Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

L’oscillazione tra sentire e mente e la relatività del limite

Dice Marco commentando il post Quando comprenderemo che la fiducia è la chiave di volta:
“La chiave è la fiducia, perché l’Amore è. E’ come il sole che nei giorni bui sembra che non c’è, ma sono i nostri occhi che non riescono a veder”. E’ una parte del ritornello di una canzone che abbiamo scritto a scuola per un concorso.
Il senso è chiaro: c’è la visione limitata, condizionata dalla mente, e quella più ampia del sentire, che sa vedere oltre il buio apparente. Sono i poli in mezzo ai quali mi muovo.
C’è un’evoluzione in questo oscillare dall’uno all’altro polo? Si può rispondere a questa domanda senza essere condizionati dall’oscillazione stessa? A seconda di dove mi trovo, le risposte sono diverse. Mi verrebbe quasi da dire che maggiore è l’ampiezza di visione che mi si dischiude quando sono da una parte, maggiore il buio quando sono dall’altra. Ma forse sto esagerando. (Evidenziazione del redattore)
1- Tutti ci muoviamo tra quei due poli: non esiste umano la cui visione non sia corrotta dai limiti di comprensione.
Certo, lo strumento della mente è di per sé limitato, ma ciò che non ci permette di vedere la Realtà è il limite di comprensione: esiste creatura umano e sovra umana che non abbia limiti di comprensione? Evidentemente no: nelle logiche e nelle leggi del divenire, tutti i sentire sono relativi ed esiste un solo sentire Assoluto.
2- Fatta pace con il nostro limite di cui siamo gli unici responsabili non potendo ad altri imputarne la causa, viviamo l’oscillazione del pendolo: dato un certo sentire su una data questione, su un dato aspetto del vivere, allora entra in gioco anche la mente, questa volta marcando o alleggerendo i contrasti, accentuando o sfumando le distorsioni.
Nei limiti di un sentire relativo dato, la mente ci aggiunge del suo, in vario grado: questo per tutti coloro che vivono incarnati, evidentemente; per i disincarnati e i sentire che non si incarnano più, la questione si pone diversamente, è il sentire relativo conseguito che permette loro di accedere a gradi diversi della Realtà.
L’umano, finché è incarnato, paga pegno allo strumento mente. Ecco perché nel Sentiero insistiamo sul paradigma attraverso il quale interpretiamo la realtà.
Ed ecco perché lavoriamo senza sosta sulla non identificazione, sulla disconnessione, sul ritorno a zero: per ridurre al minimo la distorsione che la mente introduce sommandosi al sentire relativo.
Nel momento in cui la mente diviene trasparente, noi non diveniamo perfetti, diveniamo soltanto il sentire che siamo.
Se la mente/identità è trasparente, non c’è frattura tra quello che siamo e quello che vorremmo essere: c’è condizione unitaria d’esistere relativa.
Esiste anche la condizione unitaria d’essere che è una cosa diversa dalla condizione unitaria d’esistere relativa, in quanto è l’accesso al sentire complessivo conseguito nel corso delle vite, mentre la seconda esperienza è condizionata dal sentire relativo in campo nell’incarnazione presente.
3- “Maggiore è l’ampiezza di visione che mi si dischiude quando sono da una parte, maggiore il buio quando sono dall’altra”: no, Marco, non è possibile.
Più il sentire si amplia:
– più i corpi cambiano e si adattano ai nuovi livelli e ai nuovi compiti imposti dalla coscienza,
– più noi abbiamo la possibilità di vedere e vivere con gli occhi del sentire,
– più il nostro quotidiano è illuminato da quell’ampiezza,
– più è attraversata la foschia che la mente/identità introduce.
Quindi non siamo condannati ad oscillare insieme al pendolo: di esperienza in esperienza, il fulcro del nostro vivere si sposta nell’area dominata dal sentire e la distorsione/limitazione della mente/identità diviene relativa.
Questo lo afferma il nostro paradigma ma, soprattutto, è testimoniato dall’esperienza sul campo: più superiamo la paura, più viviamo liberi dal condizionamento. Più superiamo l’egoismo, più viviamo nella gratuità.
Il nostro compito è quello di non tirarci indietro, di non nasconderci, di non fuggire dal limite che ci costituisce: una sana e profonda accoglienza ci permettono di non impigliarci e cristallizzarci nel rifiuto di noi e nel vittimismo, e ci consentono di procedere leggeri oltre noi stessi.
Ogni atto, ogni emozione, ogni pensiero, ogni sentire testimoniano ciò che è e aprono su ciò che viene: così è nel divenire.
Simultaneamente, quando in noi è maturato un certo grado di sentire, quindi quando il corpo della coscienza dispone degli “organi” necessari, a noi si dischiude anche l’esperienza dell’Essere che dal sentire limitato di una incarnazione ci apre al sentire più vasto già conseguito e da conseguire. OE22.4


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  1. Posso solo ringraziare…come sempre!

  2. Grazie Roberto. E’ abbastanza chiaro. Dico abbastanza perché sicuramente quello che tu intendi quando scrivi mi è accessibile solo in parte. Altrettanto sicuramente, però, è di stimolo affinché prima o poi diventi accessibile in toto. In particolare la differenza tra condizione unitaria d’esistere relativa e condizione unitaria d’essere mi è chiara solo dal punto di vista teorico (sentire dell’incarnazione presente vs sentire più vasto), ma non credo di averne fatto esperienza.

  3. Credo che sì c’è evoluzione nell’oscillazione che dice Marco, tra la visione della mente e quella del sentire, più si ampliano le comprensioni e dunque il sentire, meno sarà ampia l’oscillazione. Poi tutta l’analisi che hai fatto tu, Roberto è, come sempre, chiarificatrice.

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