Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Come avviene una comprensione, un ampliamento del sentire

Supponiamo che uno tra voi, leggendo i giornali, guardando la televisione, parlando con gli altri, scontrandosi e incontrandosi con le altre persone, sappia che esiste, che so io, l’invidia. Il sapere che esiste l’invidia può essere un fatto che non tocca minimamente l’individuo o meglio, lo tocca soltanto a livello di conoscenza: l’individuo in questione sa, conosce, che tra gli esseri umani esiste l’invidia. Ecco, questa è la conoscenza, tanto che l’individuo potrebbe affermare secondo quella successione che prima ho presentato «io conosco l’esistenza dell’invidia».
Però col passare delle esperienze, dei giorni, del tempo, ecco che l’individuo ad un certo punto s’accorge che questa invidia, che sapeva esistere negli altri, esiste in realtà anche in lui stesso, in quanto in certe occasioni si sente invidioso; e s’accorge che questa invidia gli procura un problema di qualche tipo.
A questo punto l’individuo di cui stiamo parlando è arrivato ad essere consapevole dell’invidia, ovvero ad essere consapevole del fatto che il problema «invidia» non esiste solo negli altri, ma esiste anche in lui stesso, e che questa invidia gli crea un problema. Attenzione però: non è detto che l’individuo rendendosi conto, essendo consapevole di questa invidia in se stesso, l’accetti ma, anzi ben più facilmente, tende a rifiutarla cercando come capita sovente di scaricare sulle spalle degli altri la responsabilità di questi suoi sentimenti.
Questo dunque e mi sembra abbastanza chiaro è quello che intendiamo noi per raggiungere la consapevolezza di qualche cosa.
Il tempo passa per tutti, le esperienze si fanno più pressanti, si ripetono quando è il caso, quando è necessario, e un po alla volta, a forza di mettere mattoni uno sopra l’altro, si arriva non soltanto a conoscere l’esistenza dell’invidia nella razza umana, non soltanto a comprendere che l’invidia può essere e magari è all’interno dell’individuo stesso, ma anche finalmente a comprendere qual è il motivo per cui si è invidiosi.
Certo, questo costa fatica! Certamente, vi sono lotte e battaglie da fare contro se stessi, contro il desiderio di apparire migliori di quello che si è, però prima o poi, inevitabilmente, l’individuo cede le armi e ammette, riconosce, comprende di essere invidioso per determinati motivi.
A questo punto l’individuo, come dicevamo nella scaletta iniziale, è arrivato alla comprensione, ovvero può affermare «Io ho compreso la mia invidia».
Cosa succede a questo punto? Succede che la comprensione della propria invidia rende l’invidia stessa inattiva, in quanto questa comprensione, questa accettazione, si va a trascrivere in quello che abbiamo chiamato corpo akasico fissandone le risultanze e, quindi, rendendo inutile la necessità di essere ancora invidiosi. Si arriva, cioè, a un certo grado di sentire in cui l’invidia è stata compresa, conosciuta, accettata e, quindi, superata.
La conseguenza è un allargamento di coscienza minore o maggiore a seconda dell’importanza del punto acquisito ma sempre, comunque, un allargamento di coscienza. (Dal dizionario del Cerchio Ifior) OE,6.4


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  5. Mi accodo a Catia, molto chiaro e anche famigliare oramai.Grazie.

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