Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Considerare la mente alleata e apprendere come usarla

L’aspetto secondo me rilevante di questo approccio rispetto alle vie spirituali comunemente intese, che si focalizzano sul solo lasciar andare, è la pari attenzione al
aggiornare in continuazione il modello interpretativo essendo disponibili ad integrare aspetti nuovi e ad abbandonare ciò che risulta usurato (post: mente, sofisticazione, disconnessione).
Spesso si intende il lasciar andare come una rinuncia ad evolvere le proprie modalità, a non preoccuparsi del nuovo che si presenta a volte anche a tinte forti. Si trova una modalità accettabile e si nicchia lì dentro.
Ad esempio, sempre e solo yin, solo silenzio, solo movimento spontaneo, solo cibi biologici, astensione dalle contaminazioni, anziché equilibrio con momenti yang, perfino dissacratori, uscire dalle regole per integrare anche gli opposti in un senso non di scelta, ma tuttavia di rispetto interiore; quel “non ti scelgo ma ti frequento per conoscerti”.
La presa d’atto del limite spesso non viene usata per andare oltre, per riconoscere ove la coscienza può incontrare nuovi dati, ma per giustificare il mancato approccio verso contesti più sofisticati, più ricchi, più organici che hanno conseguente potenzialità di espansione del sentire.
Il risultato è una nuova separazione, più sofisticata e subdola, che si fonda sull’implicito giudizio della mente.
Considerare la mente alleata, e apprendere come usarla da alleata, è il punto di svolta.
E’ vero, il maestro non ha più bisogno di frequentare l’opposto del suo modo d’essere nel manifesto, perché il suo sentire già l’include e ne tiene conto; ma gli allievi hanno ancora bisogno di fare l’esperienza completa della varietà della vita, o rimarranno fissi in metà esperienza, e la didattica ne deve tener conto.
Da qui l’importanza di integrare aspetti sempre nuovi e l’opportunità di sottolineare un tale approccio, alla pari del lasciar andare.

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