Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

La neutralità è il frutto del sentire e la radice di ogni realizzazione

Dice Sandra commentando il post Rimanere, senza fine, in ascolto del sentire: C’è un punto in cui non ti fidi più del recitato della mente ma il sentire non fluisce ancora bene, credo sia il deserto o qualcosa di simile, comunque un passaggio che per molti viaggiatori arriva.
Una terra di nessuno. Ma non è una fase, una stagione, è uno stato costitutivo pressoché permanente. Mi spiego.
Quando l’identificazione molla la presa e viene erosa dalla pratica della conoscenza, della consapevolezza, della disidentificazione e della disconnessione, si viene a creare una disposizione interiore nuova e costitutiva di un nuovo equilibrio e di un nuovo ordine.
Questo nuovo equilibrio è caratterizzato da:
– il ridimensionamento della spinta egocentrica;
– un relativo fluttuare del lutto della mente e dell’esperienza del deserto che va e viene a seconda degli stati umorali e delle situazioni della vita;
– un ancoraggio saldo al sentire che diviene punto di riferimento e luogo del risiedere pur nella sua variabilità: stati di forte fiducia affluiscono dal sentire e si alternano a stati meno marcati in cui il sentire sfuma, la mente/identità si riaffaccia senza imporsi e senza virulenza, il senso di neutralità pervade comunque l’operare e il vivere;
– la consapevolezza di fondo è pervasa da un vasto senso di sospensione: ““Si sta come /d’autunno /sugli alberi / le foglie”. 
Una terra di nessuno, dunque.
Di non-essere: non si aderisce, non si coltiva identificati il presente, non si aspetta che la vita venga e soddisfi, non si ha rimpianto.
È deprimente tutto questo? Se non si comprende cosa e come significa.
Il non-essere di sé, se non è patito e vissuto come una privazione ma è frutto di un processo sano, è la porta da cui affluisce ogni possibilità: è la condizione di base su cui la vita danza e segue il suo corso.
L’umano, sentendo queste parole, pensa che siamo entrati in un indeterminato lutto, ma non è così: analizzando quella condizione di base e accogliendola come neutralità, quello che in effetti è, si può osservare come tutti i fatti e tutti gli stati siano con essa compatibili e, appunto, danzino sulla piattaforma da essa creata.
La neutralità non è dunque opposta alla vita, ma ne costituisce l’intima struttura: viviamo ciò che la vita porta, ciò che è necessario al sentire, ciò che è provocato dalle nostre resistenze soggettive orientati da quell’umore neutrale, sintonizzati, armonizzati ed orientati da quella nota di fondo.
Il nostro diapason interiore, a partire dal quale inizieranno le musiche.
Ora, la neutralità è uno dei volti della manifestazione del sentire, uno dei modi in cui l’insieme dei corpi lo decodifica: a volte, nelle decodifiche, il sentire  si colora e produce stati intensi che ci attraversano; altre volte, la grande parte, il sentire è percepito come quella base di neutralità, di semplice e ordinario stare interiore.
Sentire/neutralità/stare/sentire, questo può essere il percorso: il sentire genera l’esperienza della neutralità e della sospensione, da questa deriva il semplice stare e questo impronta di sentire ogni azione ed ogni fatto. Un circuito tutto interno al sentire di cui l’umano viene compenetrato nei suoi veicoli e nella sua consapevolezza.
Il deserto rientra a pieno titolo in questo equilibrio, in questa ecologia interiore, e il suo fluttuare ci ricorda che la mente/identità rimane sottotraccia, a volte residuo, altre incombenza da lavorare.
L’umano, proprio perché umano, si porta una qualche immagine di sé fino all’ultimo giorno dell’ultima vita, ma questo non costituisce un problema.
Ciò che può configurarsi come un problema, è invece la sempre troppo vasta narrazione favolistica sugli stati ultimi di coscienza e di sentire: la confusione tra doni dello Spirito/sentire, stati alterati di coscienza, ordinarietà della vita quotidiana nel ricercatore/monaco è tale che, se non si ha uno sguardo più che attento e disincantato sul variopinto mondo dello spirituale, si finisce per pensare, nel momento in cui la propria vita si svolge all’insegna della neutralità, di essere divenuti dei funghi e di essere, tutto sommato, depressi.
Ma non è così: neutralità non è depressione; sospensione non è apatia; mancanza di identificazione non è assenza di slancio: ahimè, le menti dicono immani sciocchezze.
Sembra che neutralità sia l’opposto di pienezza, di senso, di felicità: ne è invece la condizione. OE12.5


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  1. Grazie!

  2. “neutralità non è depressione; sospensione non è apatia; mancanza di identificazione non è assenza di slancio: ahimè, le menti dicono immani sciocchezze.”

    Queste immani sciocchezze le ho ascoltate tutte, le ho fatte mie per lungo tempo e non ho compreso ancora fino in fondo ma grazie. Con queste parole il mio sguardo cerca un orizzonte più ampio che coglie nel poco e vicino il senso, mi viene da dire una fiducia, nel guardare più in là.

  3. Queste parole, come quelle di altri post, come sempre accade, mi riportano sulla strada, mi danno il vigore per tornare a coltivare la presenza, presenza in ogni piccolo gesto, in ogni gesto “insignificante”, gesto che talvolta è estremamente intenso, pieno e completo in sé.

  4. Grazie Roberto. Le tue parole aiutano a mettere a fuoco ciò che almeno in parte tutti noi viviamo. Voglio dire che anche l’acquisizione di un linguaggio adeguato, che permetta di descrivere quello che viviamo, ne rafforza la consapevolezza.

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