Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Dubbio e fiducia

In merito al post di Eddy.
Ci sono dei bug nel sistema? Dei bug nel corpo dell’Assoluto, essendo la realtà niente altro che questo corpo? Dubito, ma non posso affermare né negare.
Guardo la realtà, l’esperienza mia, la vita mia, quella delle persone che incrocio e ho incrociato; evito i territori della morale, dell’etica, della filosofia, della fede.
Per tanti versi, tutta aria fritta.
Guardo la realtà di D., padre di tre figli piccoli passato ad altra vita e non mi chiedo: “E’ giusto?”
Che razza di domanda! Non ci rendiamo conto che molte nostre complicazioni vengono dal porre domande sbagliate.
Non è né giusto, né ingiusto, è quel che è.
Se è quel che è,  a quel fatto seguiranno altri fatti che disegneranno un percorso per le vite di quei tre piccoli e della loro mamma.
Saranno segnati indelebilmente da questa perdita? Certo. Saranno cambiati da questo? Certo. Tutto cambia.
Se guardo il mio dolore – non voglio qui parlare di quello di altri che pure ho conosciuto e conosco – di quando ero ragazzo, le difficoltà immani affrontate, la paura di perdersi, di non reggere, e guardo l’uomo di oggi, posso solo dire : “Grazie!”
Ho conosciuto altri che hanno vissuto situazioni non narrabili che dicono grazie. Non voglio filosofare a partire da questo: in me convivono il dubbio più profondo e la fiducia senza condizione: l’ateo, l’agnostico e colui che si abbandona alla fiducia più radicale.
Di cosa mi parlano Elisa, Eddy, Francesca? Dei mille sguardi sul reale dove ciascun sguardo contiene il suo opposto.
La meraviglia sta nel fatto che questa miscela di opposti ci conduce oltre, di domanda in domanda verso la morte delle domande.
Non ci paralizza, non sviluppa in noi pessimismo e cinismo: dubbio e fiducia integrati ci aprono alla sfida dell’esistere e del’essere.

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  1. Scrive Roberto: “Se guardo il mio dolore – non voglio qui parlare di quello di altri che pure ho conosciuto e conosco – di quando ero ragazzo, le difficoltà immani affrontate, la paura di perdersi, di non reggere, e guardo l’uomo di oggi, posso solo dire : “Grazie!”. Se mi volto indietro e guardo il mio “dolore”, e lo guardo come parte accidentata e pericolosa di un percorso che mi ha portato “qui” (dove e come sono ora)dico anch’io Grazie ma il dolore c’era, c’è e ci sarà. Il dolore, nei suoi diversi gradi di intensità è connaturato al nostro stato di “gocce separate dall’Oceano” (per usare un immagine che ho vissuto in un sogno). Ma allora il dolore non è un accidente, non è un “errore di Dio”, non è un “bug”……Il dolore e la vita sono ineluttabilmente intrecciati o è possibile una vita senza dolore? Noi lo chiamiamo dolore perchè siamo umani, fragili e sensibili mentre in realtà è solo il “colore” o “l’annodatura” oppure il “filo di contrasto” che disegna sull'”arazzo” della vita la nostra esistenza? Poco fa ho osservato gli occhi di un bambino morto a Gaza, c’era ancora la paura e il pianto dentro quegli occhi e mi sono chiesto “cosa” non c’è più? Mentre la mente piange e si ribella, mentre il cuore patisce insieme alla vittima, una sorta di mente distaccata e forse superiore….sorride. Sorride di un sorriso che comprende l’universo intero nella sua perfezione e dentro quella perfezione c’è anche lo sguardo impaurito che quel bambino ha lasciato sul suo viso primo di lasciare quel piccolo corpo. La mente continua a piangere, il cuore continua a compatire ma io cerco di aggrapparmi a quel sorriso che forse è lo stesso di quel bambino…nel momento in cui si ricongiunto all’Oceano.

  2. Grazie Francesca, Federica e Roberto.
    E’ tutto cristallino, ma i dubbi permangono.
    Quello che mi stordisce è più che altro legato all’intensità di certe manifestazioni.
    Per esempio: è possibile che per capire che l’energia atomica è pericolosa si debba arrivare a tragedie della portata di Chernobyl o di Fukushima? O buttare una bomba su Nagasaky?
    Sicuramente questi avvenimenti hanno permesso di comprendere qualcosa a molti esseri, ma non vi sembra eccessivo, folle, malsano?
    Sarebbe come dire che per imparare che i coltelli tagliano ci si debba amputare un braccio.
    Questo paragone dà l’idea del mio dubbio, mi sembra di vedere una umanità mutilata che però a capito che i coltelli tagliano!

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