Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Distinguiamo tra il “meditare” e il “contemplare”. La forma di meditazione che noi pratichiamo è lo Zazen: qualunque cosa sorga nella mente torniamo a zero, al muro bianco, alla corretta posizione. Pratichiamo zazen in un ambiente chiuso, davanti agli occhi solo un muro bianco.
L’atto del contemplare ha a che fare con la realtà percepita dai sensi: è un modo di stare di fronte ad ogni evento della vita che sia un’azione, un’immagine, un’emozione, un pensiero. Ciò che accade viene consapevolmente percepito ; questo significa che l’attenzione è vigile, focalizzata sull’adesso, qualunque sia questo adesso. Questa è la prima difficoltà: osservare mente ed emozione che si accavallano e si inseguono legate a contenuti passati, presenti o futuri.
Cosa c’è nella mia mente adesso?
Non identificarsi con il suo contenuto: osservare il pensiero come dall’alto del monte si osserva la valle; osservare l’emozione come da una falesia si osserva il mare; osservare l’azione come lo spettatore guarda all’attore sul palcoscenico. C’è un pensare, c’è un sentire, c’è un agire. Non ci sono io che faccio queste tre cose assieme, bisogna abbandonare questa identificazione.
C’è un pensare, c’è un sentire, c’è un agire.
C’è un osservatore ed un osservato: l’osservatore ora osserva il pensare, ora il sentire, ora l’agire. La mente tende ad aggregare questi tre stati, noi staremo bene attenti a disaggregarli, disconnetterli .
Senza identificazione, seguendo il respiro.
Il pensiero è ciò che appare, l’emozione è ciò che appare, l’azione è ciò che appare.
Ciò che appare non mi appartiene, non sottostà al mio giudizio, appartiene alla vita.
Qualunque cosa sorga, o accada, appartiene alla vita.
Se io mi placo nella mia pretesa di tutto essere e tutto abbracciare se vedo la struttura di fondo della mia mente che costantemente recita:”questo pensiero è mio, questa emozione è mia, questa azione è mia”, se osservo questo moto irrefrenabile della mente a voler possedere ogni cosa che accade e comincio a considerare che ciò che accade non mi appartiene affatto, appartiene alla vita, allora sorge in me un senso di distacco, di distanza.
Ma debbo minare il postulato della mente: ciò che accade mi appartiene, mi costituisce, mi struttura, mi definisce. Questo è ciò che è stato, la mente si è costituita attraverso i contenuti che ha sperimentato, ma non è detto che questo debba continuare e non continua nel momento in cui io dubito che ciò che accade mi appartenga.
Appartiene alla vita.
Ciò che accade ha una sua natura e accadendo la manifesta, non chiede un mio giudizio, né la mia opinione: accade fuori di me o dentro di me, è un uccello che vola o un pensiero che sorge, è se stesso, è ciò che è, non mi sta interpellando, sta accadendo, manifesta se stesso nell’accadere.
Ci sono infinite varietà di uccelli e ci sono infiniti pensieri ed emozioni: nessuno di loro mi chiede un giudizio, sono belli sono brutti, sono degni sono indegni.
Ogni cosa è se stessa ed ha diritto di essere ciò che è senza che io vi apponga un’etichetta.
Da questo rispetto per la sacralità di ciò che accade nasce l’attraversamento .
Ogni cosa viene riconosciuta per ciò che è, per la sua natura autentica: l’osservatore scompare perché non c’è più nessuno che giudica, certo c’è un ente che percepisce ma è neutro, trasparente.
Allora accade che tutto ciò che è si mostra nel suo splendore autentico (perché non più velato dal giudizio della mente) e si presenta e si muove verso noi e ci attraversa: l’altro nella vivezza del suo essere attraversa noi, neutri e trasparenti.
L’altro può essere una libellula, un filo d’erba, la superfice del lago, un vento, un odore, il canto di un uccello, una parola, una persona, un pensiero, un’emozione, un segnale stradale, un evento di qualsiasi genere.
Contemplare è dunque lasciarsi attraversare.
Colui che si lascia attraversare non è più, è vuoto, neutro, è un non-essere. L’unica cosa che esiste è l’altro che ci viene incontro.

31.5.2004

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