Dove la mente vede il deserto, l'esperienza contemplativa svela il seme della vita

In merito alla lotta interiore e all’esperienza della conoscenza

Ho letto il testo di Enzo Bianchi “La libertà nasce dalla lotta interiore“, curiosa perché avevo sentito parlare molto bene di questo monaco, e confesso che a un primo approccio mi è risultato assolutamente incomprensibile e non perché usasse un linguaggio complesso, o i concetti espressi fossero difficili.
Mi sono interrogata riguardo questa sensazione e credo che il problema stia nel fatto che dice tutto e niente, come se l’autore desse per scontate molte cose, usasse le parole nella generalità del loro significato, segno di un dire senza il peso dell’esperienza soggettiva, della responsabilità soggettiva.
Un parlare che non è testimonianza dell’incontro con una verità che ti ha mutato e liberato del bisogno della certezza e del proselitismo, ma una verità presa solo sul piano concettuale come sapere dottrinale e quindi confusa con la certezza.
Un altro monaco con cui recentemente ho condiviso un dibattito, Giorgio Bonaccorso, sosteneva che anche la fede è un incontro, l’esperienza di un incontro, che non elimina la responsabilità personale delle scelte, non la pedissequa adesione a un protocollo di regole catechistiche sul bene e il male.
Lo psicoanalista Jacques Lacan sottolinea che c’è una parola piena e una parola vuota, la prima è quella che viene dal soggetto che si scopre negli atti che compie e in ciò che sente, è una parola che dice, la seconda è quella dell’Io che parla per confermare se stesso, l’idea di sé, il proprio ideale, ciò che crede di essere, è una parola che non dice niente.

Il testo di Bianchi, a mio avviso, è presentato con un linguaggio vuoto di esperienza, senza corpo, senza sangue, senza umanità, testimoniato anche dalla superficialità della articolazione teorica, dove non si capisce chi sarebbe questa entità che deve lottare e chi invece quella da combattere e soprattutto come si possa distinguerle e ancor più come si possa definire oggettivamente l’essere sani e il ben-essere.

Lo stesso Freud fu capace di rivedere, sulla base dell’esperienza, la sua visione dell’uomo. Se dapprima considerava i sintomi e quindi il mal-essere, espressione di un conflitto fra il principio di piacere fatto di pulsioni cieche che vogliono solo essere soddisfatte, e il principio di realtà fatto delle regole che la convivenza civile ci impone, in seguito dovette riconsiderare questa visione trovandosi a curare le nevrosi di guerra e fece una vera rivoluzione all’interno della sua teoria.
Era il 1920 ed egli scrisse “Al di là del principio di piacere” in cui affermava che l’uomo è in realtà non spinto dal principio di piacere ma dalla coazione a ripetere, ossia ha la tendenza a ripetere ciò che ri-conosce ma soprattutto entro cui si ri-conosce, schemi di pensiero, visioni della realtà che impediscono la possibilità di farne esperienza libera e trasformante. Perciò agisce e sceglie non per il proprio benessere ma per assicurarsi una identità, una realtà costante e ripetitiva e perciò rassicurante.
Quindi non sarebbero le pulsioni in sé stesse ad essere il problema (ammesso di intenderci sulla parola pulsioni), ma il giudizio che opera su di esse e che ne determina poi il destino e l’utilizzo secondo schemi mentali senza ascoltare il vissuto più profondo, anzi disconoscendone l’esistenza stessa quanto più è in conflitto con la verità sostenuta dallo schema.
Per dire come la questione sia complessa e soprattutto non generalizzabile.

