La scienza indaga entro le logiche proprie degli organi di senso [realtà7]

Cerchio Firenze 77, Il libro di Francois, Edizione Mediterranee, pp. 221-222
Come può I ‘essere umano, così limitato, dare vita a un ambiente tanto perfetto come quello della natura, con tutte le sue leggi? E cosa indaga la scienza se questo ambiente, in sé, non esiste?

Quello che c’è da capire di ciò che i maestri dicono sulla non oggettività del mondo fisico (non oggettività in senso assoluto, naturalmente) è il fatto, e non mi stanco di ripeterlo, che il legarsi, il percepire questa divina sostanza indiversificata attraverso i sensi, attraverso la limitazione costituita dai sensi, crea questo ambiente fisico; ed è un ambiente perfetto, quello creato dalla percezione dei sensi, perché la divina sostanza è perfetta, e ha le sue leggi perfette.

Gli scienziati studiano questa materia, cercano di scoprire come è fatta, la codificano, traggono delle leggi che sono tutte vere relativamente alla visione di questa materia attraverso quei cinque sensi. Ma se si toglie la visione mediante quei sensi, sparisce tutto; è tutta una cosa completamente diversa.

Voi sapete che gli strumenti di misura e di indagine che sono costruiti dall’uomo – ad esempio il telescopio o meglio ancora il microscopio – sono fatti per rapportare l’indagine al senso della vista: è un modo per prolungare e ampliare la gamma di ricezione dell’occhio umano, ma sempre di senso della vista si tratta. Allora, non è che andando nella sottigliezza della materia, si veda una cosa nuova: è sempre quello che il senso della vista può cogliere, e non altro.

E quanto più si potenziano gli strumenti d’indagine, costruiti dall’uomo, e quanto più ci si allontana dal senso della vista vero e proprio, pur cercando di riportare ciò che si osserva con gli strumenti, nell’ambito di ciò che il comune senso della vista può vedere, e tanto più non ci si capisce niente. Perché?

Direi che veramente si giunge quasi sul confine dell’ambiente fisico vero e proprio creato dalla vista, andando nella fisica subatomica, in tutte quelle particelle che poi non si vedono più e sfuggono anche al microscopio elettronico, ma si osservano grazie ai fenomeni che provocano, alle tracce che lasciano, eccetera. Si finisce allora per restare disorientati, perché si cerca di capire con la chiave della vista ciò che, invece, non fa più parte della vista. E quindi si rimane confusi.

Allora, dicevo, tutto questo ambiente che i sensi tirano fuori dalla divina sostanza indifferenziata ha le sue leggi e i suoi principi, e costituisce un comun denominatore per tutti gli esseri che hanno gli stessi sensi, i quali enucleano dalla divina sostanza lo stesso ambiente, e quindi gli stessi principi, le stesse leggi così che questo ambiente diventa il comun denominatore di questi sensi. Ecco dove nasce l’errore di credere che quelle cose siano oggettive, che esistano al di là dell’osservatore; mentre invece, voi sapete, non esistono al di là di chi le osserva.

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5 commenti su “La scienza indaga entro le logiche proprie degli organi di senso [realtà7]”

  1. Il testo è chiaro.
    C’è un confine oltre il quale il senso della vista non può indagare perché non ha le caratteristiche per poterlo fare

  2. osservando più da vicino si perde il senso della vita e ci si allontana dallo stupore che essa produce nei piccoli fatti

  3. Quante volte è capitato che l’essere umano abbia avuto il bisogno di fenomeni cosiddetti soprannaturali per trovare conferma all’anelito che ognuno (più o meno latente) ha, di dare forma a ciò che sente, ma non riesce a spiegare.
    Come se, poterlo condividere, dia conferma ad un Sentire altrimenti troppo sottile per essere certi che esista.
    Eppure, per quanto si sia scettici e razionali, ogni passo ci conduce al Reale

  4. Il filosofo tedesco Immanuel Kant direbbe: “oggettiva fondata sulla soggettività della struttura umana del conoscere”. Sempre Kant respingeva tutto ciò che andava oltre i sensi come “inconoscibile”, frutto del desiderio dell’uomo di superare i limiti del suo essere finito, cadendo così nell'”errore”. Anche la filosofia occidentale (non tutta, ma cospicua parte) come la scienza, arriva fino “sul confine dell’ambiente fisico” e lì si ferma.

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