Il desiderio crea la realtà, non il demiurgo

Gv 2, 1-10
1 Tre giorni dopo, ci fu uno sposalizio a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. 2 Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. 3 Nel frattempo, venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno più vino». 4 E Gesù rispose: «Che ho da fare con te, o donna? Non è ancora giunta la mia ora». 

5 La madre dice ai servi: «Fate quello che vi dirà». 6 Vi erano là sei giare di pietra per la purificazione dei Giudei, contenenti ciascuna due o tre barili. 7 E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le giare»; e le riempirono fino all’orlo. 8 Disse loro di nuovo: «Ora attingete e portatene al maestro di tavola». Ed essi gliene portarono. 9 E come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, il maestro di tavola, che non sapeva di dove venisse (ma lo sapevano i servi che avevano attinto l’acqua), chiamò lo sposo 10 e gli disse: «Tutti servono da principio il vino buono e, quando sono un po’ brilli, quello meno buono; tu invece hai conservato fino ad ora il vino buono».

L’acqua e il vino hanno due collocazioni diverse nel disegno cosmico: la prima è il frutto di un processo di base, ed infatti informa di sé tutta la vita su questo pianeta, il secondo è il derivato di una complessità che vede come protagonista l’esperienza dell’umano.

È attraverso l’esperienza che il frutto della vite diviene vino, bevanda che agisce sui sensi dell’umano potendo alterarli in diverso grado.
Non è forse attraverso l’esperienza che tutto nell’umano diviene possibilità di comprensione, di nuova esperienza che genera nuova sensazione, nuova emozione, nuovo pensiero e, infine, nuovo sentire?

Non è forse possibile un parallelo tra l’acqua che diviene vino nel “segno” del figlio del falegname, e le nostre vite dove l’esistenza inconsapevole in Dio (l’acqua) diviene l’intensa fragranza della vita pienamente consapevole in Lui (il vino)?

La narrazione sul figlio del falegname dipana senza fine il ciclo cosmico dell’esistere: dalla non consapevolezza, alla piena consapevolezza dell’esistere in Dio.
Di questo lui parla, e i suoi narratori lo evidenziano, non d’altro: dell’umano che si scopre in Dio.

Se guardo all’acqua, vedo il Dio-che-è, fondamentalmente oltre il tempo: posso contemplarla, essa è così, Ciò-che-è, realtà mistica per il contemplante. Essere.

Se osservo il processo dell’uva che diviene vino attraverso la mediazione dell’umano, vedo il cammino che conduce al Dio-che-è, attraverso il divenire, la fatica, il dolore, la gioia, la bellezza e la pena dello sperimentare.

Il frutto della vite, è anche esso Ciò che è, e, come l’acqua, realtà mistica per il contemplante: Essere.
Quando quel frutto subisce il processo di trasformazione indotto dall’umano, dalla sua necessità di comprendere, diviene altro, diversa declinazione illusoria del Ciò-che-è: l’Essere giunge alla fine di un processo, potremmo dire, ma sbaglieremmo, o affermeremmo una realtà parziale e fuorviante.

L’acqua è Ciò-che-è.
L’uva è Ciò-che-è.
Il mosto è Ciò-che-è.
Il vino è Ciò-che-è.

Questo è ciò che si può affermare contemplando la Realtà ultima dell’esistente.
Da un altro punto di vista, il ciclo del vino parla dello sperimentare e del comprendere, del divenire, dunque: è un’altra realtà?

No, la Realtà è una sola, a seconda del sentire in noi maturato appare come fatto inequivocabile, immutabile ed eterno, Essere, o come processo cangiante, come sequenza di fatti.

L’acqua non è mai divenuta vino, ne mai lo diverrà, se non nel desiderio di chi vuole il vino: il figlio del falegname sapeva che l’acqua è aspetto eterno di Dio, come il vino: il desiderio dei commensali ha tramutato l’eterno in processo, l’acqua in vino.
Quindi il figlio del falegname è stato – se questo fatto ha mai avuto realtà oltre a quella simbolica – tuttalpiù il catalizzatore di tutto questo, affinché ciascuno potesse vedere ed iniziare ad interrogarsi.

