Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

La ricerca di senso e quel che abbiamo

Scrive Alessandro nel commento al post L’abbandono di sé senza sforzo: Il gesto, l’azione radicale, svolgono su di me una certa attrattiva.
Poi mi ritrovo tutt’altro, a svolgere cioè una vita che radicale non è, dove non c’è un gesto o un’azione che risolvono tutto, ma tanti piccoli tentativi e vie di mezzo. Non vivo quell’unità nel quotidiano e mi ritrovo spesso o con la guardia alta, o a incassare un colpo perché un attimo l’ho abbassata, questo è il mondo che vivo oggi negli affari.
Una dimensione più protetta dove potermi ritirare da tutto questo dispiega su di me la sua attrattiva, il gesto radicale di un eremitaggio per un periodo di tempo per poi tornare.
Credo che la questione non sia “la guardia alta o bassa” ma la ragione per cui, a volte, andiamo incontro a ciò che, in fondo, per noi non è necessario e che si presenta più come un residuo del vecchio, che come un’esigenza di comprensione.
Perché, a volte, andiamo a ficcarci in situazioni per noi non interiormente sane?
Credo, perché andiamo cercando sostanza e senso e li cerchiamo ancora per le vecchie e conosciute strade.
Un “affare”, un incontro, una esposizione ci sembrano compensare quel rischio di camminare senza fine sull’orlo del baratro del non senso, della banalità, dello scontato, dell’irrilevanza di sé e del proprio vivere.
Per alcuni di noi è tempo di guardare il baratro e di usare a piene mani il compreso per dirsi che, in fondo, non c’è alcun baratro, ci sono solo possibilità di estrarre senso e significato dal vivere, se solo abbandoniamo l’atteggiamento infantile del bambino che attende il regalo dal genitore.
Attendersi che ci siano situazioni di vita che colmino il nostro vuoto di senso, è l’equivalente dell’atteggiamento del bambino che placa la sua ansia attraverso il gesto del genitore.
E’ l’attesa del miracolo da parte del devoto.
L’aspettativa del discepolo che vuole essere visto e riconosciuto dal maestro.
Nella nostra difficoltà a caricarci la vita sulle spalle, deleghiamo a qualcosa che incontriamo il compito di placarci: non ci sarà mai qualcosa di esterno e determinante, solo un cambio di sguardo su quanto già accade, ci placherà.
L’alternativa è continuare ad essere mossi da un’inquietudine che ci porterà a sbattere e ad abbruttirci, perché vissuta nel non rispetto della nostra ecologia interiore.
Di cosa abbiamo bisogno veramente? E non l’abbiamo già, veramente?
La mia risposta è che l’abbiamo già, ma non lo vediamo e, se lo vediamo, non lo riconosciamo nel suo valore e nel suo potenziale.
Il vecchio registro dice: “Cerca sulle strade che conosci!”.
Il nuovo afferma: “Guarda quello che hai!”
Si tratta di uscire dal sogno del bambino; da una suggestione, da una narrazione, da un’ipnosi, da uno stordimento: vogliamo? Possiamo?
Lo faremo domani? Od ora?
Caro Alessandro, il “gesto radicale di un eremitaggio” è ancora un trastullo, ancora la via del radicale..


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  1. Quello che tu dici è condiviso da molti, me per primo.
    Per molte ragioni, non ultime quelle vibratorie, ad un certo punto ho necessità di ritrarmi da situazioni, persone.
    Questo appartiene ad una fisiologia,igiene ed ecologia personali e ciascuno non può che rispettarla, pena il logoramento.
    In questo ritrarsi non c’è pericolo, se fin dall’inizio si sa che è transitorio..

  2. Grazie!

  3. Grazie. Come sempre… Il messaggio opportuno per il momento.

  4. nella mia esperienza, e anche limitata, spesso ho sentito questa esigenza di staccarmi completamente, a volte addirittura pensando alla fine della vita fisica, come abbandono estremo… Poi mi sono resa conto che mi ero invischiata in situazioni di vita, in modi di fare e pensare compulsivi, in rapporti che non riuscivo a lasciar andare ma che mi tenevano in una palude.

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