Dall’agire per manifestarsi, al rispondere per assecondare, per servire

Scrive Elisabetta: La domanda riguarda l’agire.  Agire nel mondo, o lasciare che il flusso scorra senza interferire?
Da anni sono naturalmente scesa nel non agire, in quello mi sento a mio agio.
Ma la discussione con le persone intorno a me ritorna spesso su questo argomento, e sul mio modo di affrontarlo.
[…] è svanita in me ogni paura-preoccupazione per la sorte mia, delle figlie, del pianeta: vivo ogni manifestazione-accadimento come il naturale procedere della Coscienza in ogni forma o situazione si presenti.
Non riesco, ma davvero non riesco, a preoccuparmi di niente di ciò che accade o non accade, che sia comprensibile o no.
Sono nel mondo ma con distacco, come osservassi una rappresentazione.
Non sono diventata insensibile, ma raramente sale un movimento emotivo; è più facile che mi perda nella beatitudine della pienezza del creato.
L’agire per me riguarda il mio piccolo mondo, è un ascolto che va dove c’è una richiesta: una vicina malata, un animale affamato, una lumaca che rischia d’essere investita, un rametto di geranio caduto per strada che raccolgo e rimetto nella terra, l’ascolto per il giovane come per il vecchio.
Sono circondata da persone che vogliono agire sui fatti del mondo, che si tratti di proteste contro i vaccini, o contro i più o meno visibili complotti dei poteri politici-economici, ma non credo più, e mi chiedo se sbaglio, nelle proteste di piazza, nei raduni contro qualcuno o qualcosa, nel voler affermare i propri diritti o nel timore di perderli..

Definiamo l’agire come la disposizione a creare, consolidare e strutturare, ampliare la personale manifestazione di sé.

  • Alcuni debbono disporsi ad agire per imparare a manifestare sé e dunque debbono coltivare l’intenzione di farlo; debbono munirsi di una identità sufficientemente formata e funzionale per rappresentare quella intenzione, e infine hanno la necessità di costruire un ambiente di relazioni in cui condurre a rappresentazione le loro intenzioni.
  • Altri debbono esercitarsi nell’agire per portare a compimento delle comprensioni e lo possono fare solo attraverso le esperienze, e dunque l’azione.
  • Altri ancora, vedono declinare la spinta ad agire e al suo posto sorgere una disposizione a re-agire, a rispondere alla chiamata della vita.

1- È svanita in me ogni paura-preoccupazione per la sorte mia, delle figlie, del pianeta: vivo ogni manifestazione-accadimento come il naturale procedere della Coscienza in ogni forma o situazione si presenti.

Chi si preoccupa? L’identità che non sa, non conosce il disegno interiore che la guida, che arranca nel quotidiano tra controllo e speranza ma non conosce la fiducia, o ancora da essa non è stata pervasa.
La preoccupazione, il prevedere e il provvedere:
– si preoccupa chi scandaglia con la propria mente le molte probabilità del presente e del futuro, si prefigura scenari che non può conoscere, né controllare e non è in grado di leggere i fatti in un’ottica esistenziale;
– prevede e provvede chi legge la realtà presente in termini esistenziali e valuta e discerne le possibilità di sviluppo dei fatti illuminato dalla fiducia.
Siamo umani e fluttuiamo tra la preoccupazione e il provvedere: quando in noi il seme della fiducia ha in profondità radicato, il preoccuparci lascia il campo al provvedere quando la vita lo richiede: quando la vita non chiede, la nostra mente non si muove, non prefigura scenari, non si chiede cosa accadrà, o come faremo, o dove andremo.
Il prevedere è basato sulla consapevolezza, sulla presenza e sul discernimento: ogni scena ha le sue possibili varianti che valutiamo e teniamo in conto senza la pretesa di controllarle, ma non costruiamo case sulla sabbia, né un futuro sui sogni.
Osserviamo i materiali che abbiamo a disposizione per costruire le scene delle nostre vite e su quelli facciamo affidamento: non prevediamo il futuro, ma gli sviluppi possibili di quei materiali e della loro relazione con gli eventi. Il nostro non preoccuparci non si traduce nel divenire degli sprovveduti.
In una fase matura del sentire non ci preoccupiamo, prevediamo e provvediamo: rispondiamo alle forme e alle forze del reale che ci interpella, abbandonandoci al disegno che quel reale informa.

2- Sono nel mondo ma con distacco, come osservassi una rappresentazione. Non sono diventata insensibile, ma raramente sale un movimento emotivo; è più facile che mi perda nella beatitudine della pienezza del creato.

Ho parlato molte volte della vita come rappresentazione e della nostra capacità di osservarne il fluire.
“Raramente sale un movimento emotivo” non significa che il corpo emozionale della persona è divenuto inattivo, ipotrofico, come alcuni potrebbero intendere; significa che l’identificazione con i movimenti del corpo emozionale è venuta meno perché la consapevolezza privilegia altri ambiti e livelli vibratori.
Se osserviamo attentamente, vediamo che sia l’attività del corpo emozionale che quella del corpo mentale sono sfumate e divenute secondarie: in primo piano risalta la neutralità del sentire, accompagnata da una buona consapevolezza dell’ambito sensoriale.
Il primo e il quarto piano procedono appaiati, il secondo e il terzo perdono rilevanza. Questo diviene fisiologico quando il sentire maturo irradia la consapevolezza che prevalentemente viene assorbita ed alimentata da quella dimensione vibratoria.

