La “cella esistenziale” del monaco, la sua fragilità, la sua forza

La custodia della cella
Per l’autentico contemplativo la cella è la sede della salvezza, la base della quiete interiore, il luogo di un’alta contemplazione, una dimora celeste, un giardino profumato, una possibilità di traboccanti consolazioni, anzi un paradiso di delizie sulla terra.

Sant’Antonio, il corifeo dei solitari, con molta verità sostenne che la cella è necessaria al monaco come l’acqua ai pesci.
Se il solitario indugia fuori cella senza necessità, muore come pesce in arida terra.
Qualcuno ha pure osservato molto a proposito che il dimorare in cella senza interruzione è per il monaco fonte di ogni bene. Perciò, l’abitante della cella, che ha l’esperienza del colloquio interiore con Dio e ha gustato i frutti dolcissimi della vita in solitudine, temerà le uscite.
Quando giudicherà queste necessarie, si farà il segno della croce e uscirà pregando come se lasciasse una fortezza, una roccaforte in cui è più che al sicuro dal nemico e meglio che altrove può progredire nell’unione con Dio.
Fòrmati, dunque, fratello, qualche buona abitudine e rimani in cella con la Sapienza increata come con la sposa nel talamo nuziale.
Godi dei suoi struggenti abbracci, contempla la sua stupenda bellezza e trova la gioia nello stabilirti solo con lei sola. Essa infatti si diletta sul globo terrestre ponendo le sue delizie tra i figli dell’uomo; previene quanti la desiderano; sta alla porta della mente e bussa, entra graziosamente da chi le apre e condivide con lui un delizioso banchetto. Essere escluso da una luce così grande, defraudato di un’opera così divina, allontanato da una tale amorosa santa unione con Dio
a causa delle tue dissipazioni fuori cella, deve essere per te cosa detestabile.
Dionigi il certosino (1402-1471), Dal Trattato:“Elogio della vita solitaria”

È evidente che la cella è metafora dell’unione mistica, del suo processo, del suo prendere corpo, del suo realizzarsi e replicarsi:
il monaco,
la sua solitudine,
la sua dedizione,
la cella
e l’Assoluto
sono un unicum vibrazionale, un ecosistema basato su di un equilibrio tanto consolidato, quanto fragile e impermanente.
Quando Dionigi parla dell’uscire dalla cella, svela quella fragilità.
Quando parla “delle tue dissipazioni fuori cella” intende fare riferimento non solo al perdersi negli stimoli del mondo, ma, soprattutto, al danno conseguente al non aver saputo conservare quell’equilibrio tenendo insieme le parti, perdendo la radice di sé e lasciandosi portare dal vento delle sollecitazioni, dei bisogni, delle identificazioni.

È chiaro che, se solo basta uscire dalla cella per perdere la radice, questo può significare che fragili sono le comprensioni, ma non necessariamente.
La vita nella solitudine, e in quell’equilibrio instabile che chiamiamo “condizione unitaria”, è intessuta di fragilità.

Là dove domina la mente, con le sue credenze, adesioni, fedi, certezze, viene costruito un sistema d’ordine, una alienazione da sé radicale che assume dei connotati di solidità: una costruzione totalmente fondata sulla sabbia, ma dall’apparenza solida.
Solidità impermanente ed effimera ma, spesso, condotta avanti con ferrea determinazione.

Dove non è la mente a dominare, ma l’esperienza della relazione con l’Assoluto, la fede sorge come dono, come brezza leggera che attraversa l’interiore, sovente accompagnata dal dubbio, dal disincanto su di sé, dalla relatività di tutto lo sperimentare umano.
Questo ecosistema interiore del monaco è intessuto di fragilità.

Non parlo di un adesione all’Assoluto precaria, parlo di un umano che non si fida della sua mente, di quello che crede e che dunque si affida al sentire, a ciò che dalla coscienza affluisce.
Quell’afflusso non è costante, e vibra nel monaco il timore di perderlo: come una foglia appesa all’albero sta il monaco, vibra del sentire che lo attraversa e lo indaga nelle sue sfumature, nel suo dettaglio, nel suo sussurro.

Sul sussurro è fondata la vita mistica, non sulla certezza, sul grido eclatante dello Spirito.
Ed anche quando quel grido c’è, è caratterizzato dall’impermanenza ed ha una sua relatività: non è mai effimero, è chiodo che si conficca nel legno, ma è solo un chiodo nella grande estensione del legno.

La cella del monaco è dunque il suo ambiente vibrazionale: grande è la sua responsabilità nel conservarlo integro.
Tutto nasce dalla connessione profonda con il sentire, a cui deve conseguire una ecologia delle mente, delle emozioni, delle azioni.
Il pericolo è innanzitutto interno, prima che esterno alla cella: sono il bisogno, il desiderio, l’identificazione, il non compreso che minano quell’ecosistema vibrazionale.

Diverse sono le condizioni per preservare quella condizione di equilibrio:
– l’analisi permanente delle intenzioni e di ciò che da esse consegue;
– la vigilanza su ogni sfumatura del pensare e del provare per guidarne lo sviluppo;
– la capacità di cadere e di rialzarsi rapidamente imparando, ed evitando i massacri interiori generati dal senso di colpa;
– la capacità di discernere cosa favorisce e cosa nuoce;
– lo sguardo che sempre sa tornare all’Essenziale, all’insieme di ciò che si è, non perdendosi nel particolare, pur vedendolo ma sapendo che è un mezzo, uno strumento del processo, non l’insieme;
– la consapevolezza della limitatezza di qualsiasi processo nel divenire, che coabita con l’altrettanto lucida consapevolezza dell’eternità dell’Essere che si sente vibrare in sé e a cui si appartiene.

Qui non parliamo mai, evidentemente, della cella fisica in cui il monaco abita, ma della sua “cella esistenziale“, di quel luogo interiore, di quella definizione interiore che lo accompagna nella solitudine e nella compagnia, nel fare e nello stare, nel conoscere il mondo frequentandolo, e nel ritirarsi appartato per contemplarlo.
Certo, il monaco è tale perché in un certo grado si ritira dal mondo per dedicarsi al processo di unificazione, ma bisogna comprendere che la cifra di quel ritiro solo apparentemente è fisica: il ritiro dal mondo è ritiro dall’identificazione, primariamente.
Poi, in alcuni casi, è anche ritiro fisico; lontananze diverse dai luoghi dove gli altri svolgono i loro film, sapendo che nessuno può sfuggire al suo film, ovunque abiti e qualunque sia la distanza che cerca di mettere tra sé e gli altri.


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2 commenti su “La “cella esistenziale” del monaco, la sua fragilità, la sua forza”

  1. Il concetto di equilibrio si fa avanti. Il suo mantenimento è attenzione continua, dedizione incessante, priorità assoluta. Non esiste momento di pausa, di assenza….. è l’indispensabile alla propria ecologia…..alla salvezza.

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