L’esperienza certosina della preghiera continua e il Sentiero contemplativo

Alcune considerazioni in merito al post Vite dedicate all’unificazione: la via dei certosini.
Ai nostri occhi risalta il ritmo pressante della preghiera personale e collettiva: ci sembra opprimente, soffocante, improntato ad un forte rigore, dice Natascia.

Capisco le obbiezioni e il relativo disagio, ma temo che non sia appropriato lo sguardo che sviluppiamo su queste esperienze: dal punto di vista delle menti/identità, questa pratica ha un che di folle, ma dal punto di vista del sentire?

Il monaco non sceglie, è chiamato.
Il lungo periodo di probazione è tale da scoraggiare coloro che fuggono da qualcosa, e da permettere agli altri di discernere con chiarezza la chiamata dello Spirito, del sentire.

Quando ho “abbandonato il mondo” e aderito a questa via nella solitudine, il Sentiero contemplativo, ero pronto per questo; direi che ero pronto fin da ragazzo e solo con l’età adulta e matura la chiamata ha potuto avere una risposta chiara, inequivocabile, senza la possibilità di ripensamenti, e senza comportare pericoli.

Il sentire ci conduce incontro alla vita a noi necessaria: se questo è chiaro, allora poco senso hanno le nostre obbiezioni in merito alla severità di certi percorsi: quelle forme, quei ritmi sono i contenitori all’interno dei quali il nostro interiore può chiarificarsi e germogliare.

Vedere chiaro nel complesso di sé, ed avvertire giorno dopo giorno crescere ed affluire un respiro ampio e non condizionato: sentire la mano di Dio che ci “afferra e ci conduce”, osservare l’inequivocabile mutamento del nostro essere, del nostro divenire, della qualità della nostra relazione con il Creato.

Mi chiedo: quanto è diversa la mia vita da quella di un certosino?
Molto nella forma, affatto nella sostanza.
Ciò che equipara i nostri cammini è la disposizione alla preghiera continua e a ciò che essa determina: il dischiudersi dell’Essere, del Risiedere, del contemplare Ciò-che-è.
La giornata del certosino è ritmata dalla liturgia; la mia dall’incessante ritorno all’Essenziale:
in cosa dunque esse differiscono?
Nella forma, nei linguaggi, negli archetipi, ma non in ciò che è sostanza portante del vivere, dello sperimentare: l’affidarsi senza fine alla guida e alla presenza dell’Assoluto.
Il vivere in Esso, il tornare ad Esso quando una identificazione ci allontana, il perderci in Esso scomparendo a noi stessi.

Mi vengono alla mente le parole di fratelli nel cammino in merito al maschile/femminile di Dio, parole che ho letto ieri e che mi fanno sorridere: vere questioni di lana caprina.
Contemplando l’esperienza dei certosini, osservo che nulla mi separa da essa.
Cosa dovrebbe farlo? I linguaggi? Gli archetipi? Le forme e i ritmi?
Nulla mi blocca a questo livello, e invece tutto mi conduce alla radice del loro slancio esistenziale, e del mio: nel sentire li incontro. In Dio li incontro.

Ma anche nella pratica li incontro: il ritorno all’Essenziale è continuo in loro come in me, e lì ci incontriamo, nel viaggio di attimi prima dell’incontro con Lui.
Nel risiedere senza-tempo in Lui, lì ci incontriamo, anzi lì siamo.
Nel perderci e nel tornare, anche in questo nulla cambia tra la loro esperienza e la mia.
La mia pratica non ha bisogno di parole, né di archetipi: è un gesto silenzioso che attraversa tutti i piani dell’interiore, oramai un automatismo. Le loro parole imbarazzano il mio silenzio?
Non diciamo sciocchezze.

Ci sono vite che possono dedicarsi all’unificazione interiore, che posseggono il retroterra interiore adatto: quelle vite non possono, e direi non debbono, esser guardate con gli occhi delle identità bisognose, ma con quelli del sentire che, nella sua maturità, privilegia la vita nell’Assoluto, e attorno all’Assoluto, a tutto il resto.

C’è, anche in queste vite, un tasso di fatica, derivato da quanto l’identità residua introduce nella relazione primaria stabilita dal sentire: quella fatica risulta dagli innumerevoli processi di apprendimento che sono in atto, dal levigare le asperità, le paure, gli egoismi, le avversioni, le antipatie.
È un lavoro discreto, silenzioso, sottotraccia ma sempre presente e cammina in parallelo, accavallandosi più e più volte, con la vocazione di fondo al vivere in Dio, al risiedere in Lui, al cercare Lui, al perdere Lui, al dimenticarsi di Lui perché finché ci si ricorda di Lui significa che si è in due, dunque ancora separati.


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3 commenti su “L’esperienza certosina della preghiera continua e il Sentiero contemplativo”

  1. L’amore per Dio, affatto richiudibile nelle categorie del maschile e femminile, è in me caratterizzato da ambivalenza. Ci sono giorni in cui non riesco a leggere “letture per l’interiore” perché non aderisco a quell’approccio reverenziale (o meglio che a me risuona tale). Sento che proprio non amo Dio a quella maniera, non lo amo affatto e questo nemmeno mi dà problemi. Non credo che Lei/Lui/Loro/Noi siano interessati alle mie lodi. Son persino capace di neutralizzare qualsiasi motivo di lode contrapponendovene uno opposto di biasimo. Ho invece la presunzione di sentire l’amore di Dio e per Dio quando accedo all’Essere, quando faccio un passo indietro, scompaio e partecipo di una vita che si dischiude come pregna d’amore e di senso. Mi avanza.
    Se sono andato fuori tema perdonatemi.

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    • A Samuele
      Comprendo ciò che dici. I linguaggi, le affettività scelte dal Cerchio Ifior e dal Cerchio Firenze (non in tutti gli autori allo stesso modo) hanno suscitato in me rilevanti perplessità, e in alcuni momenti anche resistenze, superate nel tempo solo attraverso l’ampliarsi delle comprensioni.
      Forse l’errore loro – ma è chiaro che di errore non si può parlare, e non perché non possano sbagliare, ma perché, certamente, hanno valutato i pro e i contro di quelle declinazioni – sta proprio in quella declinazione affettiva dell’amore per Dio: se l’umano crede di amare Dio, allora la fa secondo i canoni della propria affettività e della propria mente.
      Loro, comunicando con degli umani, hanno portato a rappresentazione queste modalità, ma sovente ne sono uscite delle caricature.
      Si può amare Dio? Oppure esiste l’amore per Dio, in Dio, di Dio?
      La seconda è la mia scelta: l’amore esclude il soggetto amante, e se questo c’è, viene avanti tutto il campionario delle umane affettività..
      Se c’è l’amore, e non il soggetto amante, allora quell’amore sarà tanto pervadente quanto neutrale: uno stato d’Essere.
      Ogni declinazione mentale ed affettiva scomparirà per lasciare spazio ad un Essere-Uno, non colorato dai corpi dell’umano: ciò che allora viene sperimentato è pienezza di senso e di stato, consapevolezza di sostegno e accudimento, pienezza di grazia.
      Sperimentare caratterizzato da una sostanziale neutralità che, in alcuni passaggi, apre il varco ad intuizioni e a stati affettivi anche profondi, per poi tornare nel porto calmo della neutralità.

      Rispondi

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