Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

Luce del mondo, comprensioni, importanza/irrilevanza di sé

Matteo 5,14-16 : Voi siete la luce del mondo. Una città posta sopra un monte non può rimanere nascosta, e non si accende una lampada per metterla sotto un recipiente; anzi la si mette sul candeliere ed essa fa luce a tutti quelli che sono in casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, affinché vedano le vostre buone opere e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli. (Traduzione Nuova riveduta)
Chi accende la lampada e cosa essa è?
Chi la mette sotto un recipiente e chi su di un candeliere?
Chi fa risplendere la propria luce davanti al prossimo?
La lampada/luce è il frutto della comprensione e del sentire che dalle comprensioni è generato.
Non si decide di mostrare la propria luce, essa è semplicemente testimone di se stessa.
Quando l’individuo vuole mostrare il compreso compie, inevitabilmente, un gesto condizionato dalla propria volontà di potenza.
Il compreso si mostra da sé attraverso la parola, il gesto, la vita ordinaria, ciò che come atmosfera vibratoria emerge naturalmente e viene colto dall’interlocutore pronto e attento.
La sfida vera, se mai di sfida si può parlare, è lasciare che il compreso possa affluire anche attraverso il non compreso; il compreso, che è sentire inscritto nel corpo della coscienza, può e ha necessità di manifestarsi attraverso l’umano, questo richiede che se ne abbia di conseguito da portare a manifestazione e che si conosca e padroneggi il limite e il non compreso operante in modo tale che non divengano le sabbie mobili nelle quali tutto affonda: compreso, vita quotidiana e propria personale umanità.
Non c’è dunque una lampada che viene accesa dalla volontà di qualcuno, ma una luce che diviene visibile a tutti coloro che possono vederla.
Quella luce non può essere nascosta, né esposta: entrambi i gesti sono opera di un soggetto che qui sarebbe meglio non intervenisse per non ostacolare qualcosa che non è di suo competenza, ma della Vita, o della coscienza, o dello Spirito come direbbero i cristiani.
Il compreso bussa e chiede di potersi esprimere attraverso le parole, i comportamenti, le relazioni e l’individuo che sente questa pressione interiore deve trovare il canale per esprimerlo in modo fluido ed efficace senza farlo divenire manifestazione di sé, della propria egoità: il compreso vuole e può attraversare i veicoli e l’identità ed emergere alla fruizione dell’altro con il minor residuo possibile di tracce di sé.
Tanto più la luce, il compreso, splende nella relazione, quanto più il soggetto è dimentico di sé.


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