Il desiderio, radice di ogni processo nel divenire, crea la realtà: il desiderio dei commensali che avevano a disposizione l’acqua, il Ciò-che-è, genera il processo che porta al vino, il Ciò-che-è conforme alla loro aspettativa del momento.
Essi avevano già il Ciò-che-è, ma non l’hanno riconosciuto: condizionati dal desiderio hanno generato il processo del vino, il Ciò-che-è desiderabile per loro, e a loro riconoscibile: così facendo si sono incatenati al divenire e hanno perduto l’evidenza dell’Essere che già era.

Non è questa una metafora potente di tutto l’umano e di come esso crei quello che chiama il suo reale?
Il desiderio dei commensali è simbolizzato dalle parole di Maria rivolte al figlio, l’invito a cadere nella illusione del Ciò-che-è desiderabile.
Il figlio risponde brusco: dietro quella ruvidità c’è un universo interiore, la resistenza nell’assecondare il mondo dell’illusione, la consapevolezza piena del Reale, la necessità di rimanere nell’Unità anche quando i più intimi ci inducono ad essere “ragionevoli”.


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17 commenti su “Il desiderio crea la realtà, non il demiurgo”

  1. Etimologicamente desiderio deriva dal latino de- (negazione) e sidus (stella).

    Ci sono molteplici interpretazioni sulla preposizione de- ma su sidus quasi tutte concordano, la brama, la tensione verso qualcosa di irraggiungibile come una stella, puo creare quella tensione che sospinge, che crea il movimento verso un oggetto, un punto, una meta, un obbiettivo, anche se palesemente fuori portata.

    Credo che questo possa accompagnare per un lungo tratto o per vite intere il brancolare dell’umano ma ad un certo punto (e Catia mi pare lo evidenzi bene) il desiderio muore.

    Muore in quanto tale, possono certo esistere ancora gli obbiettivi, le mete perfino le bramosie, ma vengono letti diversamente.

    Non piu motore che sospinge il soggetto ad una corsa a volte forsennata ma impulso che viene osservato e gestito di volta in volta fino a creare la possibilita’ di comprenderne la radice ultima, il codice sorgente, come amo definirlo.

    Credo che il nostro buon amico, cara Catia, abbia troncato il discorso volutamente per permettere ad altri di interrogarsi in maniera differente, e che tu abbia sollevato delle giuste questioni … o forse sono io che desidero che sia cosi ?!

  2. Ma cosa succede quando si è in grado di riconoscere il reale?…la crocifissione? cioè la massima prova? o tutto diventa pura contemplazione? o forse l’essere incarnato, sottendendo l’imperfezione, genera sempre un desiderio e quindi non ha mai la possibilità di riconoscere il reale appieno?
    …probabilmente non mi è chiaro..

  3. La lettura simbolica che hai fatto di questa pagina di Giovanni è davvero illuminante e metafora quanto mai stringente del cammino dell’umano. Ma perchè affermi che è il desiderio la radice di ogni processo del divenire e che questo desiderio crea la realtà? Tutto il mondo creato è soggetto al divenire se guardiamo la realtà dal punto di vista evolutivo. Non può essere il desiderio il motore che innesca questo processo, quando si parla dell’uomo, ma la necessità contingente di far fronte alle sfide della vita e di acquisire comprensioni. Non può essere il desiderio a creare la realtà degli “ultimi della società”. Chi vorrebbe vivere prigioniero nella carceri libiche? O mi è sfuggito quanto volevi significare con il termine “desiderio”?

  4. ” il figlio risponde brusco: dietro quella ruvidità c’è un universo interiore, la resistenza nell’assecondare il mondo dell’illusione, la consapevolezza piena del Reale, la necessità di rimanere nell’Unità anche quando i più intimi ci inducono ad essere “ragionevoli”.
    Mi ha sempre colpito la risolutezza della madre che intercetta la disposizione interiore del figlio ma si fa madre anche del desiderio degli altri figli.

  5. Capito ma non compreso fino in fondo, credo per carenza di sentire.
    Resta il pungolo a tornarci sopra. Grazie.

  6. Trovo queste immagini cariche di forza, oserei dire dirompenti. A fine lettura mi sono ritrovata per un attimo a bocca aperta, come se ‘sentissi’ per la prima volta, parlare di Gesù il figlio di Dio, e lo scoprissi fratello…la gratitudine che c è commuove…

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