Breve riflessione sull’Io/identità

L’Io è la risultante dei processi che intercorrono tra la coscienza e i suoi corpi transitori, è dunque una conseguenza dell’incarnazione, delle comprensioni da conseguire, dei sistemi di decodifica delle intenzioni della coscienza operate dai vari corpi transitori.

L’Io deve certo molto della sua natura all’esistenza del corpo mentale, e alla cesura che questo effettua rispetto alla realtà unitaria del corpo akasico: la mente crea la separazione, la dualità, l’essere divisi dall’altro-da-sé.

Affermata la realtà meccanica dell’Io, il suo esistere non come corpo ma come interpretazione, possiamo vedere in cosa consiste il superamento del suo condizionamento, non di esso in quanto tale: nella possibilità di non subirne le logiche di affermazione e di contrapposizione.

Se l’Io afferma un punto di vista, una necessità, un bisogno, e se li sente come sua essenziale esclusiva, contrapposta, o comunque alternativa, a quella dell’altro, allora la questioni diviene:
quanto rimango legato e coerente con i bisogni dell’Io di questa mia incarnazione e di questo momento corrente?

Sapendo di non poter ridurre il mio essere alla visione realizzata dall’Io, la distanza che riesco ad affermare da esso e dal suo condizionamento, si misura nella capacità di cambiare punto di vista, di cedere all’esigenza dell’altro senza resistere, di stabilire sempre nuovi livelli di collaborazione, condivisione, comunione con soggetti altri e con le loro esigenze, sapendo rinunciare, nei limiti del ragionevole, alle mie.
Ovvero, la disconnessione dalla priorità dell’Io si misura nella capacità di mutare senza fine punto di vista e priorità, con l’abbandono dei bisogni e delle esigenze senza sentirsi frustrati, umiliati, non riconosciuti o non rispettati.

Nell’agire quotidiano fatti e situazioni vengono etichettati, parametrati, giudicati e queste sono attività meccaniche dell’Io: con quale facilità queste meccaniche vengono disconnesse?
Con quale attrito vengono trattenute?

Concludendo, l’Io è un problema quando c’è attaccamento alla sfera delle opinioni, dei bisogni, dei desideri; quando c’è identificazione e difficoltà nel superarla.
Quando c’è il ritorno del “sempre uguale”, segno inequivocabile della ferma presa dell’Io.


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9 commenti su “Breve riflessione sull’Io/identità”

  1. Tutto molto chiaro!
    “Sapendo rinunciare, nei limiti del ragionevole”,
    questo mi fa comprendere l’adesione a certe opinioni, anche se a volte è necessario indagare anche il ragionevole.

  2. Da più di un anno si è aperta nella mia vita un’officina che mette il mio Io a dura prova,che mi fa vedere quanto io sia ossessionata dalla mia identità . La lotta è furibonda, il mio Io è rigido e non vuole mollare il controllo, la pretesa, il bisogno di riconoscimento che lo nutre. Questa lotta con me stessa, con la mia cecità, con la mia ottusità brucia tante energie e mi impedisce di squarciare quel velo che copre il Reale. Qui si gioca una partita importante del mio processo evolutivo, ne sono consapevole. Il dolore, intriso di frustrazione, rabbia, ribellione smentisce la mia rigidità e mi invita tutti i giorni a cambiare il punto di vista, a considerare le esigenze dell’altro, ad accogliere il fatto così come si presenta.Quando il dolore diventa insopportabile l’Io molla, si abbandona a quello che è, riconosce e accetta l’irriducibilita’ dell’altro: allora si apre uno squarcio sull’Essere e appare il gioco della mente.

  3. A Samuele: grazie per il tuo contributo. Cercherò di rispondere con alcuni post alle numerose questioni che poni.
    L’intensivo incombente mi impedisce di completare la prima risposta che avrei già abbozzato..

  4. Senso di gratitudine per tutti coloro che attraverso i post e i loro interventi, mi aiutano a continuare la ricerca, stimolano l’ampliamento di un orizzonte limitato e facilitano la comprensione.

