Il fuoco del cambiamento

Dal vangelo di Tommaso: 10. Gesù disse: – Ho gettato il fuoco sul mondo ed ecco, veglio su di questo, finché esso arda.
Riferimenti nei sinottici:
Luca 12,49: Io sono venuto ad accendere un fuoco sulla terra; e che mi resta da desiderare, se già è acceso?
Matteo 10:34-36: 34 Non pensate che io sia venuto a mettere pace sulla terra; non sono venuto a metter pace, ma spada. 35 Perché sono venuto a dividere il figlio da suo padre, la figlia da sua madre, la nuora dalla suocera; 36 e i nemici dell’uomo saranno quelli stessi di casa sua.
Traduzione e commento M.Craveri, I vangeli apocrifi, Einaudi, pag. 486

Il fuoco di cui Gesù parla riguarda la combustione della visione di sé e del mondo fondata sul vittimismo, sull’egoismo, sulla separazione.
Il vittimismo: il mondo coopera contro di me, ciò che accade mi è avverso.
La fine del vittimismo è la condizione per iniziare a vedere la vita che accade per ognuno e porta il necessario all’esperienza, alla consapevolezza, alla comprensione.
L’egoismo: ciò che mi conviene.
Non ciò che conviene a noi, ciò che conviene a me. Io sono il centro di un microcosmo che mi è funzionale ed asservito in vario grado.
La separazione: tu sei altro da me finché a me non ti ho condotto e ridotto; io costruisco il mio piccolo clan e la palizzata per difenderlo da te che sei altro, estraneo, sconosciuto e non ricondotto a noi.
Nel mio clan siamo intimi, tu sei straniero a noi.
Il fuoco di cui il Maestro parla pone in risalto tutto questo, lo rende consapevole e chiede che venga lavorato e trasformato nella combustione del cambiare, del divenire consapevoli, del comprendere.
Questo fuoco incontra ogni ricercatore, ogni monaco: chi può evitare l’incontro con il proprio limite di comprensione, e a chi quel limite non esplode alla consapevolezza attizzando l’incendio della ricerca, del fuggire dalla rimozione, del vedere e dell’assumersi la responsabilità del visto?
La persona che si approssima a sé ed è intenzionata a non fuggire mai più da sé, non conosce la pace dell’inconsapevole: una inquietudine di fondo l’accompagna per un lungo tratto di strada, un fuoco interiore lo trasforma fino a modificarne l’intima natura.
Questo processo tante volte produce incomprensioni nel piccolo mondo fino ad allora privilegiato, difeso, sostenuto nella sua esclusività.
Viene compresa la natura esistenziale dei rapporti familiari, amicali, di lavoro: la palizzata a difesa del clan cade in virtù dell’incendio e si scopre il mondo vasto e non nemico, non estraneo, non altro.
Si scopre che, oltre la palizzata, ci sono persone e coscienze che realizzano, come noi, il loro progetto esistenziale.
Si scopre che, con alcuni di questi c’è, a volte, maggiore comunione di sentire che col proprio genitore, o col proprio partner e allora ci si interroga e si è costretti a ridisegnare e reinterpretare la propria geografia interiore: si impara a conoscere e a prendere confidenza con il valore insostituibile dei propri collaboratori esistenziali e con la specificità dei rapporti caratterizzati da una comunione di sentire; si impara a rispettare la funzione degli uni e degli altri.
Si scopre che la vita attraverso gli affetti, il sesso, l’amicizia, il lavoro, la via spirituale ci fa conoscere un certo numero di attori che compaiono sulla scena del nostro personale palcoscenico portando chi questo, chi quello.
Si scopre che l’affetto non comporta la comunione del sentire, mentre questa sempre porta con sé l’affetto.
Si scoprono cose piacevoli ed altre dolorose mentre il fuoco brucia il legno tarlato della palizzata: quand’essa è caduta e ridotta in cenere, noi vediamo meglio dentro e fuori.
Quel fuoco descritto dalle parole del Maestro,  esisteva prima che Lui lo descrivesse ed esisterà oltre il tempo: è l’ineluttabile che accade quando si comincia ad avere occhi per vedere.


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3 commenti su “Il fuoco del cambiamento”

  1. ..”e allora ci si interroga e si è costretti a ridisegnare e reinterpretare la propria geografia interiore..”.
    Inizialmente sembra una frattura e spaventa e non capiscono il perchè di questa presa di distanza, poi si trasforma, se c’è un livello più profondo e si instaura un nuovo equilibrio, positivo poi per entrambi.

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  2. Se mi fossi limitata a guardare gli accadimenti della mia vita, secondo un ottica identitaria e vittimistica, difficilmente avrei trovato un senso a tutto ciò che ho vissuto e sto vivendo. La vita mi ha costretto ad andare oltre la mia piccola visione identitaria, ad affidarmi a qualcosa di cui non ho che una comprensione molto limitata. Ma ciò basta perché io possa trovare ogni giorno senso ad ogni piccolo fatto che accade e a trovare la spinta per superare il muro che separa la mia identità da un’altra.

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  3. A proposito di “assumersi la responsabilità del visto”. Non molti giorni fa credo di aver visto in modo chiaro la differenza tra il sentirsi in colpa e l’assumersi la colpa. Il primo, se protratto eccessivamente, è un modo per non assumersi la responsabilità e anzi si configura come vano tentativo di negare i fatti e il proprio limite; il secondo comporta invece l’accettazione del limite e quindi della propria imperfezione e della illusorietà dell’immagine che abbiamo costruito di noi.

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