Tutto è Ciò-che-È, ma è anche imparare e trasformarsi

Stralci di una discussione interna fondamentale.
Non è questione nuova per noi, è il nostro paradigma.
Affinché ci sia l’esperienza del Ciò-che-È, non deve esserci centralità soggettiva.
Ma può contenere un pericolo: il Ciò-che-È può divenire lo strumento della rimozione.
Esistono situazioni in cui la centralità soggettiva è necessaria e indispensabile. Rob


La centralità soggettiva, a mio modo di vedere, è indispensabile quando si rende necessario indagare il perché di un comportamento, di una reazione.
Quando il Centro di Coscienza (CC) ha dimestichezza con le proprie dinamiche, il soggetto scompare, non ha più ragione di apparire (è assorbito nell’insieme unitario del CC, ndr). In questo modo si evita la rimozione. Catia


Non sempre il secchio (della mente/identificazione, ndr) è vuoto.
È un problema? Non credo proprio.
Il fatto che il secchio si riempia, che non si riesca a vuotare, è un spia.
Significa che qualcosa è trattenuto, si incaglia nel passaggio attraverso me e mi travolge.

È la spia del non-compreso, di ciò che devo lavorare e che mi conduce nel ventre del processo dell’imparare, e dunque del divenire.
Quando analizzo, confronto, faccio delle ipotesi, il soggetto emerge in quanto prevale la dimensione mentale, essenziale per compiere quelle operazioni.

Poi, una volta analizzato e “capito”, torno all’Essere, al Ciò-che-È e attendo una nuova esperienza per mettere alla prova i dati raccolti dalla mia analisi.

C’è da dire anche che Essere e divenire non rappresentano un salto, una differenza, come dire, binaria. Non c’è una vera cesura tra una dimensione e l’altra.

Esistono diversi stati d’Essere, alcuni più profondi altri più vicini al divenire, all’emergere del soggetto.

Esistono diversi stati di divenire alcuni più intensi, connotati da una quasi totale ed esclusiva aderenza al divenire, altri più prossimi alla scomparsa della centralità del soggetto e quindi confinanti con la dimensione dell’Essere.

Più ci si inoltra nella conoscenza di queste due dimensioni, più ci si rende conto che, in verità, si tratta di un unica dimensione, ma con diverse “modalità”: ora Essere, ora divenire.

L’analisi, e dunque una certa presenza del soggetto – seppur lieve – che analizza, diventa una “funzione” dell’Unità e non qualcosa assolutamente altro rispetto alla “modalità” Essere. Leonardo


Quindi non esiste un Ciò-che-È astratto e assoluto, ma uno relativo allo sperimentante.
Non solo: ogni sperimentante il Ciò-che-È lo inquadra, lo “fotografa” simultaneamente con tutti i corpi.

L’akasico fotografa il suo Ciò-che-È.
Il mentale, il suo Ciò-che-È.
L’astrale, il suo Ciò-che-È.

Ciascun corpo lo fa con i suoi sensi: il Ciò-che-È che viene sperimentato è l’insieme unitario di più livelli percettivi.
Se un livello percettivo introduce qualcosa, ecco che la risultante è lo scomparire dell’esperienza del Ciò-che-È.

Se quanto detto sopra ha un senso, allora bisogna che in ogni corpo transitorio vi sia una casella per il Ciò-che-È.

La mente deve poter fotografare un fatto e subito collocarlo nella casella del Ciò-che-È.
L’astrale fotografa un fatto e sa che è un fatto, Ciò-che-È

L’akasico sente l’insieme e la quiete dei corpi transitori: genera quella precisa esperienza di star sperimentando Essere, Unità, Ciò-che-È. Rob


Anche per me si sperimenta ciò che dice Leonardo: un’unica dimensione unitaria con diversi gradi percettivi.
È quindi chiaro, come scrive Rob,  che il  Ciò-che-È è relativo allo sperimentante.

Sorge una domanda: quando tempo addietro si parlava di preghiera nel Sentiero come dialogo interiore, non si stava in fondo già parlando di questa simultaneità tra i piani dei vari corpi? Nadia

Certamente sì. Rob


Centrale, quindi, nel nostro procedere quotidiano diventa l’allenamento all’equilibrio dei corpi transitori, al togliere spazio a quello per ciascuno di noi più ingombrante, per me la mente (considerando che essa si insinua anche dietro l’emozione).
Così da evitare le aggiunte al Ciò-che-È.

Una domanda: questo prestare attenzione a come ciascun corpo transitorio si posiziona di fronte a un fatto, è inizialmente un po’ artificioso? Voglio dire che non mi viene in automatico.
Questo significa che prevale il mentale, quindi mi inganno?
La simultaneità invece verrà da se’, immagino. Quindi è opera dell’akasico?