Nel testo di Bianchi, colpisce lo spirito guerresco, non nel senso nobile del termine, ma oppositivo o meglio repressivo che trapela dall’articolo.
Se c’è lotta significa che si è nel regime della dualità.
Cito sempre Giorgio Bonaccorso, mi pare utile commentare un monaco con un altro monaco, questi diceva che per capire l’umanità è necessario passare dal pensiero duale a quello immersivo.
Proponeva un modello di comprensione che includesse gli opposti uno nell’altro, odio-amore, buono-cattivo, bello-brutto ecc. e quindi un approccio che si fondasse sull’esperienza di sé inteso come corpo.
Corpo segnato dall’essere, preciso io, perché su questo punto abbiamo discusso e ci siamo poi intesi (altrimenti dicendo che l’uomo è il suo corpo si rischia di confonderlo con il corpo biologico della medicina dell’evidenza che vede appunto solo ciò che è misurabile con gli strumenti e quindi numericamente definibile, il resto è come se non esistesse e non avesse la dignità del vero, del reale).
L’essere umano non è il corpo biologico ma neanche l’essere è concepibile senza corpo, anche qui non è possibile pensare in termini duali, oppositivi. L’umano è tale proprio perché ha potuto concepire, pensare al corpo, pensare di avere un corpo. Sapere di avere un corpo e quindi nominarlo, simbolizzarlo tramite le parole, cambia sia il corpo che l’essere, ne fa un corpo parlante, che dice di sé, che ci parla e ci dice quello che la mente non sa e non sa vedere.
Ma bisogna sapere ascoltare, saper leggere la scrittura dell’anima attraverso le pieghe della biologia e questo non è un processo intellettivo, mentale ma esperienziale che si può solo successivamente trasformare in concetti, in sapere di cui parlare. Solo a posteriori rispetto all’esperienza noi possiamo sapere qualcosa di più del nostro profondo.

L’articolo di Bianchi non sembra considerare, come sottolinea bene Roberto, la dimensione soggettiva del lavoro su di sé, dell’esperienza di sé come momento formativo fondamentale per avere un sapere riguardo al proprio mondo interiore, che non si rifaccia a una teoria astratta e quindi mentale e quindi a verità altrui deresponsabilizzanti che creano solo un vuoto interiore.
Il discorso del monaco purtroppo è estremamente generico con l’unico effetto di creare una atmosfera inquisitoria e un approccio giudicante, valutativo verso se stessi e le proprie emozioni, direi verso la parte più vitale dell’essere in nome di un benessere che sembra appiattimento mortifero su di una verità standardizzata, controllo arido della imprevedibilità della vita ricondotta all’interno di un sistema moralistico e dicotomico di bene e male, sano-malato.
Per fare un esempio, nel campo della psicoanalisi avanzata non esiste la parola malato e quindi neanche la psicoterapia, non esiste terapia, esiste appunto analisi, ossia la possibilità di apprendere di sé da sé, passando per l’altro che facendoci da specchio ci aiuta a rompere gli schemi ripetitivi del pensiero, che ci impediscono di vedere oltre il muro del sapere nozionistico della mente.
L’altro è un mezzo per saltare l’ostacolo degli ideali dell’io che impongono giudizi e quindi freni alla vera conoscenza. Tutto ciò non per poi giudicare ed eliminare, ma per comprendere e saper usare diversamente ciò che ci appartiene, che ci definisce, che costituisce il nostro esserci.
I cammini possono essere tanti, possono comporsi, sommarsi, attraversarsi, ciò che li distingue è il loro approccio all’uomo, ci sono quelli che pensano che non ci sia niente da scoprire, anzi temono l’esperienza viva di sé e del corpo,  ma credono in un sapere e una verità da confermare, e quelli che ritengono fondamentale la dimensione della responsabilità soggettiva, della ricerca, del cammino come momento fondamentale e fondante di una personalità che non sia maschera svuotata di presenza vitale.


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  1. Grazie Cristiana per questa lucidissima analisi. Le tue parole, sul pensiero di E. Bianchi, hanno espresso molto chiaramente anche il disagio che provo io nel leggerlo. Non conosco l’articolo che citi ma ne ho letti altri e ho avuto sempre anch’io l’impressione che il suo linguaggio, come dici tu, sia vuoto di esperienza; la sua vita è senz’altro ricca di interiorità ma il suo argomentare mi sembra ancora molto aderente ai dogmi, al catechismo ufficiale, i simboli non interpretati in modo spirituale ma religioso, pertanto la lettura dei suoi scritti non lascia in me tracci; sicuramente però risulterà utile a tanti altri che hanno bisogno di confrontarsi, ancora, con quella interpretazione.

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