3- L’agire per me riguarda il mio piccolo mondo, è un ascolto che va dove c’è una richiesta: una vicina malata, un animale affamato, una lumaca che rischia d’essere investita, un rametto di geranio caduto per strada che raccolgo e rimetto nella terra, l’ascolto per il giovane come per il vecchio.

È un ascolto che va dove c’è una richiesta“: questa frase testimonia il cambio radicale di paradigma.
L’umano, per gran parte del suo itinerare tra le vite, prende l’iniziativa, e quando non lo fa, deve imparare a farlo fino a quando non si determinano condizioni del tutto nuove che rovesciano il suo approccio: da colui che agisce per manifestare, diviene colui che re-agisce per servire, per assecondare.
La nostra azione sorge quando la vita ci interpella: al centro non si situa il nostro volere, ma quello della vita.
Alla vita rispondiamo, alla sua chiamata dichiariamo il nostro esserci: non la nostra volontà di potenza ci guida, ma il sussurro della vita ci attiva e ci conduce.
Diveniamo come foglie al vento, pronte al vibrare come all’immobilità, affidate ad una volontà non loro.
In questa stagione del sentire, l’agire diviene non-agire, e il non-agire significa quello che ho appena descritto.
Nulla ha più lo stesso volto, lo stesso impatto, lo stesso processo: rispondiamo se interpellati. E se non siamo interpellati? Stiamo. Lasciamo che la vita ci attraversi come un fiume scorre nel suo alveo.
Questa è la contemplazione: rispondere alla vita che ci attraversa avendo perduto la nostra volontà, dunque la nostra soggettività.
La vita non chiama un soggetto e lo piega a sé: la vita attraversa un complesso di corpi e di sensi che non si ergono più a soggetto.
Un tempo tutto era ricondotto alla propria soggettività, ora è rimasto solo il percettore, un complesso sistema di percezione senza attribuzione di soggettività.
Non ha più nulla da imparare il contemplante? Ha di certo da imparare e da comprendere, perché solo l’Assoluto non ha da comprendere, ma lo fa stando nel flusso, come i sassi del fiume trasportati dalla corrente.
Il contemplante non è perfetto, comprende senza particolare attrito.

4- Sono circondata da persone che vogliono agire sui fatti del mondo.

Questo è: il mondo è popolato di individualità che hanno necessità di agire, di manifestare e di modificare il reale.
Questa necessità di agire non solo è giusta, ma è sacra perché è attraverso essa che tutto viene compiuto: il processo della conoscenza-consapevolezza-comprensione implica e impone l’agire.
Coloro che questa lunga e “interminabile” stagione hanno vissuto e superato perché nel loro sentire altre priorità si sono affermate, osservano meravigliate l’operare del santo come quello dell’assassino, e nulla hanno da aggiungere.


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14 commenti su “Dall’agire per manifestarsi, al rispondere per assecondare, per servire

  1. La testimonianza di Elisabetta riguarda anche me e mi ci riconosco: la perdita identitaria ,almeno in parte, hanno completamente trasformato le mie azioni e a volte ho quasi paura di essere completamente un’altra persona e’ come se non mi riconoscessi più…..ma stiamo di nuovo parlando di identità!
    Grazie

  2. Grazie per la chiarezza che portano queste parole. E’ un argomento che mi tocca in particolar modo, poiché per me è ancora difficile capire quanto della mia tendenza a non manifestarmi è legata a un superamento del bisogno di farlo e quanto a indolenza o a un blocco identitario. Probabilmente un misto. In ogni caso il mio corpo manda dei segnali chiari, che non posso ignorare e che mi sembrano manifestare un conflitto legato alla creatività.

  3. Chiarificante la messa a fuoco tra il preoccuparsi e il provvedere. Aspetti che si avvicendano continuamente fino a lasciare che il più maturo prenda posto quando le comprensioni sono mature, senza forzature. Grazie

  4. Grazie…. Per la testimonianza e la spiegazione. Bella l’immagine della meraviglia davanti al santo e all’assassino…. Quando si realizza che siamo attori in una scena come può esserci ancora giudizio?

  5. Davanti a queste comprensioni m’inchino e ringrazio profondamente la testimonianza di Elisabetta e le parole Roberto. Grazie.

  6. Bella testimonianza e chiara la spiegazione. Rincuora il confronto con chi non si conosce, ma sai che c’è, anche questo è procedere insieme.

  7. Un grazie ad Elisabetta perchè ha reso così bene anche il mio stare di fronte agli accadimenti, e perchè ha permesso a Roberto di declinare il suo scritto in modo così chiaro da risultare utilissimo per tutti.

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