Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Sul linguaggio come limite all’espressione del sentire

Da Matteo: “Mi chiedevo se fosse utile e possibile creare in un certo senso un nuovo linguaggio (o forse una nuova metafisica, addirittura, con un “linguaggio-un-poco-oltre-il-linguaggio”) che, raccogliendo i residui dell’urto della parola coi suoi limiti, potesse mostrare un quadro un po’ più completo della realtà. O, invece, se fosse preferibile rimanere in silenzio riguardo a ciò ed impiegare la parola, il linguaggio ordinario coi suoi limiti, come nella maggior parte dei casi abbiamo sempre fatto.”
Credo che il principio da cui partire, sempre, sia la semplicità, l’essenzialità. Esistono già innumerevoli “gerghi”, mi sembra anzi che ogni via abbia il suo.
Possiamo rimanere semplici, laici, privi di riti, di libri sacri e di orpelli. Il gergo è inteso da pochi, l’essenziale è universale.
Il linguaggio attuale limita la capacità di esprimere l’esperienza profonda, il sentire? Si, certo. E’ un collo di bottiglia, ma preferisco un collo di bottiglia universale ad un gergo particolare intelligibile solo agli adepti.
Abbiamo sviluppato un linguaggio per esprimere i contenuti della mente/identità ma non quelli del sentire/coscienza: non è un problema. Più il sentire diviene la nostra bussola e più trova canali per esprimersi: diviene concetto e pensiero, emozione e sensazione, azione.
Va inoltre considerato che il nostro linguaggio è ampiamente modulabile, può dar luogo alla forma argomentativa, a quella poetica; può essere ammantato di logica o di mistica, può essere parlato, declamato, cantato; può essere sussurrato o sputato ma, soprattutto, può vestirsi di ritmo.
Il linguaggio si modula a seconda del sentire di colui che lo proferisce e si lega all’espressione corporea, alla scelta dell’abbigliamento, dell’arredamento dell’abitazione; si lega allo stile di vita.
Il linguaggio verbale è parte tra innumerevoli linguaggi e tutti narrano del sentire che crea la realtà personale e quella collettiva.
Infine, quando il sentire spinge con la sua pressione creativa, la parola si veste di un ritmo, di una pregnanza, di una pervasività particolari: il linguaggio che sorge dal sentire è molto diverso da quello che nasce dalla mente; le parole e i concetti sono gli stessi ma l’ampiezza vibratoria da cui sono sostenuti è piuttosto differente e questo non può non giungere all’ascoltatore.
Concludendo, il sentire non può compiutamente esprimersi attraverso la parola o il concetto: ha bisogno di divenire vita, quindi pensiero-emozione-azione, individuale e collettiva.
Il sentire crea tutta la realtà e un buon osservatore non può non penetrare, sperimentare, svelare  il suo operato.
In merito ad una nuova metafisica, direi che è la prima delle nostre necessità: una metafisica che sappia coniugare sentire ed identità. 

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  1. Grazie Robi!

    Per me questa risposta è molto significativa – “il gergo è inteso da pochi, l’ESSENZIALE E’ UNIVERSALE”… c’è molto da imparare, anche dalla parola, qualora la si sia smascherata nel suo essere empiastro di qualcosa tanto vasto, qualora la si percepisca in tutta la sua limitatezza… “quando arrivi in cima alla montagna, continua a salire” (cit.).

    Un saluto!

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