è tale da abbracciare l’intero sentire che ci muove e costituisce, e dunque, nel rispondere alla domanda sul “Chi siamo?”, la nostra risposta sarà relativa alla percezione che di noi abbiamo ora, a questo punto del cammino esistenziale in cui si manifesta un certo grado di sentire relativo.
Su questo tema, non posso fare discorsi generali essendo la domanda secca e impietosa.
Chi sono io? Se voi mi poneste questa domanda, mi mettereste in seria difficoltà perché non ho una risposta e dovrei cercare di osservare in profondità in quest’essere che chiamate con il mio nome. Voi la domanda non l’avete posta, per fortuna mia, ma, per sviluppare il ragionamento e per narrarvi un’esperienza, mi comporterò come se lo aveste fatto.
Chiamare qualcuno per nome e dare per scontato che dietro a quel nome ci sia una vita, una dimensione, un essere in qualche modo definito e definibile, è un’illusione, un approccio vano.
Il portatore di nome è certamente un processo esistenziale in atto, almeno nella dimensione del divenire, ma, se la consapevolezza si sposta oltre il processo, oltre la dinamica comprensione-non comprensione, cosa emerge come esperienza?
A livello esistenziale posso rispondere che sono-colui-che-impara, colui che attraverso la conoscenza, la consapevolezza, la comprensione vede ampliarsi il proprio sentire e realizza, in una lunga processione di vite, l’unificazione con il Tutto.
Questo è quello di cui normalmente parliamo in quanto più vicino all’esperienza di molti: ma oltre a questo, prima di questo, o, se preferite, dopo di questo cosa c’è?
Qui proverò a parlare di quello che ci attende quando il nostro compito nel mondo del divenire volge al termine e non è più talmente impegnativo da occluderci l’orizzonte.
Oltre ci attendono:
1- il vuoto;
2- la vastità;
3- la compassione;
4- l’unità.

1- Il vuoto.
L’assenza di tutto ciò che porta con sé l’identificazione: quindi il vuoto è un abisso di spazio e di silenzio.
La mente vuota di contenuto.
L’emozione vuota di contenuto.
Questo è ciò che viene sperimentato in profondità e, molto spesso, anche in superficie.
Cosa intendo per profondità e superficie?
La superficie è data dal movimento naturale della mente, dell’emozione, della sensazione: l’increspatura della superficie del mare.
La profondità è ciò che è oltre, o se preferite prima, di quell’increspatura: il silenzio degli abissi.

2- La vastità.
Il silenzio e lo spazio del vuoto si configurano come infinitamente vasti.
Vasto è senza confine, senza margine, senza direzione, senza dimensione conosciuta, senza riferimento.
La vastità è esperienza precisa: una sensazione è infinitamente vasta; un pensiero lo è.
Ogni esperienza è vasta, ampia, ariosa, indefinibile e inqualificabile: è esperienza struggente se paragonata alla asfitticità di certi ambiti della mente, non di tutti naturalmente, ad esempio i piani più alti della mente, quelli legati al pensiero astratto, poetico, filosofico, anticipano quel senso di vastità di cui parlo.

3- La compassione.
La compassione è resa possibile dall’immersione nell’Indistinto Essere: cosa significa?
Quando non è presente il soggetto, ogni distinzione cade, ogni frattura tra sé e l’altro, tra il senso e il non senso, tra l’utile e l’effimero: l’Indistinto Essere è il non-separato, non è uno stato generico e confuso, è condizione definita d’Essere nell’unità.
La compassione è lo sguardo che tutto e tutti sostiene, che tutto e tutti accompagna per la loro strada a nessuno sostituendosi.
La compassione tutto comprende, nessuno giudica, tutto benedice.
L’esperienza della compassione è data dall’avvertire tutto questo permeare la mente, l’emozione, le sensazioni, l’essere nel suo insieme.
Nel linguaggio comune potremmo anche dire che la si sente nel corpo, ma è un’espressione molto imprecisa.

