Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

La disciplina necessaria nel governo delle forze interiori

In questo video trovate gli ultimi attimi di vita di due ragazze inconsapevoli del loro essere e del loro agire.
La sera, quando oramai la giornata è finita, guardo quasi sempre qualcosa su Netflix: mi interessano quelle narrazioni che hanno anche una valenza esistenziale, in questi giorni sto seguendo una serie in cui i protagonisti si sono formati nella disciplina del Kung Fu.
Formati nella disciplina: di questo voglio parlare.
La disciplina delle emozioni, del pensiero, dell’azione: cose d’altri tempi, desuete, forse improponibili oggi, inascoltabili da identità fondate sulla propria centralità.
Non c’è disciplina se non si coglie la relatività della propria collocazione: nella relazione io/tu, io non posso essere il centro, se lo sono non c’è relazione, c’è prevaricazione o, tutt’al più, indifferenza.
Cosa significa disciplinare le proprie emozioni, la propria mente, le proprie azioni? Significa considerare che non sempre e comunque abbiamo diritto, che ciò che possiamo esprimerne si confronta con ciò che esprime l’altro e i due mondi si incontrano perché i due soggetti si possono disciplinare, accettano di farlo.
La vita pratica è fondata su una miriade di atti di autodisciplina, ma non si può dire perché sembra che si voglia porre un limite alla libertà, l’idolo di questo tempo fatto di niente.
La libertà è il frutto della disciplina: solo disciplinando le forze interiori è possibile il discernimento dal quale sorge la giusta emozione, la parola opportuna, il corretto pensiero, l’azione coerente.
Osservo il mondo, le chiacchiere a vuoto, la violenza dei gesti e delle parole, l’intolleranza che attraversa le relazioni e ammutolisco.
Non c’è capacità di ascolto, di silenzio, di cedere il passo: non c’è disciplina interiore, un ego piegato da una lunga pratica che ne relativizza la centralità e la pretesa.
La meditazione, le arti marziali, la creatività artistica, la poesia, la musica, il lavoro in genere rappresentano i veicoli dell’interiorità umana, i mezzi attraverso i quali condurla a manifestazione e a pienezza, gli strumenti per la formazione delle nuove generazioni e per l’affinamento di chi è avanti nel tempo.
Queste arti richiedono tutte una disciplina di fondo, a volte molto importante; non puoi avere accesso alla dimensione più profonda della meditazione, alla pratica artistica che diviene forma e sostanza, se non sei capace di una duplice azione: lasciar fluire l’intima ispirazione che sorge dall’interiore, governare le brame dell’ego affinché esse non distruggano l’elemento ispirativo che sorge.
Si è sempre associata l’arte al disordine interiore e non nego che sia stato anche questo, nel tempo, per alcuni: conosco il processo di creazione artistico e posso dire che in me è sempre stato espressione di un armonia e di un ordine interiori che esistevano a prescindere dal disordine che attraversava la mia identità.
L’arte sorge dall’identità, o da uno strato più profondo dell’essere?
La meditazione, che è arte fino in fondo, porta ad evidenza l’intero processo: i veli dell’io, come il vasto essere del profondo.
Siete certi che creazione artistica e disciplina siano agli antipodi? Chiedetelo ad un musicista, ad un poeta, ad un artigiano, ad un atleta.
Disciplina è un termine che dobbiamo tornare ad usare, una pratica pedagogica da saper modulare ed articolare senza farne un valore a se stante, uno strumento interno al processo del conosci te stesso da usare quando necessario e da abbandonare quando serve.
Il praticante di arti marziali sa di cosa parlo, il meditante pure: esiste la possibilità di camminare tra la forma e la non-forma, sul crinale che separa e unisce le forze e le governa a partire da un punto zero in cui risiede la consapevolezza dell’essere.


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  1. Ora mi è più chiaro il lavoro incessante per vecchie resistenze, sembra assurdo ma è come se ogni volta mi dicessi: ritenta sarai più fortunata la prossima volta, e vedo me e l’altro come fossimo strumenti per raggiungere delle comprensioni.
    Grazie!

  2. La disciplina come spinta interiore verso la conoscenza e la libera espressione di se. Grazie

  3. Grazie, Robi. Riconosco l’importanza della disciplina.

  4. Grazie. Non tutto è chiaro, ma sicuramente arriva quel che a me è accessibile in questo momento.

  5. Un tempo avrei parlato di compromesso. In effetti il continuo e consapevole lavoro sull’emozioni, sulla parola e sul giusto atteggiamento, sono nient’altro che disciplina.Grazie.

  6. Certamente Alessandro, di autodisciplina si tratta, ovvero di qualcosa che avviene tra sé e sé, non dell’indossare un abito di forme.
    Questo però non cambia la natura della sfida, anzi, la rende più chiara: davanti ai nostri occhi scorre il fiume delle emozioni, dei pensieri, delle azioni e s’impone la loro gestione, essendo gli unici responsabili.

  7. Credo che nel cammino della conoscenza di sé sia più corretto parlare di autodisciplina. Ogni disciplina cui si aderisce ma che non si è interiorizzata è destinata a non aver presa sullo scoglio battuto presto o tardi da una nuova tempesta.
    La parola discepolo è molto bella, viene da disciplina.
    Qui da noi viene usata alla stregua di seguace che rimanda al mondo delle sette.
    La disciplina necessaria al cammino consapevole della trasformazione non può venire dall’esterno, può crescere lentamente e con molta cura e con molte caduta solo dall’interno.

  8. Molto bene. La qualità dello zazen non la stabilisce la mente e se vuole stabilirla è solo la sua opinione.
    Ogni volta che siedi è una sfida nella gratuità..
    Detto ciò, è naturale che cercheremo di coltivare lo zero..

  9. Grazie. Dall’ultimo intensivo sto facendo tutti i giorni zazen al mattino per una mezz’oretta. Il livello è spesso molto basso, con la mente che produce pensieri, fantasie; il corpo ancora un po’ assonnato tende a scegliere la via più facile…
    Una piccola disciplina dalla quale mi attendo maggiore consapevolezza e capacità di tornare a zero nel quotidiano.
    A ben vedere però mi accorgo che lo zazen autentico è senza scopo, pura gratuità.
    Sono entrato in un cul de sac?

  10. Grazie roberto! Parole VITALI…
    Mi viene in mente il mondo del gioco, del giocare, a molti piace giocare e forse a tutti dovrebbe piacere! Sono cresciuta con i giochi da tavolo, i giochi all’aria aperta dei campi solari per i bambini, con il nascondino delle sere estive, e mi divertivo tantissimo, l’eccitazione e il senso di libertà erano pregnanti e vividi eppure nessuno poteva fare come gli pareva, le REGOLE erano la base fondante di questi fantastici giochi e la disciplina necessaria a seguirle non era mai discutibile, altrimenti il divertimento si sarebbe perso!

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