In quelle situazioni in cui la centralità del soggetto è indispensabile e necessaria, diventa fondamentale la sua durata e la non identificazione. È così? Mariella

La disconnessione viene in automatico solo col tempo e l’esercizio.
La simultaneità è figlia di un ampliamento di visione, che man mano diviene più unitaria; quindi è attribuibile all’akasico.
L’identificazione accade, è un processo naturale: come giustamente dici, si tratta di non indugiare. Rob

Tutto chiaro fin qui. Mi viene da riassumere con le parole “il giusto”.
Il giusto spazio alla mente, il giusto spazio alle emozioni, il giusto…
E questo cercare “il giusto” è un lavoro, una ponderazione continua, infinita, infinitesimale.

La difficoltà è quella di essere in grado di cogliere quell’equilibrio, influenzato dalle particolari meccaniche soggettive che, proprio perché costituenti sé, alterano la percezione del troppo o del troppo poco. Anna


Vorrei cercare di raccontare una esperienza evitando di risultare prolisso.
Un produttore di vino è stato ospite a casa mia e ha portato la sua ultima creatura: un vino biologico non filtrato fatto in anfora di terracotta. 

Sono vini difficili, che escono dai noti criteri di classificazione che insegnano nei corsi. Acidi, spesso con odori e sapori forti e complicati da incasellare.
Anche in questa occasione l’ho equiparato agli altri che avevo degustato in precedenza, non avendo le basi per classificarlo.
Per me era uguale a ciò che avevo già sentito.

Poi lui ha descritto come lo aveva ottenuto, prendendo il fondo dell’anfora, la parte più ribelle e grezza, e miscelandolo con un riserva dei suoi vini classici. Quindi dandogli una connotazione, una caratteristica peculiare.

Risultato? Ho cominciato a riconoscere i profumi e l’equilibrio del vino classico che già conoscevo, e ho apprezzato come la ruvidezza della parte fatta in anfora si ingentilisse in quel connubio.

Spesso l’incontro con la bellezza (che può trovarsi anche nell’opera ingegnosa di un vignaiolo) genera presupposti che possono indurre a uno stato contemplativo (e non parlo di ubriacatura ovviamente!).
Questo accade nell’arte, nella musica etc., dopo che si è approfondita la conoscenza dell’opera.

Nel momento in cui io riconosco l’identità del vino e al tempo stesso, quando accade,  abbandono il criterio di classificazione, il Ciò-che-È, l’essenza del vino (e questa è una domanda), non si palesa anch’esso in un grado diverso in relazione al mio livello di conoscenza raggiunto?

Se il gioco è Essere/divenire, man mano che accresciamo la nostra conoscenza attraverso i nostri veicoli, non raggiungiamo un grado diverso di percepire il Ciò-che-È ?

Per questo credo che un buon livello di conoscenza sia fondamentale affinché si possa avere consapevolezza di ciò che ci accade quando abbandoniamo la mente e il suo giudizio.

Come sempre si dice: prima di percepire che la propria identità è una illusione, devi averla costruita . Roberto DE

1- l’essenza del vino non si palesa anch’esso in un grado diverso in relazione al mio livello di conoscenza raggiunto?
2- Se il gioco è Essere/divenire man mano che accresciamo la nostra conoscenza attraverso i nostri veicoli, non raggiungiamo un grado diverso di percepire il Ciò-che-È?

1 e 2- Certamente sì.
Mi sembra che nella discussione precedente avevo sottolineato che esistono diversi gradi di accesso al Ciò-che-È.
Gradi di sentire, i quali sono la risultante del processo di conoscenza/esperienza, consapevolezza, comprensione.

D’altra parte il Ciò-che-È riguarda anche ogni piano transitorio, ogni corpo.
Hai avuto accesso alla natura originale di quel vino attraverso i sensi del corpo fisico/astrale, quelli del corpo mentale stimolati dalle spiegazioni del produttore.

I sensi dei tuoi corpi derivano dalle conoscenze di questa incarnazione, ma anche dal bagaglio che ti porti dietro da vite.
Ora, tutto questo non serve a niente se nel momento della contemplazione del vino tu non hai la possibilità di creare un vuoto: tutta la conoscenza è utile ma serve un tempo di sospensione, di azzeramento.

È necessario che noi si interiorizzi in profondità la natura dell’Essere/divenire: essa è come lo sguardo binoculare, stereoscopico.

Così come vediamo in tre dimensioni e ogni volta non ci chiediamo cosa sia mai questo fenomeno, allo stesso modo dobbiamo aver compreso che la Realtà ha un volto autentico e uno illusorio, uno senza tempo e uno condizionato dal tempo, uno in cui siamo Ciò-che-È, e uno in cui ci trasformiamo.

Più saremo agili, naturali, veloci in questa sintesi, più ci muoveremo tra i fatti senza impaccio. Rob


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2 commenti su “Tutto è Ciò-che-È, ma è anche imparare e trasformarsi”

  1. Sospensione azzeramento.
    Parole chiave, condizione necessaria per non cadere nel giudizio della mente.

    Ad ogni respiro, qual cosa muore per rinascere nuovo.

    Non trattenere, lasciar fluire.

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