4- L’unità.
Nulla è separabile e divisibile, frantumabile, frammentabile: la realtà viene colta come un unico organismo che, anche quando appare molteplice nel divenire, mai perde la sua configurazione unitaria nel sentire.
Non c’è possibilità di uscire da quell’ambito unitario che non ha limite, né confine: il mare anche se è popolato da innumerevoli esseri, sempre mare rimane e così è per l’unità; il nostro oscillare tra identificazione e non identificazione in nessun modo incrina l’esperienza unitaria che nel profondo mai si attenua.

Queste sono le tessere di un’esperienza di vita vissuta da un centro di sentire che nel profondo dell’essere ha messo la tenda.
Molto dipende da dove è focalizzata la consapevolezza: a quel profondità delle viscere dell’essere è il campo base?
Se il campo base è vicino alla superficie, l’identificazione la fa da padrona; ma se il campo è nel ventre della terra, l’identificazione è lontana e la sua eco ha un potere decisamente relativo.
Non ho detto che non c’è, ha un potere attrattivo relativo, non è tale da poter spostare il campo base, né da comprometterne la stabilità.
Se così è, e così è, non c’è risposta alla domanda “Chi sei?”, c’è imbarazzo e silenzio, ma altro non è possibile.
Non c’è nessuno che possa rispondere ad una domanda inadeguata e impropria, priva di senso ad un ceto punto del procedere del sentire.
In effetti, ad un certo punto, non c’è risposta possibile a nessuna domanda: quella condizione d’esistere non è basata sulle domande e sulle investigazioni, ma sull’esperienza.
È l’esperienza che conduce a livelli sempre più profondi d’esperienza, o che marca un limite di comprensione, e quindi ancora d’esperienza: l’esperienza è guidata dalla vibrazione prima e svela la vicinanza, la prossimità, come la lontananza dall’Uno.
Quando guidi un’automobile c’è una profonda connessione con il mezzo, lo senti se tiene la strada o no, se il motore lavora bene, o no: così è in quello sperimentare.
Tu sei il programma e non altro da esso sebbene, da incarnato, non puoi decodificarne i dettagli ma solo coglierne l’insieme: senti dove la vibrazione prima ti porta e senti quando il tuo ascolto/connessione si affievolisce e quando si intensifica.
Non hai bisogno di chiedere e di interrogare, l’esperienza porta con se tutto il necessario perché la relazione con l’Uno non conosce frattura, e quindi non chiede interlocuzione: si interloquisce con l’altro da sé, con l’Uno-che-è-sé si sta come con le scarpe, le mutande, il cappello, il fegato, il cuore..

Tra due mondi
La vita ordinaria avviene tra due mondi: in uno si risiede, nell’altro si sperimenta.
Molte volte ho parlato del sentirsi straniero e così è nel mondo in cui si sperimenta.
Allo stesso tempo chiara e nitida è l’esperienza di casa, del mondo in cui si risiede, della roccia su cui è edificato l’Essere.
Viviamo divisi tra i due mondi? Non direi.
Viviamo una vita in prestito, nel divenire, là dove sperimentiamo, e chiara è questa consapevolezza: mai viene meno il sentimento dello straniero.
Abbiamo nostalgia di casa? È un lusso che non possiamo permetterci e vanificheremmo la ragione per cui siamo nel divenire collocati con la consapevolezza prevalente.
Se alimentassimo la nostalgia di casa creeremmo una pericolosa frattura fino a rendere più faticoso ogni processo nel divenire.
Vale quello che ho affermato mille volte: un occhio è sul divenire, l’altro sull’Essere, la sintesi avviene nel sentire ma il nostro sguardo sul divenire è più che attento, più che consapevole perché sappiamo che è sul quel piano che acquisiamo ciò che nel divenire ci necessita.
Nello stesso tempo, profonda è la consapevolezza dell’Essere, della perfezione di Ciò-che-è, del non andare da nessuna parte e del non dover imparare proprio niente: ciò che farebbe impazzire altri, in noi fa sorgere un sorriso e teniamo assieme gli opposti conciliandoli senza fatica.


