Perché il lavoro e il contemplare un’alba non hanno lo stesso valore esistenziale?

Chiede Eddy: “Perché ancora non sento lo stesso respiro, la stessa portata esistenziale, la stessa equivalente capacità di trascendere la mia identità nel lavoro, nello svitare un bullone e nel contemplare un’alba?”
Risponde Roberta.
Forse perché siamo in pace con il sole, forse perché non ci ribelliamo al sole che sorge…
Oppure pensiamo che il sole che sorge ha una qualità più spirituale rispetto al bullone, pensiamo che sia una questione di vibrazione della materia?
O è piuttosto il nostro atteggiamento interiore, le nostre aspettative, le nostre resistenze, il nostro desiderio di essere altrove che non ci fa stare lì, a svitare il bullone come se fosse la cosa più importante della nostra vita e di fatto lo è, quello che facciamo in questo momento è la cosa più importante della nostra vita. Ma questo ci sfugge, forse perché non è sufficientemente compreso.
Se non entriamo in uno stato contemplativo mentre svitiamo un bullone, vivremo la dicotomia tra materiale e spirituale, dicotomia che è tutta nella nostra testa. Bisogna fare un balzo fuori dalla nostra testa per vivere l’unità dentro di noi, per sentirci uno col bullone come ci sentiamo così facilmente uno con il sole che sorge.
Indubbiamente la sfida è data dal ritmo che abbiamo scelto, se abbiamo scelto di vivere a ritmi serrati, difficilmente riusciremo a concederci il tempo di stare, anche se idealmente possiamo stare nella velocità.
Il tempo di stare, credo che qui sia la discriminante, l’illusione di non avere il tempo per stare: lo stare non è una questione di tempo, ma per noi è più difficile stare se ci sentiamo pressati a fare, eppure è possibile stare nel fare, anche se può sembrare un paradosso.
Basta pensare al gioco o allo sport, perché i giochi che richiedono velocità non ci stressano come il lavoro?
Perché il nostro atteggiamento è quello del gioco e nel gioco possiamo mettere tutta la presenza e la concentrazione di cui siamo capaci per raggiungere determinati obbiettivi nel minor tempo possibile.
Siamo lì in ogni secondo e microsecondo concentrati in quello che facciamo.
Il gioco. Credo che sia una parola chiave. Nulla che turba la nostra mente con l’idea che dovremmo essere da un’altra parte.
Ma è chiaro, non può essere solo questo, io non cerco di dare risposte, sia chiaro, Eddy, non ho tale pretesa, sto solo cogliendo l’occasione data dalla tua condivisione per riflettere scrivendo.
Perché poi c’è la questione della sopravvivenza, dello sbattersi per la sopravvivenza, e c’è la questione delle priorità.
Quali sono le priorità nella nostra vita? A cosa veramente siamo disposti a rinunciare tra le cose del mondo, piuttosto che doverci sbattere per ottenerle?
E c’è la questione dei nostri margini di scelta, possiamo scegliere di alleggerire le nostre giornate dalla necessità di fare, oppure le vite che conduciamo ci obbligano a sopportare pesi che crediamo più grandi di noi perché abbiamo bocche da sfamare, affitti o mutui esorbitanti da pagare e allora non ci rimane altro che imparare ad accogliere quello che la vita ci porta, con il suo insegnamento per le necessità evolutive dalla nostra coscienza?
Sì, è così “se vuoi cambiare la tua vita cambiala” e puoi farlo modificando delle cose materialmente e, dove questo non sia possibile, cambiando atteggiamento mentale, e ciò richiede coraggio, il coraggio di cambiare, e a volte di rinunciare. Richiede la disposizione a perdere.
Se teniamo conto di questo aspetto, cosa diventa la vita spirituale?
Può essere semplicemente trovare il tempo per sedersi davanti a un muro? Non credo. Se troviamo il tempo di sederci davanti a un muro, ma non siamo disposti a perdere nulla nelle nostre abitudini, nei nostri attaccamenti, nelle nostre credenze, nei nostri desideri, di cosa stiamo parlando?
La vita ci forgia in continuazione, attraverso il sole che sorge dietro la collina e attraverso il cliente che pretende di più di quello che siamo disposti a dargli. Allora dov’è la spirito e dove la materia?
(Frammento di discussione avvenuta in una chat interna del Sentiero contemplativo)


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5 commenti su “Perché il lavoro e il contemplare un’alba non hanno lo stesso valore esistenziale?”