  5. Chiaro. Interessante il passaggio sulla capacità di cambiare il proprio punto di vista, l’attaccamento ai bisogni , quale segno di disconnessione dell’Io. Mi sembra che anche Samuele esprima il senso dell’unicita’ del tutto. Grazie

  6. Sarò lungo ma mi sa che c’era da aspettarselo. Grazie di mantenere vivo il tema.

    Molto interessante, mi aiuta a capire meglio. Prendo un passaggio così come potrei prenderne altri:
    “Nell’agire quotidiano fatti e situazioni vengono etichettati, parametrati, giudicati e queste sono attività meccaniche dell’Io: con quale facilità queste meccaniche vengono disconnesse?
    Con quale attrito vengono trattenute?”
    – Vengono disconnesse da parte di chi? Chi attua la disconnessione? Che nome ha quel centro decisionale da cui parte giustappunto la decisione e l’azione di disconnettere? Lo stesso dicasi per il trattenere.
    “Chi” prende le distanze dai bisogni dell’io? Ecc.
    Recentemente avevo semplificato la riflessione prendendo in esame, pensate un po’ che filosofo, il fare la pipì. Il corpo fisico manda il segnale ma qualcuno decide di trattenerla sino al momento opportuno.
    È sempre lo stesso “qualcuno”, lo stesso “chi” di cui sopra.
    Mi sentirei di affermare che questa entità, questo “chi”, sia proprio la “nostra” coscienza in fieri, o almeno quel pezzetto di coscienza che è disponibile in una singola incarnazione, giacché sappiamo che non l’intera coscienza è in campo in una singola incarnazione.
    Mi sentirei quindi autorizzato a pensare che siamo molto più vicini alle nostre coscienze di quanto pensiamo, tanto da coincidervi; in fondo, ossia, altro non siamo che le nostre coscienze in accadimento incarnate in dei corpi.
    Mi sembrerebbe quindi che sia la coscienza stessa ad attuare l’identificazione e la disconnessione. Che tanto maggiore è il suo sentire, tanto maggiore la sua capacità di mollare la presa sull’io. Alta identificazione con l’io è anche cifra di alto egoismo. Ed è proprio “l’individualità” colei che fa il cammino da ego ad amore.
    Più aderisce all’angusto mondo dell’io e più testimonia un basso grado di comprensioni, ma è da lì che deve passare.
    Quindi, quando interloquiamo tra noi, interloquiamo fondamentalmente tra coscienze, attraverso i corpi.
    L’identificazione col corpo mentale ad es. può essere letta come la coscienza che fa suonare quello strumento (corpo mentale) e vi si appiccica perdendo di vista magari gli altri corpi.
    Il “nostro” tornare a zero allora altro non è che la coscienza (quella porzione) che mette a tacere la musica dei diversi corpi transitori e si riallinea, torna in sé stessa, senza più la predominanza di un piano, ovvero torna all’essere.

    Un altro passaggio del post mi offre spunto (a dire il vero, ogni paragrafo): “Affermata la realtà meccanica dell’Io, il suo esistere non come corpo ma come interpretazione…”
    – Interpretazione da parte di chi?
    Chi è che interpreta? Mi verrebbe da rispondere: la coscienza, chi altri sennò?
    Dopo tutto sto giro osservo però che vado a confluire nella definizione di “io” esposta da Robi: “L’Io è la risultante dei processi che intercorrono tra la coscienza e i suoi corpi transitori”.
    Pensavo a quello che ad es. ha il naso storto e che si identifica con quell’elemento somatico per interpretarsi come vittima.
    Chi dà quell’interpretazione? Da dove sorge quel senso di svalutazione se’? Non credo dalla coscienza, non è possibile, non sarebbe logico giacché lei non può identificarsi col fisico. Ma non è certamente nemmeno il corpo fisico che può autointerpretarsi. Una lettura che dà la mente? Lei vede, compara, giudica e dice: ecco vedi? Hai il naso storto, vali meno di quell’altro che ce l’ha dritto (sto parlando sempre del naso; precisazione per qualche fratello malizioso). Però chi assume quella lettura? Appare calzante che sia una dialettica interna tra coscienza e suoi corpi. La distorsione è operata dalla mente perché la coscienza se ha indossato quei corpi non è certo per rimanere bloccata nel ruolo della vittima ma avrà invece bisogno di esperire partendo da quella particolare condizione. Vero è che anche quello di essere vittima è un’esperienza da vivere, da cui partire… Fino a quando la persona resterà incollata, cristallizzata su quella lettura di sé facendo l’esperienza del senso di inadeguatezza? Fin quando non scatteranno nuove comprensioni. Ecco allora che il lavoro di tornare a zero può essere letto come atto che aiuta a vivere con un respiro più ampio; non schiacciati sui bisogni dell’io di avere un naso più dritto.

  7. Certo! Non si tratta di non avere bisogni ma di saperli anche bypassare se le esigenze altrui lo richiedono. E decentrarai in questo caso è fondamentale!
    Grazie

  8. Questo ripasso lo trovo importante visti i nostri tentennamenti rispetto alla compressione dell’io, e le ultime tre righe ne costituiscono la sintesi, chiarissima.

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