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  1. Chi sono io? Una persona normale che sa di aver vissuto molte esperienze e queste esperienze, mi hanno portato ha comprendere tante cose che ignoravo, ma per tutto ciò che ho conosciuto, imparato, so di non sapere ancora nulla. Mi trovo fra due mondi; uno che vedo e sento cose a volte non spiegabili; l’altro che mi trovo in mezzo a persone che mi chiedono spiegazioni su cose che ho già superato e non saprei trovare semplici parole sull’argomento in questione perché la mia vita è in continuo cambiamento, per cui, spiegare cose che non fanno più parte di me, è come un tornare indietro e a volte non mi è possibile.

  2. Leggendo il post e i vostri commenti, di cui vi ringrazio, mi sono resa conto che la difficoltà non è solo nel rispondere alla domanda “chi sono?”, ma anche, “chi è l’altro?”.
    Man mano che rispondere al primo quesito è diventato via via più difficile, anche la prestesa di conoscere l’altro è venuta meno.
    C’è un bisogno di vicinanza, un’affinità di sentire che ci porta verso alcuni piuttosto che verso altri.
    Sperimento un senso di comunione, penso agli intensivi, che va oltre ogni domanda e pretesa di definire se stessi e l’altro.
    Cerco di portare questa sensazione e questa modalità di stare nella relazione anche al di fuori dei nostri spazi. Al lavoro, in famiglia, nelle varie cerchie di amicizia è certamente più faticoso non identificarsi ed il rischio di una maggior frammentazione è più alto. È importante riportare la consapevolezza a ciò che c’è, in una continuo alternarsi di unità e dualità.

  3. Grazie.

  4. Sono un piccolo essere che impara nel divenire senza fare del divenire un assoluto. Sono una minuscola espressione dell’essere a cui solo nella fiducia mi abbandono.

  5. Capperi!

  6. Da che ricordo durante tutta la mia vita uno dei miei più grossi problemi è stato trovare un posto nel mondo, trovare una definizione di me in cui sentirmi comoda e realizzata, in sostanza andavo cercando sempre e anche affannosamente una risposta al “chi sono”, senza mai trovarla, ho sempre sentito questa estraneità, questo senso di non appartenenza come un grosso limite a volte una vera e propria menomazione, soprattutto in adolescenza e gioventù. Finalmente quando ho compreso che una risposta non c’è, che una definizione non c’è e che soprattutto non c’era niente di sbagliato sul fatto che io non trovassi un posto nel mondo, c’è stato un senso di grossa liberazione, perchè potevo appartenere a tutto e contemporaneamente a niente… e lì finalmente è caduto quel senso di smarrimento e isolamento.

  7. Queste parole scuotono in me un’invocazione alla responsabilità, che non si perda in falsi bisogni.
    Grazie!

  8. Questa domanda mi crea un certo smarrimento… chi sei? In passato oscillavo tra un “nessuno” e un “non lo so”, ora neanche queste timide risposte mi convincono più… “Nessuno”, risposta assoluta, ancora fondata sulla dualità del proprio pensare, pronunciata da un essere relativo, che si percepisce impermanente e fragile, con un’identità vacillante. Quanti significati si può dare alla risposta “nessuno”? “Non lo so” presuppone che si dia alla domanda “chi sei?” un preciso significato e che si ritenga di non essere in grado di rispondere.
    Il valore di questa domanda sta nel suo essere spiazzante, un po’ come un koan…
    In realtà è così come tu dici: “non c’è risposta alla domanda “Chi sei?”, c’è imbarazzo e silenzio…
    Non c’è nessuno che possa rispondere ad una domanda inadeguata e impropria, priva di senso ad un certo punto del procedere del sentire”.
    Grazie.

  9. Grazie Roby.

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