Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

L’ultima

Settembre porta con sé l’inizio della nuova stagione: i gruppi, gli intensivi, gli incontri con le persone nei colloqui individuali.
Quest’anno lo stacco estivo è stato breve, gli intensivi di luglio e agosto hanno fatto da ponte.
In queste giornate, come tutti gli anni d’altra parte in questo periodo, penso che può essere l’ultima stagione.
E’ stato fatto tanto, potrei anche smettere, potremmo anche smettere sull’onda di una serie di esperienze intense, plasmanti: questa sarà la stagione delle esperienze, dell’incarnazione del capito e del compreso nell’adesso, nel piccolo quotidiano, nella routine, nel gesto, nella parola. E poi chiudere.
Siamo pronti a chiudere, a lasciare che tutto il costruito, tutta la trama dei rapporti, delle discussioni, del conforto reciproco, della trasformazione comune, dell’officina sporca di grasso, si sciolga, si disperda?
Cosa diventeranno le esperienze vissute quando sapremo che non sono più a nostra disposizione?
Come risuoneranno le parole, i concetti, le reprimende, gli incoraggiamenti quando non si replicheranno, ma apparterranno a ciò che è stato?
Quando qualcosa muore spesso allora, solo allora, ne comprendiamo l’importanza.
Il morire è sempre l’aprirsi di un orizzonte, sempre la riflessione su ciò che è stato, sempre il tenere in sé il seme e, nel tenerlo, conoscerlo.
Il morire è l’autunno: il seme è accolto dalla terra che per tutto l’inverno lo conosce in sé e poi, con l’avvento delle forze della primavera, lascia che, a partire da sé, altro diventi.
Siamo pronti, disposti, a perdere tutto, a lasciare tutto, a trovarci soli con le parole e le esperienze inscritte nel nostro intimo e niente altro?
Se siamo pronti allora sapremo che questa stagione che si apre può essere l’ultima, la vivremo come l’ultima.
Ogni parola sarà l’ultima.
Ogni esperienza sarà l’ultima.
Ogni ferita sarà l’ultima.
Ogni gioia sarà l’ultima.
Ogni fatto sarà l’ultimo fatto di cui non vorremmo mai pentirci di non averlo vissuto, di non esserci stati, di non averlo osato.
Finirà, quando non lo so, e allora rimarranno solo i passi silenziosi su questa strada sconnessa e priva di destinazione.

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  1. Siamo pronti da sempre.
    Non lo saremo mai.
    Certo è tempo di pregnanza.
    Magari siamo pronti a “fare come se” ogni cosa fosse l’ultima,
    a inchinarci davanti all’assoluto di ogni relativo.
    A lasciarci staccare come foglie e portare dal vento,
    almeno un po’.
    Magari!

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