  1. La tua risposta a Samuele, Roberto, mi ha aperto gli occhi: non avevo posto lo sguardo sulla routine e sulla non possibilità di scelta, come cause che generano ribellione nell’io.

    Rispondi
  2. La riflessione dettata dal sentire è già un’opera tonda a cui non aggiungere nulla. Ma poi l’asino casca e aggiunge. Pensa di farlo con spirito costruttivo e pone la questione del logoramento dei corpi. La questione del dolore e la contrappone al principio di piacere o piacevolezza (l’asino sa che contrapponendo entra nel terreno del duale e della mente).
    La questione infatti può essere considerata anche da un’altra angolatura, ovvero non da quella del singolo bullone bensì da quella dei 1000 bulloni che bisogna avvitare ogni giorno. La questione del logoramento prodotto sui corpi transitori; logoramento che può diventare dolore, fisico o morale che sia. È a questo punto che la sfida prende vigore e che la differenza tra i 1000 bulloni e l’alba affiora nella sua interezza. Emerge anche la differenza tra gioco, normalmente associato al principio di piacere, pur fatigante, e lavoro faticoso, associato al principio di dolore. Entra in gioco il portare a casa la pelle a fine giornata, ossia quel meccanismo di sopravvivenza inscritto nei nostri corpi a tutela della nostra salvaguardia, della nostra identità. Si erige il fortino di protezione e l’esperienza da centrifuga diventa centripeta facendo ripiombare al centro il nostro io con la sua necessità di proteggersi. Molto dipende dall’atteggiamento con cui si vive il contesto e nulla questio su quanto scritto da Roberta. Va però forse osservato che per loro natura i 1000 bulloni riportano obiettivamente alla tutela di sé mentre l’alba può favorire il trascendersi di Eddiano richiamo.
    La contrapposizione tra esperienze piacevoli ed esperienze dolorose è forse tutta nella mente?
    Certo che la vita ci forgia con le une e con le altre per come è a noi necessario. Ed è forse qui che Roberta pone giustamente la questione sulle priorità, sulle scelte, come a dire: ok un bullone uguale alba, 10 bulloni uguale alba ma 1000 bulloni forse impongono di interrogarsi.
    Sento come di aver scoperto la “patata lessa”, avendo solo fatto evidenziazioni ma forse il pensiero, mosso da una spinta interiore, può non essere soffocato.

    Rispondi
    • Samuele: “La contrapposizione tra esperienze piacevoli ed esperienze dolorose è forse tutta nella mente?”
      Si, esiste solo nella mente.
      Se per vivere tu dovessi assistere tutte le mattine all’alba?
      Vedi come i fattori dell’imprigionamento/logoramento sono:
      – la non possibilità di scelta;
      – la routine.
      Sia la non possibilità di scelta che la routine castrano l’identità, ed ecco che è in quella castrazione che va trovata la radice della ribellione, della frustrazione e del logoramento.
      Come d’altra parte in esse va scoperta l’immane lezione che ci costringe a relativizzare la reazione identitaria.
      Nel momento in cui quella reazione viene resa non più centrale, si apre lo sconfinato mondo dei fatti, dell’Essere, del contemplare.

      Rispondi
  3. “…quello che facciamo in questo momento è la cosa più importante della nostra vita.”
    Mi sembra un passaggio chiave della tua riflessione, Roby, da recitare spesso.
    Grazie

    Rispondi

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